Gli stolti

Immaginatevi il proprietario di un terreno arido ma nel quale si trovi una miniera d’oro e che, a fronte di cotanta ricchezza bell’e pronta, continui a coltivare magre patate… Come lo giudichereste?
Oppure immaginatevi un emiro mediorientale il cui regno abbia il sottosuolo imbevuto di petrolio che, nonostante questa fortuna, si ostini a vendere solo cammelli, o un povero tapino a cui venga lasciato in eredità un patrimonio in denaro di miliardi e miliardi e lui lo tenga nascosto sottoterra per non saper cosa farsene, di tutti questi soldi…

Oppure ancora… immaginatevi una nazione che abbia sul proprio territorio uno dei più grandi e preziosi patrimoni artistici e culturali del mondo e, piuttosto di essere consapevole del suo valore e di come potrebbe renderla tra le più ricche in assoluto, passi il tempo nei centri commercia…

Ah no, un attimo. Questi non serve immaginarseli, esistono davvero.

Può sembrare un paradosso per il Paese che vanta la più alta concentrazione di beni artistici del mondo, eppure gli italiani sono fra i più pigri frequentatori di siti culturali in Europa. Lo dice l’ultima statistica Eurostat: mentre il turismo culturale, anche mordi e fuggi, ha avuto negli ultimi dieci anni un sensibile incremento un po’ dappertutto, in Italia siamo rimasti al palo. Alla domanda «Avete visitato almeno un monumento storico, un museo, una galleria d’arte o un sito archeologico nell’ultimo anno?», solo un italiano su 4 (il 26,1 per cento) risponde di sì, contro una media europea del 43,4 per cento.

(Tratto da questo articolo de Il Corriere.it.)

Amen.

La folle antitesi tra “economia” ed “ecologia” sarà la nostra condanna. A meno che…

La decisione dell’attuale Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di far uscire gli USA dall’Accordo di Parigi sul clima – decisione che, lo dico fin da subito, in mancanza di azioni alternative da parte americana, è la scellerata idiozia di uno spaccone ignorante pur se democraticamente eletto (il che la dice lunga sulla bontà del noto assioma “ogni popolo ha i governanti che si merita”!) – mette ancora una volta in luce, e con inopinata drammaticità, la dicotomia esistente tra due vocaboli così fondamentali per il mondo di oggi, “economia” ed “ecologia”, dal momento che Trump ha dichiarato di non voler rispettare l’Accordo di Parigi per “difendere” l’economia americana.

In verità, economia ed ecologia derivano dalla stessa nozione filosofica, ovvero da una identica radice etimologica greca: οἴκος / oikos, “casa”. L’economia, nel senso originario, è la gestione dei beni della casa, l’amministrazione delle cose di famiglia; per estensione, poi, indica la condotta di allocare risorse scarse, in generale, per soddisfare al meglio i bisogni individuali e/o collettivi. L’ecologia – vocabolo ben più recente dacché coniato nel 1869 dal biologo tedesco Ernst Haeckel – usa invece il prefisso “eco-” con un’accezione ben più ampia, indicando la gestione dell’intero ambiente nel quale l’uomo vive la propria vita e col quale interagisce. Un ambiente, tuttavia, che in senso assoluto è a sua volta “casa” dell’umanità, inutile rimarcarlo.

Non è un caso che il concetto moderno di “ecologia” nacque proprio quando, nella seconda metà dell’Ottocento, il progresso industriale divenne impetuoso, aumentando il benessere quotidiano di sempre più persone e dunque legandosi a doppio filo all’accezione ordinaria di “economia” – estremamente correlata alla finanza e al denaro – ma, al contempo, cominciando a pesare in modo evidente sull’ambiente naturale, il cui crescente e sregolato sfruttamento mise in luce la necessità di una gestione e di una salvaguardia di esso, non antitetica all’economia ma equilibrata e proporzionata. Tuttavia questa necessità restò incompresa per lungo tempo, probabilmente per la mancanza di una preparazione culturale, sia nelle masse che nei governanti, atta a comprenderne la portata e l’importanza nel tempo, e ciò concesse ancor più campo libero all’industrializzazione e allo sfruttamento ambientale sempre più sfrenato, con gli inquietanti risultati climatici (e non solo) che ormai da qualche lustro a questa parte sono sotto gli occhi di tutti (ad eccezione del suddetto Presidente americano e di parte del suo entourage, a quanto pare).

