Giuseppe Culicchia, “Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità”

cop_misonopersoCredo che se avessimo la capacità di comprendere quanto di ciò che quotidianamente pensiamo, diciamo e facciamo è infarcito di luoghi comuni – in bene e in male, sia chiaro, anche se tempo soprattutto la seconda – avremmo pure la lucidità di restarne sconcertati. E se un tempo il luogo comune, quantunque spesso scaturente dalla più fantasiosa (quando non retriva) suggestione popolare, poteva contribuire alla saggezza popolare diffusa anche trasformandosi in proverbi, oggi pare che in esso si condensi la più superficiale incultura, quella che di frequente risulta alquanto antitetica ad una ordinaria meditazione intellettuale e, semmai, ben più affine a moti di pancia alquanto bifolchi i quali hanno trovato un nuovo e perfetto locus communis (la locuzione latina da cui deriva la definizione moderna) nel web e nei social.
Se tuttavia la capacità e la lucidità citate in principio di questo scritto non le possediamo – o ignoriamo di possederle – non potremo non apprezzare il notevole aiuto che in tal senso ci porge Giuseppe Culicchia con la sua ultima opera Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità (Einaudi, 2016) il cui sotto (o secondo) titolo appare fin da subito come il vero input programmatico del libro, sia perché ne spiega indubitabilmente la forma – un vero e proprio dizionario con, in rigoroso ordine alfabetico, centinaia di parole alle quali si associano altrettanti luoghi comuni oltre che svariati aneddoti autobiografici e non che l’autore racconta – e sia perché rimarca in modo ugualmente inequivocabile da cosa quei luoghi comuni derivano ovvero cosa denotano di chi li usa (continua…)

giuseppe-culicchia-a-chiasso-chiassoletteraria(Leggete la recensione completa di Mi sono perso in un luogo comune cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Degli zoo. O dei lager dell’intelligenza umana.

L’ultima volta che visitai uno zoo risale a moooolto tempo fa – vent’anni, almeno. Non li amavo nemmeno da piccolo, nonostante mi piacessero gli animali: ricordo d’esserci stato un paio di volte, non di più. Poi, quell’ultima volta, mi ci recai per volontà altrui ma tutto sommato contento di poter godere del fascino di creature meravigliose ammirabili in quel parco ove, un po’ ovunque, veniva decantata la grande attenzione che si poneva nella cura degli animali, il rispetto della loro natura selvaggia, la libertà – si, proprio così – di cui godevano… Fu una delle esperienze più penose e devastanti che abbia mai vissuto. Ricordo tutt’oggi come fosse allora lo sguardo di un miserabile orso bruno nella propria fossa, in piedi con le zampe al muro e uno sguardo disperato, che pareva implorare con gli occhi di essere tirato fuori di lì nel mentre che la gente ridanciana intorno gli gettava biscotti o altro cibo che lui ignorava. Era come osservare una di fronte all’altra due dignità di segno ormai opposto: una rivendicata e negata nella sua libera manifestazione, l’altra libera ma stupidamente condannata all’ignoranza. Me ne andai subito via, tornai all’ingresso del parco e lì aspettai che gli altri terminassero il loro giro. Decisi di non mettere mai più piede in un luogo di ignobile detenzione del genere, un vero e proprio lager che rendeva paradossale l’essenza della natura umana, presuntuosamente superiore e dominante sul pianeta ma in realtà malvagia come nessun’altra; da allora, inoltre, invito caldamente chiunque a non visitare gli zoo, luoghi che fino a cent’anni fa forse potevano avere un pur opinabile senso ma che oggi risultano non soltanto anacronistici ma del tutto indegni di una civiltà che si pretenda avanzata e dotata di etica. Non mi si venga a dire, inoltre, che gli zoo possano avere una qualche funzione didattica nei confronti dei bambini! Semmai instillano da subito nelle loro menti la presuntuosa potestà (autodecretata, ribadisco) dell’uomo di fare ciò che vuole di ogni altra creatura vivente del pianeta senza invece lasciare nulla della cultura legata alla vita sulla Terra e della conoscenza di chi la abita – e, inutile dirlo ma forse no, non ci siamo solo noi a questo mondo! Appunto: è una questione culturale. Una questione legata al concetto stesso di etica, di dignità, di rispetto del mondo che abbiamo intorno, di libertà in senso assoluto, di bellezza e importanza della libertà, di civiltà. Di correlazione tra noi e il pianeta, di comprensione circa ciò che noi siamo e ciò che sono tutte le altre creature, della necessaria armonia di cui la biosfera necessita per mantenersi sana – e mantenere sani noi. Quale sarebbe il primo e più semplice atto per far sì che i bambini possano amare, conoscere e rispettare gli animali? Non portarli in uno zoo, oppure – questione affine – in un circo che faccia “spettacolo” con animali ridotti con la forza a fare ciò che da creature libere non farebbero mai. È umano, tutto ciò? O, piuttosto, essere umani, nel senso più nobile del termine, significa proprio vivere in armonia con tutto ciò che umano non è?

