I viaggiatori dell’edizione 2017 di “In Viaggio sulle Orobie”

(Ripubblico paro-paro qui l’articolo uscito sul sito di OROBIE – cliccate sull’immagine per leggerlo in originale e vedere anche la relativa galleria fotografica – nel qual sito peraltro troverete ogni altra informazione e presentazione utile a conoscere meglio l’imminente “Viaggio sulle Orobie”, giunto alla sua quinta edizione. Oppure, potete anche dare un occhio qui.
Ah, ringrazio la redazione per avermi definito “eclettico”! Mica roba da poco, eh!)

In Val Biandino, la cui testata è percorsa dalla 2a tappa della DOL, al cospetto del celeberrimo Pizzo dei Tre Signori.

A guidare il folto gruppo dei viaggiatori sarà Francesca Mai, Accompagnatore di media montagna del Collegio guide alpine della Regione Lombardia. Giovane e grande appassionata di montagna, sarà la capo cordata ideale del nostro trekking sulla DOL – Dorsale Orobica Lecchese.

Il viaggio vedrà come sempre la presenza di personaggi legati a mondi artistici e professionali differenti. Saranno con noi Bruno Bozzetto, celebre disegnatore e regista; il giornalista Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera e profondamente legato alla Dol e al territorio circostante; l’alpinista e scrittore Enrico Camanni, tra i promotori della rete del turismo sostenibile «Sweet mountains». Del gruppo degli alpinisti fanno parte anche Pietro Buzzoni e Mario Curnis, decano degli scalatori bergamaschi e presente fin dalla prima edizione de “In viaggio sulle Orobie”.

Saremo affiancati nel cammino anche da Alessandro Calderoli, istruttore di scialpinismo del CAI e medico del Soccorso alpino; Stefano D’Adda, agronomo e perito agrario e storico collaboratore di OrobieSergio Poli dell’ERSAF, che è stato tra i realizzatori del primo tracciato della DOL; il biologo e ricercatore Michelangelo MorgantiLudovico Roccatello di Slow Food. Immancabile il nostro chef di viaggio Michele Sana.

Nutrita la squadra degli artisti, composta dal musicista Davide Riva – che sarà affiancato da Martin Mayes -; Paola Piacentini e Giorgia Battocchio, conduttrici di Radio Popolare e l’eclettico Luca Rota, autore di una decina di lavori letterari e a sua volta conduttore di programmi radiofonici; Davide Mauri, artista visuale; e Luca Radaelli, autore, regista e attore teatrale.

Ci aiuteranno infine a raccontare questa splendida avventura i fotografi Marco Mazzoleni e Umberto Isman; e il documentarista Carlo Limonta.

Buon viaggio a tutti!

Dal 13 al 16 luglio, tutti “In Viaggio sulle Orobie”!

In Lombardia, tra il bacino del Lago di Como e dell’Adda, la Valsassina e le valli bergamasche, corre una dorsale montuosa tra le più spettacolari dell’intero arco alpino, in un territorio ricchissimo di peculiarità paesaggistiche e naturalistiche, di possibilità escursionistiche e alpinistiche, di tesori storici, architettonici e artistici e d’un retaggio culturale altrettanto ricco ed estremamente narrante. La dorsale è percorsa da un itinerario escursionistico, la DOL – Dorsale Orobica Lecchese, che in oltre 80 km di percorso porta dalla Val Gerola, laterale della Valtellina, alle porte di Bergamo, che da qualche tempo a questa parte è oggetto di un grande progetto di valorizzazione e rilancio il quale coinvolgerà i territori attraversati, i loro abitanti e tutte le rappresentanze private, pubbliche e istituzionali.