Credo che il non aver compreso quanto fosse fondamentale per il progresso della civiltà umana l’armonia tra l’economia e l’ecologia, ovvero quanto fosse deleteria l’antitetica dicotomia tra le due scienze e pratiche antropiche, sia una delle colpe più gravi che noi umanità – almeno la parte teoricamente più avanzata e istruita – ci dobbiamo imputare. Una colpa a cui stiamo solo ora cercando di rimediare, peraltro in modi non così decisi come forse dovrebbero essere (secondo molti l’Accordo di Parigi sul clima è troppo blando, negli obiettivi che si pone) e nella speranza di non essere già andati oltre il punto di non ritorno – cosa invero avvenuta, temo, per alcune emergenze ambientali: ad esempio i ghiacciai, che sulle Alpi e non solo lì sono in rapido disfacimento.

In ogni caso, al di là di accordi politici tra gli stati del mondo, di obiettivi più o meno adeguati e di autentiche o infingarde volontà di conseguirli, mi pare chiaro che continuare a preservare la contraddizione tra l’economia e l’ecologia, come pare stia facendo il Presidente USA Trump, rappresenti la strada più rapida ed “efficace” per la catastrofe ambientale definitiva. Di contro, impegnarsi globalmente per ritrovare un’armonia il più possibile proficua tra le due cose è, io credo, forse l’unica strada da seguire per salvaguardare (o dovrei già dire salvare) il pianeta e noi stessi che ci stiamo sopra e lo abitiamo. Non possiamo pensare di gestire al meglio i beni di casa nostra se nel frattempo il mondo intorno va allo sfacelo: inesorabilmente anche casa nostra sarà distrutta. Se invece sapremo amministrare la casa in cui viviamo in modo sostenibile con l’ambiente d’intorno, e se tutti i proprietari delle altre case faranno lo stesso, il mondo intero ne trarrà giovamento e con lui chiunque ci starà sopra. Anche perché un’economia che non tiene conto degli aspetti ecologici della sua azione finirà per annullare ogni tornaconto ottenuto per via dei danni che inevitabilmente causerà all’ambiente naturale: danni che in modo altrettanto inevitabile si riverbereranno per l’intero globo.

Insomma: in un modo o nell’altro stiamo parlando della nostra οἴκος, di casa nostra. Se vogliamo veramente dirci e ritenerci una civiltà, nel senso più pieno e “meritato” del termine, dovremmo cominciare a capire una così basilare verità. E, ovviamente, contrastare in ogni modo possibile chi invece continua a non capirlo e ad agire in modo contrario: perché sono certo che nessun individuo intelligente e civile gradisca di vedere la propria casa insozzata, contaminata, messa in pericolo, rovinata, distrutta. Nessuno.

