Lino Banfi, l’Unesco, l’ItaGlia

«Credo che le commissioni fino adesso si siano fatte con persone che sono plurilaureate in questo, in quell’altro […] io voglio solo portare un sorriso dovunque.»

In effetti la notizia della nomina di Lino Banfi nella Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco sta facendo sorridere mezzo mondo.

D’altro canto Lino Banfi è uno dei più divertenti attori comici italiani, dunque sta reggendo benissimo il proprio ruolo nonostante la concorrenza degli altri, che stanno facendo ben più “ridere” seppur non si presentino come comici. Già.

(Nell’immagine: uno degli argomenti CUL-turali del quale Banfi potrebbe ben farsi garante, nell’ambito della suddetta Commissione Unesco.)

INTERVALLO – Champlas Janvier (Sestriere, Italia), “Il Girolibro”

Una rustica ma alquanto affascinante e altrettanto preziosa Little Free Library, o piccola biblioteca per il libero scambio di libri (il BookCrossing, in pratica) qui chiamata “Il Girolibro”, nella contrada alpina di Champlas Janvier, posta a 1784 m di quota nel comune di Sestriere.
In fondo i libri possono fare anche questo: donare vita(lità) anche alle più piccole e solitarie borgate di montagna. Una cosa assai preziosa, appunto.

P.S.: grazie a Franco Faggiani, che l’ha scovata e me l’ha fatta “scoprire”.

La “celeste” delatrice

Devo nuovamente “ringraziare” quei ladruncoli fascistoidi che a Roma, lo scorso mese di dicembre, hanno divelto e rubato le pietre d’inciampo delle famiglie ebree Consiglio e Di Castro, che ne ricordavano la deportazione e la morte per mano di fascisti e nazisti nella Roma occupata del 1944 – ne ho scritto qui. Pietre che qualche giorno fa sono state finalmente riposizionate ove vennero trafugate, in Via della Madonna dei Monti.

Li “ringrazio” perché, come già dicevo nel precedente post sul tema, grazie ad essi e al loro “impulso” ho voluto approfondire la conoscenza di alcune assai emblematiche vicende di quel periodo oscurissimo della storia italiana. Così, cercando maggiori notizie su chi furono i delatori della famiglia Consiglio, mi sono imbattuto in un’altra sconcertante vicenda: la storia di Celeste Di Porto, ragazza alta, slanciata, affascinante, bellissima – al punto da essere soprannominata “la stella di Piazza Giudìa” – ma, soprattutto, delatrice di almeno una trentina di ebrei romani poi deportati nei campi di concentramento nazisti o fucilati alle Fosse Ardeatine – sì che la fascinosa Celeste venne risoprannominata “la pantera nera”, nonostante fosse lei stessa ebrea. Il tutto per mero e bieco denaro: un ebreo maschio in età da lavoro valeva 5000 lire, una donna 3000, un bambino 1500.

Racconta la sua inquietante storia questo articolo (vi arrivate anche cliccando sull’immagine in testa al post), dal quale traggo un passaggio oltre modo significativo del personaggio – e d’una certa predisposizione di mente e di spirito che quelli come lei manifestavano a supporto delle proprie terribili azioni criminali:

Nel 1944 con la liberazione di Roma da parte delle truppe anglo-americane, Celeste Di Porto cambia nome e diventa Stella Martinelli. Si trasferisce a Napoli per non destare sospetti e ricominciare una nuova vita ma due ebrei romani che si trovano nella città partenopea la riconoscono e la fanno arrestare. Il 5 marzo 1947 inizia il processo in un clima di tensione altissima. Celeste ha sempre lo sguardo fisso, puntato sui suoi accusatori; non lo abbassa mai neanche quando dall’aula le gridano «A morte!». Il Pubblico Ministero chiede per lei 30 anni di reclusione in un tribunale incandescente. Il 9 giugno 1947, dopo otto ore di camera di consiglio, il giudice la condanna a 12 anni ritenendola colpevole di sequestro di persona e di furto dei gioielli che aveva sottratto alle sue vittime. Grazie all’indulto concesso nel febbraio 1948, il 10 marzo dello stesso anno lascia il carcere di Perugia da donna libera ed il 15 abbraccia la fede cattolica battezzandosi. Lo sdegno da parte della comunità ebraica è unanime, contro di lei comincia a circolare lo slogan «De Gasperi l’ha graziata, il papa l’ha battezzata.»

 

Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito (2° tempo)

P.S. – Pre Scriptum: nel suo bel blog Accendi la mente, Emanuele dedica una sua risposta, ed alcune interessanti osservazioni, al mio articolo Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito (cliccate sul link per leggerlo, se ve lo siete perso), nel quale disquisivo del rapporto non sempre “idilliaco” (eufemismo!) tra molte persone e l’arte contemporanea, sovente accusata – riassumo brutalmente i concetti per chiarezza e rapidità – di essere incomprensibile, troppo cervellotica, scarsamente dotata di autentico valore artistico ovvero frutto di mediocre talento, per così dire.
Di seguito potete leggere l’articolo/risposta di Emanuele e, successivamente, le mie contro-osservazioni, in un confronto di idee assolutamente intrigante per il quale non posso che ringraziare Emanuele di cuore.

