Dalle placche rocciose fra i massi, su cui stesi nei sacchi piuma attendevamo la notte, contemplavamo il Mont Velan, ricoperto dalla caratteristica e favolosa calotta bianca. A ovest, da dove venivamo, si profilava oltre le creste l’intero gruppo del Bianco, dove erano riconoscibili le singole cime a cui eravamo stati così vicini pochi giorni prima. Rivedere i monti lasciati da poche o molte tappe e scorgere in direzione opposta quelli che desideravo raggiungere faceva nascere in me un sentimento molto incoraggiante, che dipendeva dalla familiarità; era come se il viaggio mi permettesse di stringere o arricchire relazioni con personaggi non umani delle Alpi, dove ciascuno di essi testimoniava qualcosa di universale presente nella natura. Il permanere negli spazi aperti risvegliava un’arcaica propensione a percorrere la Terra per stringere alleanze; uno stimolo addormentato, e irriconoscibile, in chi vive protetto da muri e tetti. Le prime alleanze dell’uomo preistorico non potevano che essere con lo spirito presente negli elementi naturali e io sentivo rinascere in me quella propensione.
Tra le altre cose significative dice una verità ancestrale, Franco Michieli in questo brano: «Il permanere negli spazi aperti risvegliava un’arcaica propensione a percorrere la Terra per stringere alleanze; uno stimolo addormentato, e irriconoscibile, in chi vive protetto da muri e tetti». La stanzialità della razza umana è un “errore” che per ragioni funzionali abbiamo reso “ortodossia”: in realtà restiamo inconsapevoli animali nomadi e, in quanto tali, non possiamo non ricercare continuamente “alleanze” e relazioni con il mondo naturale che abbiamo intorno – anche quando in esso di “naturale” vi sia ormai ben poco. Non fare ciò significa annullare una parte fondamentale di ciò che siamo: qui sta l’errore, quantunque ignorato e incompreso eppure importante per le conseguenze che comporta. Anche se crediamo di essere semidei, assisi sulle nostre solide e inamovibili fondamenta, nel trascurare quella verità e quella pratica ancestrali, così ben evidenziate da Michieli, in effetti ci palesiamo come tra gli animali più ottusi che ci siano, ahinoi.
[Foto di Alex Guillaume da Unsplash]Qualche post fa vi ho proposto una sorta di dissertazione etimologica sull’origine dei vocaboli “essere/esistere”, e devo ammettere di trovare profondamente affascinante che per essa si possa rinvenire una giustificazione etnoantropologica – e architettonica – direttamente nella storia dell’umanità, ovvero nelle prime azioni attraverso cui l’uomo ha segnalato e sancito materialmente il proprio essere al mondo e nello spazio.
In quel post ho scritto che dalla radice indoeuropea “stal”, “stalk” si fanno derivare sia il termine “esistere/esistenza” che il termine “luogo”, e che il suo significato originare è porre nonché, per diretta derivazione e come sostantivo, posto. Inutile dire che, quando diciamo cose del tipo «ci si trova in quel posto» usiamo il termine proprio come sinonimo di luogo, di spazio determinato e identificato. Proprio in tema di identificazione dello spazio, e di conseguente identificazione e definizione dell’essere consapevole nello spazio, essa venne determinata agli albori della civiltà umana proprio con il porre un oggetto di ben riconoscibile materialità e consistenza cognitiva: i menhir, in assoluto uno dei primi contrassegni antropici nello/dello spazio. Segno “intelligente” di passaggio, di transito (quindi di essenza ed esistenza), primordiale marcatore referenziale, indicatore di orientamento, elemento di identificazione del territorio e, in forma primitiva ed elementare, primo segno architettonico. Il menhir veniva posto (verbo) in un certo punto dello spazio/territorio e dunque – vedi l’etimo citata – ciò creava un posto (sostantivo), dunque un luogo. Un ambito segnato, identificato, riconoscibile e nel quale riconoscersi – o riconoscere l’essenza/presenza altrui.
Insomma: i menhir sono stati tra i primi segni concreti sul territorio attraverso cui l’uomo ha sancito il proprio legame con lo spazio attraversato e vissuto, che nel Neolitico si stava costruendo attraverso il semplice tanto quanto (di nuovo) fondamentale esercizio del camminare – un’altra di quelle cose che tutt’oggi sottovalutiamo grandemente, in senso culturale, nonostante sia una pratica di gran moda e assai ispiratrice di decine di volumi al riguardo.