Momento clou del progetto per l’anno in corso sarà la 5a edizione di “In Viaggio sulle Orobie”, il trekking organizzato dall’omonima rivista che ha come obiettivo la scoperta, la promozione e la valorizzazione dei territori in cui anno dopo anno si svolge. Al seguito un gruppo di viaggiatori estremamente eterogeneo composto da alpinisti, giornalisti, fotografi, artisti, esperti di cibo e vino che dal 13 al 16 luglio prossimo incontreranno escursionisti e altri appassionati di montagna nei rifugi e nelle località in cui faranno tappa, offrendo la loro personale lettura del territorio. Un vero e proprio cammino tra i luoghi e le persone, uno scambio di saperi, sapori, storie ed emozioni. Molto più di un passaggio, ma un’occasione anche di lasciare un’impronta non solo di sentimenti: la peculiarità di questa edizione di “In Viaggio sulle Orobie” sarà infatti quella di donare ai territori, alle comunità e alle diverse realtà che verranno toccati i contenuti prodotti durante questi incontri, il tutto con il supporto di una forte comunicazione sui media provinciali e regionali e, appunto, con il massimo coinvolgimento di enti, associazioni e residenti nei territori attraversati.

Anche per questa quinta edizione del trekking il gruppo di viaggiatori presenta personaggi notevoli: ci sarà Bruno Bozzetto, uno dei più grandi disegnatori italiani di sempre, Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera, Enrico Camanni, tra i più prestigiosi esperti di cultura di montagna, eppoi lo scrittore Ruggero Meles, Francesca Mai, del Collegio Guide Alpine della Lombardia, gli agronomi Pietro Buzzoni e Stefano d’Adda, Alessandro Calderoli, istruttore CAI, Sergio Poli, ingegnere forestale, il biologo Michelangelo Morganti, Ludovico Roccatello di Slow Food, l’attore Luca Radaelli, Paola Piacentini e Giorgia Battocchio di Radio Popolare, il compositore Davide Riva, l’artista Davide Mauri e… sì, ci sarò pure io. In più, ci seguiranno alpinisti, musicisti, chef, nonché fotografi e documentaristi che produrranno affascinanti testimonianze sul Viaggio e, last but not least, chiunque vorrà unirsi al gruppo oppure raggiungerci nei rifugi toccati lungo l’itinerario.

In questa pagina dedicata nel sito di Orobie potrete avere molte utili informazioni sul Viaggio, sul percorso che seguirà e sul programma dei 4 giorni. Qui invece potrete visitare la pagina facebook dedicata all’evento, e con essa restare informati sulle ultime news al riguardo.

Chi abita in zona Lecco, invece, potrà godersi la presentazione ufficiale di “In Viaggio sulle Orobie” che si terrà giovedì 6 luglio, dalle ore 19 in poi, presso la Taverna ai Poggi, posta in bellissima posizione sulle colline alle spalle della città lariana, a metà strada tra il lago e le pareti di dolomia del manzoniano Resegone. Cliccate sull’immagine a fianco per visualizzare la locandina e saperne di più – perché c’è parecchio di più, e pure di assai gustoso!

A presto per ulteriori aggiornamenti ma, fin da ora, vi invito a camminare con noi lungo la DOL e (ri)scoprire uno dei più spettacolari e affascinanti territori di montagna dell’intero arco alpino!

Last year’s day Lightness

Lightness: luminosità, illuminazione, ma anche leggerezza, levità.
Non occorre aggiungere altro, quando l’impressione vivida è che la Terra si sia congiunta col cielo nella stessa evanescenza, luminosa e leggera, come per un inopinato prodigio di luce.
Non si ha da far nulla se non lasciarsi avvolgere in esso, per goderne tutta la delicata, preziosa, vitale bellezza… E per chiudere con luminosa leggerezza questo 2016!