La ONG inglese Born Free in questo periodo ha allestito una mostra fotografica itinerante nella quale viene documentato il lavoro delle fotografe Britta Jaschinski e Jo-Anne McArthur che, nell’estate di quest’anno, hanno girato gli zoo di alcuni paesi Ue fra i quali Italia, Francia, Germania, Danimarca e Regno Unito. Una mostra scioccante e opprimente, come potrete notare dalle immagini di essa che riproduco nella gallery lì sopra. Così si è espresso al proposito Daniel Turner, responsabile di Born Free per le campagne sugli animali in cattività: “Nonostante i progressi nella conoscenza delle singole specie e delle loro esigenze biologiche, molti animali negli zoo della Ue sono ancora tenuti in condizioni al di sotto degli standard. Born Free è convinta che questo sia inaccettabile e spera che questa raccolta di fotografie contribuirà a un maggior impegno per il miglioramento degli standard del benessere animale negli zoo europei“.
Sia chiaro, se già non lo fosse: non è una mera questione animalista. È, lo ripeto, una questione di cultura, intelligenza e dignità.

Cliccate qui per visitare il sito di Born Free oppure qui per saperne di più sulla campagna Zoo Check.

Alice ricomincia il suo viaggio: appuntamento a Chiari, domenica 6 novembre, ore 16.30!

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Alice riprende il suo viaggio!
Domenica 6 novembre, nell’ambito della 14a edizione della Rassegna della Microeditoria Italiana di Chiari – uno degli appuntamenti più importanti in ambito nazionale per il settore editoriale indipendente – alle ore 16.30 presso la “Sala del Conte” di Villa Mazzotti, storica sede dell’evento, presenterò Alice, la voce di chi non ha voce, il mio saggio sulla storia e la rivoluzione di Radio Alice, l’emittente «più libera e innovatrice di sempre» della quale, nel periodo compreso tra il febbraio 2016 e il marzo 2017, si celebra il quarantennale.
Alice, la voce di chi non ha voce, edito da Sensoinverso Edizioni, è un libro che vi racconta con dovizia di particolari la storia, l’avventura, l’entusiasmo, l’energia creativa, l’utopia e la rivoluzione della radio in modo altrettanto creativo e rivoluzionario (se così posso dire, e capirete perché lo dico leggendo il libro) oltre che, mi auguro, estremamente interessante, grazie anche a testimonianze inedite (tra cui quella di Valerio Minnella, uno dei “padri” della radio) e a un corredo fotografico ricco e alquanto rappresentativo di quel periodo così intenso e ribollente, nel bene e nel male. Un libro da non perdere, insomma, anche per capire meglio la storia recente d’Italia e, in fondo, di noi stessi che ne formiamo l’attuale società civile.

La Rassegna della Microeditoria Italiana è un weekend di cultura a tutto tondo e un’immersione nel fascino liberty di Villa Mazzotti Biancinelli, a Chiari. Anche l’edizione di quest’anno prenderà le mosse dalla produzione dei piccoli e medi editori italiani per creare dibattito con grandi nomi della cultura nazionale e presentazioni di libri intervallati da appuntamenti artistici e musicali. Il mix perfetto per un weekend d’autunno all’insegna della cultura e dell’arte, ma anche dello svago e dell’intrattenimento!
Curata dall’Associazione Culturale l’Impronta, in collaborazione con il Comune di Chiari e il patrocinio della Provincia di Brescia, della Regione Lombardia e della Consigliera provinciale di Parita’, la manifestazione ha luogo ogni Novembre a Chiari, in provincia di Brescia, presso la bellissima cornice di Villa Mazzotti. Le migliaia di visitatori delle passate edizioni testimoniano il successo crescente di un evento che, di anno in anno, incuriosisce sempre di più il pubblico grazie alle proposte particolari, raffinate e di nicchia, che vengono offerte durante la tre giorni.