Fin da quanto i nostri antenati hanno capito che quelle due membra al di sotto della vita servivano – molto di più che le altre due sopra, da bipedi quali divennero – a spostarsi via via, con un po’ di esercizio, sempre più agevolmente, il camminare si è rivelato come (e assai meno banalmente di quanto sembri) la principale forma di esplorazione e quindi di conoscenza dello spazio che essi si trovavano intorno e col quale dovevano interagire: un metodo di arricchimento culturale del legame tra uomo e spazio che si andava costruendo e consolidando nel tempo. Non solo: la semplice pratica del camminare nello spazio/nel territorio ha rappresentato pure – come ho accennato poco fa – la prima forma di architettura della storia umana: quantunque indeterminata e solo “abbozzata” ma già, in nuce, atto di modificazione effettiva del territorio, di imprinting antropico attraverso tracce evidenti e presumibilmente durature nel tempo, dunque pure di appropriazione culturale dello spazio e di territorializzazione. Tracce che, in quei momenti primordiali, erano rappresentate da qualcosa che ancora oggi è elemento ben presente e caratterizzante lo spazio (non urbanizzato, soprattutto): i sentieri, le linee di passaggio impresse sul terreno indicanti i movimenti, i transiti umani, le attività, la vita – l’essenza e la presenza, nuovamente. Guarda caso (concedetemi questa piccola mania personale per l’etimologia delle parole), il termine ἀρχή (árche, “superiore”, “preminente”), che con τέκτων (técton, “ingegnere”, “costruttore”) forma la parola “architetto” (col significato di capo costruttore, dunque, dalla quale è derivata poi “architettura”), aveva nel greco antico anche il significato di “partenza”: un termine quindi parecchio legato alla presenza attiva nello spazio, al movimento consapevole in esso che, appunto, millenni fa era quello sostanzialmente intrapreso con la pratica del camminare. Nemmeno causale è l’evidenza che dal sentiero quale segno della presenza e del transito dell’uomo nello spazio nonché primigenia forma architettonica primaria è nata l’esigenza di marcare il territorio con qualcosa di architettonicamente più concreto e solido, pur tuttavia strettamente legato al nomadismo di quei primi uomini: proprio per questo vennero innalzati i menhir, evoluzione solida e rimarcabile da chiunque del legame concretizzato tra uomo e spazio.
C’è un altro aspetto interessante, che consegue da quanto ho affermato finora. Il menhir ha rappresentato – sempre in modo primitivo e del tutto elementare ma pure, nel principio, paradossale – anche una delle prime manifestazioni del bisogno di stanzialità (e di conseguente territorializzazione) dell’uomo primitivo nello spazio: un bisogno materializzatosi attraverso un segno architettonico, dunque di una pratica di organizzazione dello spazio tuttavia generatasi in un ambito di nomadismo quale conseguenza di esso e non, come verrebbe da pensare, antitetico ad esso. È stato grazie al moto nello spazio, insomma, che si è generata la società stanziale dell’uomo: e dal primo segno architettonico marcante, referenziante lo spazio e identificante il “luogo”, è derivata la vera e propria architettura, la scienza ingegneristica e ogni altra pratica di controllo razionale e di modificazione dello spazio – illuminante riguardo questi temi risulta il volume di Francesco CareriWalkscapes. Camminare come pratica estetica, dai quali l’autore parte per giungere a rivelare come la pratica del camminare possa essere persino considerata un esercizio estetico/artistico, come peraltro indicato da numerose avanguardie artistiche novecentesche fino alla contemporanea Land Art.
Un “paradosso” – se è possibile definirlo così, appunto – al quale dobbiamo gran parte dello sviluppo della nostra civiltà.
Respirare, gesticolare, muovere gli occhi, emettere suoni vocali, camminare… tutte cose naturali, per l’essere umano, e dunque automatiche, spontanee, istintive ovvero inconsce in senso lato, cioè delle quali non possediamo granché coscienza. Giustamente, d’altro canto, per come appunto siano gesti primari del nostro essere ciò che siamo e del vivere quotidiano che viviamo.
Eppure, dietro quel loro valore primario e ovvio si può celare qualcosa di ben più approfondito; qualcosa che ci riporta in modo diretto, e del tutto filosofico, all’origine stessa di ciò che siamo e della civiltà che abbiamo creato e sviluppato nei millenni. Il cammino, ad esempio: solo un semplice deambulare su due arti qui e là sulla superficie del pianeta? Oppure dietro la pratica del camminare c’è molto, moltissimo di più?
Domanda retorica, chiaramente – l’avrete senza dubbio capito nel momento stesso in cui ve l’ho posta e l’avete letta – e tuttavia dalle risposte molteplici, incredibilmente articolate e frequentemente sorprendenti, nonché illuminanti. Risposte che Francesco Careri struttura nel suo volume Walkscapes. Camminare come pratica estetica (Einaudi, 2006, prefazione di Gilles A. Tiberghien), arrivando addirittura a postulare che il camminare possa essere una pratica estetica, dunque per molti versi affine all’espressività artistica. Un’esagerazione? Niente affatto.
Careri inizia il suo cammino saggistico-letterario attraverso il principio stesso della civiltà umana…
Leggete la recensione completa di Walkscapes. Camminare come pratica esteticacliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!