Spesso, nel nostro mondo contemporaneo, l’immagine della realtà, la percezione ordinaria che noi abbiamo di essa, viene caricata di densità, di consistenza, di sostanza – addensata di peso, di colore, di intensità, ma pure di attenzione, di aspettative, di lusinghe: quasi che altrimenti essa possa scivolarci via ignorata, quando invece l’intenso e forzato carico diventa rapidamente sovraccarico e finisce per nascondere l’essenza della realtà stessa, se non – peggio – per renderne un’immagine altra, deformata e mendace, che inevitabilmente produrrà confusione e ansia.
Si può tentare di ritrovare quell’essenza autentica del reale che ci circonda togliendo elementi da esso, ricercando un minimalismo il quale, tuttavia, a sua volta può correre il rischio di trasformarsi nell’effetto di un’azione forzata e troppo artificiosa, inevitabilmente adulterante – di nuovo – la suddetta essenza. Oppure, si può semplicemente attendere che, nel modo più spontaneo e naturale possibile, quell’essenza del reale si manifesti e si disveli, e in quel momento cercare di coglierne il senso e la sostanza. E’ una sostanza all’apparenza elementare, quasi banale, eppure ricchissima di pura e autentica (questa volta sì) consistenza, tanto da rendere ugualmente consistente l’intera realtà che ora possiamo osservare, percepire e, in modo più intenso, comprendere. Tutto si illumina ovvero emana luminosità, tutto perde peso e gravità ma ciò non inficia l’oggettività delle cose che, anzi, ne viene esaltata. L’evanescenza delle visioni è in verità evanescenza di pressione – quella “pressione” generatrice dell’ansia prima citata, ed è inutile rimarcare quanto pressato in spazi sempre più imposti e vincolati sia il mondo nel quale oggi viviamo, e per questo oltre modo ansioso! – e la leggerezza che ne consegue non è soltanto visiva e cromatica, ma è pure mentale e spirituale. Non ha nulla a che vedere con quell’altra “leggerezza”, intesa come superficialità, volubilità, frivolezza, che è a sua volta effetto collaterale del sovraccarico modus vivendi contemporaneo, piuttosto è il suo opposto, la condizione migliore proprio perché si possa meglio e più compiutamente percepire l’essenza della realtà che ci circonda, colta nella sua struttura più elementare e “basica”.
La manifestazione di ciò può avvenire in molti modi, forse anche più numerosi di quanto si possa immaginare: la questione non è in ciò, è nell’essere capaci di coglierla e comprenderla. In fondo può proprio essere la stessa realtà d’intorno, con le sue più ordinarie peculiarità, a consentirci questa manifestazione: come in un paesaggio di fine inverno, in una giornata assolata ma lievemente nebbiosa, in un luogo apparentemente privo di particolari suggestioni eppure dove, in modo inaspettato e quasi sconcertante, sembra manifestarsi vivida – appunto – l’impressione che la Terra si sia per così dire “congiunta” col cielo nella stessa ambientale evanescenza, luminosa e leggera, come se l’intero mondo, quello terreno e quello celeste, fosse il frutto di un inopinato prodigio di luce.
Ecco: in quei momenti sembra che tutto – di presente e di assente ovvero, in generale, nel mondo reale e in quello astratto – si alleggerisca di quanto di gravoso vi possa essere facendo così riemergere – o illuminando di nuovo – la reale bellezza che c’è, che è lì sempre e da sempre, ma che sovente ci viene offuscata da troppo elementi estranei, appunto. Ed è il bello del capire ciò che, per effetto indotto, rende comprensibile molte altre cose, nelle quali si può ritrovare quella stessa bellezza, probabilmente in forme diverse ma con uguale, intensa sostanza.
In quei momenti, insomma, non si ha da far nulla se non lasciarsi avvolgere in esso, per goderne tutta la bellezza, luminosa e leggera, e così trarne la più intensa e proficua illuminazione.

(Immagini fotografiche e testo tratti da un mio progetto di qualche tempo fa, che mi sono sembrati appropriati anche per chiudere in “bellezza” – o qualcosa di simile, mi auguro – l’anno duemilasedici.)

 

In difesa dei piccoli comuni di montagna, e della loro fondamentale cultura

Savogno, Alpi Retiche, 1 abitante.
Savogno, Alpi Retiche, 1 abitante.

Questo che state per leggere è un post “settoriale”, legato alle mie frequenti occupazioni di temi legati alla montagna – in chiave culturale, letteraria ed editoriale, concretizzata in diverse pubblicazioni, ma inevitabilmente anche sotto l’aspetto prettamente politico (nel senso nobile del termine) e, ultimo ma non ultimo aspetto, anche in senso culturale globale, visto che tratta della cultura antropologica midollare del nostro paese.
Mi sto riferendo alla proposta di legge C.65-2284AMisure per il sostegno e la valorizzazione dei comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti e dei territori montani e rurali, nonché disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici” approvata alla Camera lo scorso 28 settembre e ora in attesa dell’approvazione anche da parte del Senato (che invece ha fatto arenare precedenti tentativi di introduzione del testo – rallegriamoci ma non troppo, dunque): è il provvedimento – atteso da anni – che mira alla salvaguardia dei piccoli paesi rurali, insomma, che rappresentano una preziosa e fondamentale peculiarità italiana.

