Libertà è “licenziarsi” dalle schiavitù (Fëdor Dostoevskij dixit)

Nel mondo attuale per libertà s’intende la licenza, mentre la vera libertà consiste in un calmo dominio di se stessi. La licenza conduce soltanto alla schiavitù.

(Fëdor Dostoevskij, La soluzione russa del problema (febbraio 1877), in Diario di uno scrittore, traduzione di Evelina Bocca e Gian Galeazzo Severi, Garzanti, Milano, 1943.)

Il “mondo attuale” di Dostoevskij, nella citazione riportata, è quello di quasi un secolo e mezzo fa, eppure l’uomo in tutto questo tempo non ha capito cosa sia la vera libertà: ha preferito godere del permesso altrui di credersi “libero”, ovvero di avere licenza di fare ciò che da altri gli viene concesso di fare. Così oggi, in base agli stessi principi, l’uomo può pure essere “libero” di non sentirsi in schiavitù: un paradosso sconcertante tanto quanto incompreso. Il dostoevskijano “mondo attuale” è (ancora) oggi: una dimensione atemporale, in pratica, dentro la quale siamo prigionieri, incapaci di vivere liberi ovvero di poter realmente dominare noi stessi, fors’anche perché, ormai, troppo abituati ad essere dominati da altri.

Il vero viaggio

Il vero viaggio non è quello che ci porta a visitare i luoghi, ma quello grazie a cui sono i luoghi a visitare noi. Solo così possiamo dire di essere stati realmente in un luogo: quando il luogo è in noi, quando a “essere stato” è il luogo dentro di noi, essenza e presenza allo stesso tempo.

In tal modo, non si parte e non si arriva per un viaggio: siamo sempre in viaggio. E questa è una delle più grandi e belle fortune di cui si possa godere, nella nostra vita. Gratis, peraltro!

Non si comunica più, con tutto questo rumore (Emil Cioran dixit)

Da dieci o vent’anni non succede quasi più niente in ambito letterario. Esiste una marea di pubblicazioni, ma c’è una stagnazione spirituale. La causa di ciò è una crisi di comunicazione. I nuovi mezzi di comunicazione sono straordinari, ma provocano un immenso rumore.

(Emil Cioran*)

Dunque… Cioran morì nel 1995, dunque ben prima che i “nuovi mezzi di comunicazione” diventassero ciò che oggi sono, così come ben prima che l’editoria si palesasse per ciò che è ora. Eppure questa sua affermazione – risalente quanto meno a 22 anni fa, appunto – era già allora, ed è ancora oggi, “perfetta” in tutto.
Drammaticamente perfetta.

(*: citazione letta sul web, fonte ignota. Ogni indicazione al riguardo è gradita.)

Non c’è libertà di parola, senza libertà di pensiero (Sören Kierkegaard dixit)

L’uomo non fa quasi mai uso delle libertà che ha, come ad esempio della libertà di pensiero; si pretende invece come compenso la libertà di parola.

(Sören KierkegaardAforismi e pensieri, a cura di Massimo Baldini, traduzione di Silvia Giulietti, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995, pag.31.)

(© immagine: http://filosoficamente.altervista.org/)
Altrove, tale affermazione del grande filosofo danese l’ho trovata in questa forma: “Le persone chiedono la libertà di parola come una compensazione per la libertà di pensiero che usano di rado.” Forma che ne semplifica la comprensione, e che porta alla formulazione di una riflessione pressoché inevitabile, almeno quanto contemporanea: per poter motivatamente godere della libertà di parola, prima bisognerebbe adeguatamente coltivare la libertà di pensiero. Dacché se questa seconda libertà non viene realmente goduta e sfruttata con consapevolezza, la prima perde qualsiasi accezione di “libertà” per diventare una palese manifestazione di assoggettamento: al pensiero altrui (dunque indotto) ovvero a qualsiasi altra forma di asservimento intellettuale e culturale. D’altro canto, come scrisse Raymond Carver, “Le parole sono tutto quello che abbiamo perciò è meglio che siano quelle giuste”: dunque, se non le si pensa per bene attraverso il miglior strumento a nostra disposizione, ovvero una mente libera, difficilmente saranno così giuste.

Il formalismo nell’etica (Un racconto inedito)

(P.S. (Pre Scriptum!): è un racconto, il seguente, al momento ancora inedito, che tuttavia farà presto parte di una raccolta molto – e dico moooooolto – particolare di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e può essere che a breve ne saprete di più. Per intanto… buona lettura!)

L’uomo cammina verso casa intabarrato nello scuro impermeabile, lo sguardo sul marciapiede, la ventiquattrore nella mano destra, la sinistra nella tasca. E’ tardi, la riunione in ufficio si è protratta più del previsto – per fortuna è riuscito a prendere l’ultimo bus – e fa freddo; la bruma autunnale avvolge il viale che si insinua tra i palazzoni di periferia punteggiati di macchie luminose.
D’un tratto il suo sguardo viene attratto da un libro, lì sul marciapiede; probabilmente qualcuno l’ha perso, egli pensa. Lo raccoglie, guarda la copertina: Max Scheler, Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori. Un libro di filosofia, e pure di quella piuttosto ostica, suppone. Lo sfoglia un attimo, nota sulle pagine diverse sottolineature e appunti. Riprende a camminare verso casa col libro aperto tra le mani, pensando ancora che una tale lettura non possa che essere per qualche persona parecchio colta, e cerca di immaginarsi chi, tra i vicini, possa esserne il potenziale proprietario. In verità, così su due piedi non gli viene in mente nessuno.
Giunge all’angolo tra il viale e una strada secondaria, e qui il suo sguardo è invece attratto da una forte luminosità blu, inequivocabile. Tre auto della Polizia sono ferme sulla strada, gli agenti stanno procedendo a portare via alcune prostitute, non senza focose resistenze e scurrilità varie. L’uomo si ferma un attimo a osservare, il tutto avviene a pochi metri da lui. D’improvviso una delle prostitute, tenuta a braccio da due agenti che la spingono verso le volanti, gli punta gli occhi addosso. Indossa una voluminosa pelliccia e un paio di sandali argentati, per il resto si direbbe nuda.
“Ehi! Stronzo! Quello è il mio libro!” si mette a urlare con foga. “Ridammi il mio libro, ladro bastardo!” L’uomo non sa che fare.
Un agente lo guarda, poi lascia il gruppo e gli si avvicina.
“Lei… senta. Conosce quella donna, lei?” gli chiede.
“Io? N-no, assolutamente no!”
“E perché allora ha in mano un suo libro?” Dietro, la prostituta continua a reclamare coloritamente il volume.
“Beh, io… l’ho appena trovato, lì sul marciapiede del viale… era in terra.”
L’agente squadra l’uomo, poi osserva il libro, poi la donna.
“Beh, mi dia i suoi documenti, e venga un attimo alla volante.”
“Ma… scusi, io stavo solo passando sul viale e…”
“Venga, forza!” Lo sguardo dell’agente è eloquente; l’uomo, mestamente, si avvicina alla volante, il libro ancora tra le mani, la copertina fredda.