Caro Luca,
ho letto con interesse il tuo articolo sull’arte contemporanea e ho deciso di risponderti con un post invece che con un commento. Iniziamo!
Io sono uno di quelli che dice “Quella roba lì la potevo fare anche io!“. Dietro questa frase semplicistica si snodano diversi pensieri (strettamente personali) che concorrono alla mia opinione sull’arte contemporanea. Eccone alcuni.
La prima caratteristica di un artista è la capacità di comunicare un messaggio attraverso l’opera senza intermediazioni. Messaggio che può variare a seconda di chi osserva poiché ognuno di noi interpreta in base al proprio costume ed alla propria sensibilità. Ciò rende molto personale il rapporto fra l’opera e chi la osserva.
Se si esclude la spiegazione dell’artista molte delle opere contemporanee risultano fredde ed imperscrutabili. La sensibilità del singolo fruitore non ha più valenza poiché deve essere guidata dal commento del critico.
Un’opera d’arte deve farmi provare qualche tipo di emozione o sensazione anche senza conoscere il motivo alla base della sua creazione.
In molte opere contemporanee tali sensazioni giungono solo dopo l’analisi del suo significato. L’emozione è quindi il risultato di un pensiero logico.
Un artista comunica soprattutto attraverso il proprio talento (appunto) artistico. Per essere artisti contemporanei esso non è un requisito necessario. Ad avere valore è quindi unicamente il messaggio.
Concludendo, per me l’arte è un insieme di talento e comunicazione. In quella contemporanea trovo più elucubrazioni mentali che talento. Per questo la considero più affine alla filosofia.
Non comprerei mai un taglio di Fontana, ma acquisterei volentieri un libro in cui mi spiega il significato di tale opera.

* * *

Caro Emanuele,
innanzi tutto grazie di cuore per la tua risposta così ben motivata al mio post – e grazie per avergli riservato una tale considerazione, ne sono molto onorato.
Le tue osservazioni sono del tutto comprensibili e, per certi aspetti condivisibili. In effetti entrambi mettiamo in evidenza, nella relazione tra l’opera d’arte contemporanea e il suo fruitore, l’importanza della sensibilità personale – sia dell’artista che decide di proporre pubblicamente la sua opera, che del fruitore. Sicuramente ce ne sono parecchi di casi di artisti che una tale sensibilità non la dimostrano granché ovvero (ed è anche peggio) la sottomettono ad altri fini più legati all’aspetto mercantile dell’arte contemporanea; d’altro canto non posso di nuovo non rimarcare come pure in molti che non capiscono/dicono di non capire l’arte contemporanea, o si dichiarano ostili ad essa, sia evidente una mancanza di sensibilità, a volte superficialmente preconcetta, altre volte legata a mera “indolenza intellettuale”, se così posso dire. Ma sai bene che da quando le avanguardie otto-novecentesche hanno definitivamente fatto tramontare (o quanto meno reso secondaria) la primaria percezione di matrice estetica dell’opera d’arte, dando prevalenza alla fruizione mentale e intellettuale più che a quella sensoriale ed emozionale, sono cambiati pure i paradigmi di riferimento al riguardo, ivi comprese (sovente per scelta precisa degli artisti) la stessa fruizione e la comprensibilità. Tale evoluzione in fondo è stata dettata anche dallo sviluppo culturale della civiltà umana, sempre più legato (nel bene e nel male) al pensiero logico, alla tecnica, al modo e alla necessità di comunicare messaggi sempre più densi e strutturati che tuttavia, alla fine dei conti, non possono (e non potranno mai, credo e spero) prescindere da quella sensibilità che entrambi abbiamo messo al centro della nostra discussione.
Posto ciò, e da qui, le nostre opinioni divergono: ove tu ritieni che la sensibilità del fruitore, e la relativa scaturente emozione, vengono fatte ostaggio del pensiero logico ovvero della mediazione esterna (alla sensibilità del fruitore, in primis) del critico, io ritengo che invece proprio la più ostica fruibilità del’arte contemporanea divenga elemento di accrescimento della sensibilità la quale, per essere “piena” com’è necessario che sia, in una situazione del genere, deve comporsi tanto di emozione quanto di ragione. In tal senso la figura del critico è preziosa al fine di strutturare in maniera piena e compiuta quella sensibilità, anche per non renderla “finita” nel momento in cui la fruibilità dell’opera possa dirsi, se possibile, “totale” ma facendola andare oltre – il che è un altro scopo dell’arte contemporanea, a mio modo di vedere: non fermarsi a sé stessa, non confinarsi al mero ambito delimitato dallo spazio-tempo della della relazione opera-fruitore ma necessariamente andare al di là. In fondo è il retaggio e l’evoluzione del taglio nella tela di Fontana, questo.
Dal mio punto di vista dissento anche su che per l’artista contemporaneo il talento artistico non sia più un requisito necessario. Secondo me invece lo è ancora di più, proprio perché a far fronte ad una eventuale mancanza di talento non c’è più la mera tecnica, ovvero la capacità di generare valenza estetica, con il conseguente “facile” apprezzamento pubblico, e dietro di essa nascondere la carenza espressiva e comunicativa. Che poi oggi l’artista debba pure essere un gran comunicatore è assolutamente vero in quanto ineluttabile: è il mondo che gira così (non solo quello artistico), se l’artista vuole mangiare del suo lavoro deve necessariamente comunicare. Ecco, qui egli può manifestare un utile “talento”: nel saper equilibrare bene messaggio e arte, necessità comunicativa e valore artistico, godimento pubblico e unicità di un prodotto “privato” frutto dell’ingegno personale quale è l’opera d’arte, facendo sì che le une cose non finiscano per soffocare le altre ovvero che trascendano il senso del termine “valore” dall’ambito dell’arte a quello del mercato.
Anzi, a proposito, e per concludere: pure io non comprerei mai un taglio di Fontana… costa troppo!!!
Grazie di cuore, caro Emanuele, per questa preziosa possibilità di dialogo che, al di là delle opinioni personali, mi dà modo di poter riflettere, ponderare e imparare intorno a un tema tanto vasto quanto affascinante!