Arnosto, Prealpi Bergamasche, disabitato.
Arnosto, Prealpi Bergamasche, disabitato.

Come detto altrove, qui sul blog (proprio occupandomi di paesologia), l’Italia è un paese di paesi, piccoli centri abitati sparsi per le campagne e le montagne che il fremente e troppo spesso disordinato progresso del secondo Novecento ha costretto sempre più al margine della vita economica, sociale e culturale del paese, quando invece è proprio nei piccoli paesi che si conserva, da Nord a Sud, la nostra preponderante e più autentica cultura nazionale, nel mentre che città medie o grandi sempre più spinte ad imitare l’aspetto di metropoli hanno rapidamente cominciato a palesare gravi problemi di ordine sociologico e antropologico, tra globalizzazione culturale massificante, periferie degradate, non luoghi, alienazioni, dissonanze cognitive e quant’altro. D’altro canto, in un altro articolo pubblicato qui, ho indicato come la montagna – spesso presentata in modo enfatico tanto quanto pragmatico “scuola di vita” –  possa rappresentare il modello socioculturale migliore e più efficace per un buon risanamento (o rinnovamento, o rinascita, fate voi) dell’intera società, al fine di renderla finalmente più equa, più civica, più consapevole e più ricca di cultura, proprio come la montagna riesce ad essere ancora oggi nonostante gli innumerevoli sfregi (politici e non solo) a cui è stata sottoposta negli ultimi decenni.

Carenno, Gruppo del Resegone, 1.470 abitanti.
Carenno, Gruppo del Resegone, 1.470 abitanti.

A proposito della suddetta legge votata alla Camera, viene in mente un vecchio adagio milanese, che più o meno fa così: piutost che nigot, l’è mej piutost. Adagio che, ahinoi, si più assai spesso applicare a molti provvedimenti legislativi italiani, che vanno a cercare di coprire mancanze normative totali (in un paese che invece per altre cose di leggi ne ha fin troppe) col minimo sforzo e altrettanto risultato. Sia chiaro: per cercare di salvaguardare, rilanciare e valorizzare quell’immenso tesoro nazionale rappresentato dai piccoli paesi, ogni pur minima cosa utile deve essere apprezzata e sostenuta, posta la situazione altrimenti di ignoranza – ovvero di inettitudine (strategica, purtroppo) della politica sulla questione – pressoché totale. Piuttosto che niente, meglio piuttosto, dunque, anche perché, se nel suo complesso bisogna accogliere con favore il provvedimento appena votato, ferisce l’animo constatare ad esempio che, a fronte dei 5.585 comuni montani sotto i 5.000 abitanti (peculiarità che fornisce il titolo di “piccolo comune”), vengano stanziati 100 milioni di Euro complessivi in 7 anni per (cito da qui)finanziare interventi in tutela dell’ambiente e dei beni culturali, mitigazione del rischio idrogeologico, messa in sicurezza delle scuole, l’acquisizione delle case cantoniere e ferrovie disabitate per realizzare circuiti turistici e promuovere la vendita di prodotti locali”. Molto rozzamente, ma significativamente, divido quei 100 milioni stanziati in 7 anni per i 5.585 comuni che ne possono usufruire: fanno 17.905 Euro e spiccioli per comune. Una cifra che non basta nemmeno per mettere in sicurezza qualche metro di versante passibile di dissesto idrogeologico. Nulla, insomma, soprattutto e confrontato agli ingentissimi stanziamenti di soldi pubblici messi a disposizione a spron battuto per opere e progetti che poi si rivelano fallimentari, oltre che ottime occasioni per speculatori, tangentisti e criminali vari – politicanti e non – per intascarsi quei soldi. Ora, che un così esiguo stanziamento debba essere considerato uno sforzo ammirevole in tempi di crisi e di spending review, oppure un ennesimo segno di disinteresse verso i piccoli comuni il quale rischia di soffocare sul nascere qualsiasi buona intenzione scaturente dalla legge, lascio giudicare a voi.