Se la cultura fa PIL – e non solo in senso economico…

9402316437_9ca1ddc96d_bDue notizie – o, meglio, due serie di dati statistici commentati – uscite sui media di recente (cito titoli e link relativi presi tra i primi che il web propone): Eurostat, l’Italia si riprende lentamente dalla crisi: è la peggiore tra i big Ue; Quell’Italia che non legge libri e giornali, non va al cinema, al teatro e alle mostre…
Due notizie all’apparenza disgiunte, l’una che rimanda a dati economici legati all’andamento dell’industria e dei consumi, l’altra allo stato del comparto culturale nazionale, certamente di segno simile – viste le situazioni che delineano – ma formalmente non correlabili.
O no? E, lo dico da subito, senza considerare le usuali riflessioni su quanto la cultura sia poco sfruttata in termini economici e di generazione di PIL
Sì, perché mi viene da pensare ad altre considerazioni che trovo assolutamente imprescindibili nel merito, di natura culturale ma in senso sociologico… Ovvero, a come credo sia del tutto inevitabile che un paese che ormai da tempo abbia abbandonato la cura della propria matrice culturale, con tutti gli annessi e connessi, risulti pure ultimo in termini di crescita economica, di produttività industriale, di creatività imprenditoriale così come, più pragmaticamente, di capacità di reazione e ripresa.
Per qualsiasi società politicamente strutturata, l’obiettivo di una crescita equa e generante benefici diffusi (al di là dell’evidenza che la crescita “infinita”, che parrebbe un caposaldo del distortissimo capitalismo contemporaneo, sia una scempiaggine bella e buona) non può esimere dal poggiarsi su una base culturale altrettanto diffusa e attiva. Ciò per innumerevoli motivi, primo tra i quali il fatto che una nazione culturalmente avanzata e dinamica è inevitabilmente dotata di molti più strumenti intellettuali per comprendere la realtà nella quale si muove, reagire agli ostacoli e alle crisi che in essa si presentano e progettare vie alternative che le consentano di progredire in avanti nel tempo oltre quegli ostacoli piuttosto che rimanervi impantanata se non, peggio, di regredire.
Purtroppo una tale lampante evidenza risulta da tempo cronicamente ignorata (volutamente o meno) dalla politica italiana e, per bieca e sconcertante pandemia, da ampie parti della società nazionale, fin dalle sue più ovvie basi concettuali. Ovvero fin dalla constatazione che quella cultura così mancante dalle nostre parti si genera e si coltiva a partire dalle azioni culturali più minime, come il leggere un buon libro. Pensare che, appunto, la cultura letteraria (per restare nell’esempio) sia altra cosa rispetto alla cultura sociale, industriale, politica o che altro è una superficialità del tutto insensata. D’altro canto e per lo stesso motivo, ogni piccola o grande azione culturale – di matrice letteraria, artistica, umanistica e così via – ha sempre una valenza politica, ovvero di “supporto” (intellettuale ma non solo) alla gestione della cosa pubblica. Meno le si praticano, tali azioni culturali, meno la società potrà godere di una buona amministrazione, di un buon governo, di un funzionamento “fruttuoso”, per così dire – senza contare che, di contro, in loro assenza la cattiva (e magari pure malandrina) gestione politica avrà campo libero per i propri maneggi.
Alcuni commentatori, in altri articoli correlati a tali questioni, hanno segnalato che le solite messi di dati fotografanti lo stato comatoso della fruizione culturale in Italia – con sempre meno lettori, meno visitatori dei musei, meno spettatori nei teatri e così via – siano diventate inutili se non dannose alla percezione dell’opinione pubblica, ormai così abituata ad averne notizia da non farci più nemmeno caso. Forse costoro hanno ragione (anche se mi verrebbe da pensare che il silenzio su di essi, al contrario, potrebbe far credere che tutto vada bene) tuttavia, anche seguendo il loro ragionamento e in un certo qual modo sviluppandolo, sarebbe probabilmente il caso di cominciare a contestualizzare e rendere concreti nei loro effetti pratici quei dati, ovvero a ragionare non tanto e non solo (o non più, se si crede) sui meri numeri ma sull’effetto di questi numeri nella realtà quotidiana, e sul rapporto indubitabile, a mio modo di vedere, tra essi e tanti altri dati statistici ovvero comunque rappresentativi dello stato della nazione. Perché, la storia lo insegna, non s’è mai vista una società infarcita di zotici privi di cultura che abbia goduto di un grande e duraturo benessere, sociale in primis. E guardandoci intorno possiamo già avere, nel bene e (purtroppo più) nel male, una significativa conferma di questo storico insegnamento.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Dati ormai datati ma mai scontati. Per chi si fosse perso l’ultima analisi ISTAT sulla lettura in Italia…

E’ ormai stata pubblicata quattro mesi fa, ma visto che è una di quelle cose di cui i mass media non è che parlino granché (forse proprio avendo cura di evitare di parlarne, eh! – ma sono il solito che pensa sempre male, lo so) e dato che ne ho parlato giusto ieri sera nella puntata #14 della stagione in corso di Radio Thule (trovate QUI il file in podcast della puntata), vi propongo il link per Senza nome-True Color-01scaricare La produzione e la lettura di libri in Italia, la ricerca statistica che l’ISTAT periodicamente effettua per “fotografare” lo stato del mercato editoriale nazionale con un focus particolare sulla domanda e la relativa offerta, ovvero con un punto di vista colto dalla parte del lettore, più che dell’editore.

Cliccate sulla copertina qui accanto per scaricare direttamente la versione integrale del documento in formato pdf. E’ una lettura veramente interessante e, sotto molti aspetti, illuminante. O ottenebrante… beh, diciamo che dipende con quale “intento informativo” lo vorrete leggere!
Nella sezione del sito ISTAT relativo alla ricerca potete anche trovare, oltre alla versione audio, la nota metodologica alla base della compilazione della stessa e le tavole relative.
Leggete, e meditate!