Grandi città, grande problema

[Panorama della città di Tokyo – cliccateci sopra per ingrandirla. Foto di Yodalica, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte Wikimedia Commons.]
Una delle questioni che a volte emergono nelle varie discussioni sulla pandemia in corso, anche al netto delle inesorabili vacuità al riguardo, è come molte persone avrebbero (condizionale d’obbligo) riscoperto la maggior salubrità delle zone meno urbanizzate e antropizzate rispetto alle città e agli ambiti a densità abitativa elevata che, nel contesto di un’epidemia di massa, rappresentano quelli a maggior rischio, di conseguenza riconsiderando i piccoli paesi in campagna e sui monti – quelli dai quali si è fuggiti a lungo, soprattutto dalla seconda metà del Novecento – come luoghi di vita e residenza i quali, a fronte di minori servizi in loco, senza dubbio offrono una generale maggior tranquillità – anche sanitaria, appunto.

Posto che ci sia da capire se effettivamente, dalle nostre parti, quella che ho qui rapidamente riassunto sia un’autentica tendenza demografica e socioculturale oppure se sia un mero fuoco di paglia dettato dalla situazione emergenziale in corso e dalle reazioni emotive che ne conseguono, certamente fa impressione constatare che il più grande agglomerato urbano al mondo, quello di Tokyo, ha ormai quasi raggiunto i 40 milioni di abitanti[1] – in pratica, una città che da sola fa due terzi dell’intera popolazione dell’Italia! – concentrati su una superficie pari a quella del Trentino-Alto Adige (che di abitanti ne fa quaranta volte meno).

Impressionante, appunto, e pure inquietante, per quanto sia evidente che un tale addensamento di individui generi inevitabili e varie problematiche (sociali, economiche, ecologiche, ambientali, sanitarie, eccetera) anche senza pandemie di sorta. D’altro canto, il continuo aumento degli addensamenti urbani un po’ ovunque sul pianeta rimarca come certe tendenze apparentemente contrarie siano in realtà fenomeni solamente ipotetici e del tutto effimeri, aventi qualche influenza negli ambiti locali ove si manifestano ma scompaiono letteralmente su scale maggiori. E nemmeno certe importanti valutazioni riguardanti la necessità della riscoperta delle aree marginali e dei territori meno urbanizzati per una migliore qualità di vita generale oltre che per una necessità dettata dai cambiamenti climatici – penso a Luca Mercalli e a uno dei suoi più recenti libri, per citare un esempio affine alla situazione italiana – temo potranno contrastare quella continua incessante concentrazione demografica nei centri urbani sempre più trasformati in megalopoli tentacolari, inquinate, rumorose, sempre più roventi in forza del riscaldamento globale, ricolme di non luoghi e di conseguente alienazione sociale pur a fronte (forse) di PIL cospicui – si veda qui sotto:

Eppure tutto questo, dal mio punto di vista, esorta vivamente noi che di territori ancora poco antropizzati e urbanizzati ne abbiamo a disposizione (in verità ve ne sono ovunque e altrove più di qui, ma qui abbiamo a disposizione i necessari strumenti culturali per apprezzarne compiutamente la presenza), a salvaguardarli sotto ogni aspetto, a difenderne la fondamentale dimensione vitale, a comprenderne l’inestimabile valenza culturale e antropologica. Se pure tali territori diventassero in qualche modo “città” – ed è inutile rimarcare che è già successo di frequente, questo, e nel caso sia accaduto è proprio dove si è smarrita la comprensione e la cognizione del valore di quei luoghi – perderemmo un’imprescindibile via di salvezza nei confronti di un futuro altrimenti demograficamente degradato e inesorabilmente caotico. E, personalmente, non credo proprio che un buon futuro per il nostro pianeta, in ottica umana, sarà proporzionale ai numeri indicati nella tabella lì sopra. Anzi.

P.S.: le due infografiche qui pubblicate le ho tratte da questo articolo – estremamente interessante in tema di futuro delle città – di “Artribune”.

[1] Il dato riprodotto nella tabella che pubblico, preso da qui, è peraltro inferiore rispetto a quello riportato da Wikipedia, che registra 38.140.000 abitanti; ma secondo quest’altra tabella la Grande Area di Tokyo avrebbe già superato i 40 milioni.

INTERVALLO – Cinisello Balsamo (Milano), Biblioteca e Centro Culturale “Il Pertini”

biblioteca-cinisello1Se da tempo è opinione unanimemente accettata che i migliori luoghi pubblici deputati alla cultura, nella forma e nella sostanza, siano quelli scandinavi – ovvero quelli dove, per riassumere grandemente il concetto, la biblioteca non è solo una biblioteca, ma è molto di più – anche in Italia come altrove nel mondo sono sempre di più gli spazi culturali pubblici che recepiscono tale nordica ispirazione, offrendo luoghi assolutamente notevoli e dal potenziale socioculturale fondamentale.

biblioteca-cinisello2Il Pertini di Cinisello Balsamo – città dell’hinterland milanese e per questo sofferente, in passato ma per certi aspetti anche oggi, di tutti quei disagi tipici delle zone periferiche delle città post-moderne e post-industriali – è senza dubbio uno di questi luoghi di grande potenziale. Inaugurato il 21 settembre 2012, è in primis la sede della biblioteca comunale, appunto: 5.000 mq di superficie aperta al pubblico su quattro piani, 520 sedute, una sala studio, tre aule per laboratori e corsi, un auditorium (176 posti) e una sala incontri. Ospita complessivamente quasi 120.000 documenti, dei quali i libri sono più di 85.000, oltre a circa 20.000 documenti su supporti digitali. Il Pertini è stato costruito sul perimetro della storica scuola Luigi Cadorna, di cui è stata mantenuta a titolo di rimembranza la facciata, e intende essere la nuova piazza per la città, un’occasione di aggregazione, di incontro e di scambio. Ospita corsi, mostre, concerti ed altre iniziative culturali.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web de Il Pertini.

Danilo Lenzo, “La leggenda dei CroceNera”

Noi umani contemporanei abbiamo ormai imparato da tempo, e spesso nostro malgrado, come in questo mondo capiti spesso che la realtà superi la fantasia, in tema di irrazionalità e follia. L’umanità, razza autoproclamatasi “la più intelligente sul pianeta”, ha sovente saputo superare in tragicità i peggiori incubi della più fantasiosa mente, se non nella forma certamente nella sostanza; e, nonostante la storia sia lì, magistra vitae come sempre, ad ammonirci, l’uomo ha più volte commesso l’errore di trasformare i suoi sbagli in cose normali, in incidenti di percorso da lasciarsi rapidamente alle spalle, che tanto ci pensa il tempo a cancellare dalle menti e dagli animi le paure, le angosce, le ferite: ma questo ha finito per provocare l’incancrenirsi inesorabile di quegli sbagli nel “corpo” della nostra civiltà, decretandone una costante decadenza civile, morale ed etica, celata dietro il costante scintillio del nostro artificioso e consumistico modo di vivere.
E’ un clima del genere – pessimistico, certo, ma assai realistico per certe parti del nostro mondo contemporaneo – che permea la vicenda narrata da Danilo Lenzo ne La leggenda dei CroceNera, veloce racconto di nemmeno 50 pagine edito da Senso Inverso, con il quale pare quasi che l’autore prenda con sé lo spirito letterario di H.P.Lovecraft e lo porti a fare un giro nell’hinterland milanese, tra quartieri degradati e brughiere che conservano antichi misteri…

Leggete la recensione completa de La leggenda dei CroceNera cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!