Santo Stefano di Sessanio, Gruppo del Gran Sasso d'Italia, 117 abitanti.
Santo Stefano di Sessanio, Gruppo del Gran Sasso d’Italia, 117 abitanti.

Certo, anche qui si può dire: meglio quei 100 milioni che il nulla assoluto. Ma non serve essere esperti del settore per capire che tali denari non bastano affatto, che ci vuole molto di più, che occorre soprattutto una nuova – o, forse una rinnovata – antropologia culturale per i piccoli centri abitati italiani, una visione innovativa nel suo ripescare dal più virtuoso passato che finalmente consideri i paesi – e il territorio rurale nazionale in generale, di montagna ma non solo – una grandissima risorsa e una pari opportunità di sviluppo culturale, economico, sociale e mille altre cose, piuttosto che un peso che possa dar fastidio alle ricche e scintillanti tanto quanto degradate e decadenti città.
Ha ragione Franco Arminio quando dice che “Il paese è luogo per scrittori e non per cronisti. (…) Nei posti considerati minori sta accadendo qualcosa importante, qualcosa di vago e profondo che si può incrociare solo dotandosi di strumenti conoscitivi molto sofisticati.” Perché ancora oggi, checché ne pensino i politici che continuano a guardare con più favore alle città in quanto maggiori bacini elettorali dimenticandosi dei piccoli paesi, e dimenticando che essi stessi sono rappresentanti di un paese che è fatto di tanti piccoli paesi prima che di città, è proprio nei paesi che si conserva e spesso si genera autentica cultura – non solo, che si mettono in atto forme di gestione del territorio innovative ovvero forti del fatto di innovare ciò che viene dalla tradizione, sapendo bene che non può esistere alcun futuro che non abbia solide radici nel passato e consapevole progettazione nel presente.

Bova, Aspromonte, 442 abitanti.
Bova, Aspromonte, 442 abitanti.

Speriamo in bene, anche per noi che scriviamo e ci occupiamo di montagne, di genti delle terre alte, dei loro piccoli paesi e della vita di lassù: un mondo ricolmo di infinite storie, a volte meravigliose, altre volte tragiche ma sempre traboccanti di vitalità vera e inimitabile. Se la perdessimo, questa vitalità, se abbandonassimo i paesi al loro destino apparentemente segnato (ovvero, ribadisco, così determinato da una politica spesso del tutto distorta e miope, sperando che la nuova legge possa finalmente invertire la rotta e la sorte) significherebbe svuotare il nostro paese del suo midollo vitale, trasformandolo in una (forse) luccicante scatola antropologicamente vuota.

Piove… no, c’è il Sole… no, è sereno… anzi, nevica…. embè?

meteoMa poi, tutta questa reale, sincera, supposta, presunta, strombazzata, garantita, indotta, artificiosa, adulterata – e così via, lungamente… – necessità della gente normale di conoscere in anticipo che tempo farà… voglio dire, che senso ha?

Considerando che, tale mania – perché alla fine, a ben vedere, di ciò si tratta: anzi, di una psicometeopatia! – alimenta poi tutto un bailamme di pochi autentici e tantissimi sedicenti meteorologi le cui previsioni sono molto meno attendibili di quelle d’un mago da spiaggia ma che, per via della sostanziale incompetenza diffusa nel settore, trovano pure il modo di farsi pagare a fronte del loro palese dilettantismo (si intenda il termine nell’accezione più spregiativa possibile, visto che poi non sono rari i casi di meteorologi “dilettanti” – qui nel senso di appassionati che nulla ci ricavano dal loro lavoro previsionale, i cui bollettini sono estremamente più curati scientificamente e più attendibili meteorologicamente – loro, ad esempio – dei suddetti indegni tizi) – dicevo, considerando che ‘sta mania di dover sapere se domani pioverà o ci sarà il Sole alimenta un mercato oberato di cialtroni, mi permetto di osservarla con parecchia diffidenza se non con malcelato spregio. Ecco. Posso capire che un’esigenza indubbiamente importante in tal senso la possano rimarcare certi professionisti – i quali dovrebbero dunque affidarsi a servizi meteorologici dedicati e altrettanto professionali, che gli enti e le associazioni di ricerca sulla meteo e sul clima seri generalmente offrono; ma tutti gli altri… mah!

Ricordo che un paio di estati fa, durante un agosto particolarmente piovoso, parlavo con il gestore d’un rifugio sulle Alpi lombarde: l’uomo si lamentava in modo anche piuttosto fervido del fatto che, a fronte delle poco favorevoli condizioni meteo, gli stranieri – che fossero svizzeri, tedeschi, francesi o nordeuropei – non mancavano di arrivare in rifugio e onorare la prenotazione; di contro, degli italiani solo uno su dieci arrivava, tutti gli altri disdettavano la prenotazione eseguita, a volte anche qualche giorno prima della data d’arrivo e dunque basandosi totalmente su quanto annunciavano per l’occasione le previsioni meteo – le quali poi sovente, appunto, finivano per sbagliare. «Viziati, siamo tutti viziati ormai!» esclamava l’uomo, «Preferiamo rintanarci nei centri commerciali anche se fuori c’è bello, piuttosto di rischiare un acquazzone ma standocene all’aria aperta e in luoghi meravigliosi come questo!»
Vuoi che parlasse, quel rifugista, per mero interesse, vuoi di contro che, per un rifugio di montagna (in particolare, ma il discorso vale per qualsiasi altro posto) ogni disdetta di prenotazione comporta costi notevoli (si pensi solo ai rifornimenti di vivande, sovente deperibili, parametrati alle prenotazioni ricevute, quando poi buona parte di queste non vengono rispettate) e vuoi infine che non esiste previsione della meteo attendibile oltre le 48 ore dal giorno di emissione (ma c’è che chi sostiene che persino oltre le 8 ore una previsione perda buona parte della sua attendibilità)… insomma, vi dirò che sotto sotto – non me ne vogliano gli amici meteorologi (dilettanti, vedi sopra, i quali poi i bollettini li sanno elaborare bene, appunto) – ogni qual volta una previsione non azzecca il tempo che poi verrà, la cosa mi diverte non poco. Ciò perché è come se la Natura si prendesse una costante e inesorabile rivincita sulle pretese di onnipotenza (preveggente e non solo) di noi uomini sempre troppo boriosi – senza contare che la Natura stessa ci offre innumerevoli segnali che ci possono far capire che tempo farà a breve… certo, se solo fossimo ancora capaci di coglierli e interpretarli come un tempo la saggezza popolare insegnava a fare! Inoltre, è pure come se l’imprevedibilità delle condizioni meteo ci ricordassero e ci invitassero continuamente a smettere quella condizione viziata giustamente citata dal rifugista di cui vi ho raccontato, ovvero ad riabituarci – anzi, a riarmonizzarci con l’ambito naturale in cui viviamo, il quale fortunatamente se ne frega bellamente delle nostre pretese, delle nostre acconciature che guai se si bagnano o dei nostri abiti ultratecnici e waterproof ma se poi piove come facciamo? – di tutti questi nostri inguaribili infantilismi, ecco.

Posso capire nel caso di un temporale con fulmini e saette o d’un tornado con venti tremendi – ovvero, per intenderci, di condizioni meteorologiche realmente serie – ma, in tutti gli altri casi, alla fine della fiera, che piova o che ci sia il Sole, il tempo (quello cronologico) comunque scorre e la nostra vita va (deve andare) avanti: far dipendere le buone cose (per la mente e lo spirito in primis) che in essa possiamo fare a mere condizioni meteo ovvero, peggio, alla saccenza di presunti tanto quanto (scientificamente) zotici meteorologi che pontificano dai media tra un tiggì e l’altro, è veramente un segno di sostanziale incultura. Già.

Ora scusate ma devo andare. Piove, dunque esco a correre.