Cliccate sull’immagine in testa al post per conoscere ogni cosa su Alice, la voce di chi non ha voce, oppure cliccate qui per visitare il sito web della Rassegna della Microeditoria con tutte le informazioni utili sull’evento.
Vi aspetto con Alice, dunque, domenica 6 novembre alle 16.30 a Chiari!

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 2a puntata della stagione 2016/2017 di RADIO THULE!

radio-radio-thuleQuesta sera, 24 ottobre duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 2a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE!
Una puntata dedicata ad un argomento assolutamente caldo – e, c’è da credere, sempre più bollente in futuro – dal titolo Web e privacy: mettiamo il “mi piace” oppure no? Un tema in costante progress, con notizie quotidiane non sempre positive, anzi, sovente inquietanti: ma in realtà, a prescindere dai soliti sensazionalismi mediatici, quanto è veramente sicura la nostra privacy mentre navighiamo sul web? Siamo effettivamente soggetti a pratiche poco chiare e ambigue quando non illegali ovvero a vere e proprie violazioni, e quanto ciò può essere anche colpa nostra? Cosa dariobonacinapossiamo fare per proteggere i nostri dati in maniera adeguata?
Ne parleremo con un ospite assai qualificato: Dario Bonacina, tecnico informatico, esperto di new technologies e cultura digitale, collaboratore di Agendadigitale.eu, in una puntata, insomma, che non può non interessare chiunque!
Dunque mi raccomando: appuntamento a lunedì sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Walden. Un nuovo magazine

Sta per nascere una nuova pubblicazione periodica – un magazine, appunto – semestrale che, dalle premesse, pare assolutamente affascinante. Si chiama Walden – come intuirete subito, il nome richiama direttamente il celeberrimo lago di Thoreau, e l’altrettanto celebre opera – e personalmente questo a me già basterebbe ma, in aggiunta, non posso non notare che tra i tanti contributors c’è gente come Davide Sapienza il che accresce le aspettative…
In ogni caso, Walden (o, nella forma estesa e compiutamente significativa, Walden. Wilderness / Awareness / Life / Development / Environment / Nature) sarà presentato al pubblico venerdì 21 ottobre alle ore 21.00 al Teatro Tempio di Modena. Nell’attesa – anche dello scrivente – c’è un sito web (con una mail per chiedere ulteriori infos) e una pagina facebook; c’è inoltre una bellissima copertina, quella del numero 0 lì sotto riprodotta (con una foto di Martin Rak) e, nel sito, c’è anche una presentazione di ciò che sarà Walden, che vi riproduco di seguito nella speranza che possa anche in voi nascere la curiosità e l’interesse per questa nuova avventura editoriale.

cop_waldenvirgolettePerchè Walden
In questi tempi di crisi, smarrimento e incertezza, non di rado si sente ripetere che solo un nuovo impulso all’economia, le ricette del libero mercato e il sostegno ai consumi potranno traghettarci in acque più sicure. Crediamo si tratti di una pericolosa illusione. Continuiamo imperterriti a ragionare secondo schemi superati, anestetizzati da continue informazioni che, anziché fornirci strumenti utili per decifrare il mondo, spesso finiscono per renderci apatici e ciechi di fronte alle contraddizioni del nostro tempo. “Produci, consuma, crepa”, recitava il testo di una canzone: alzi la mano chi non si riconosce, almeno in parte, in questa immagine. E allora proviamo a chiederci: siamo proprio certi che il modello che abbiamo seguito fino ad oggi sia ancora adatto alle sfide della contemporaneità? Siamo davvero convinti che potremo replicarlo indefinitamente, incuranti delle crescenti sperequazioni del mondo e dei danni che continuiamo ad arrecare alla Natura? Sempre di corsa, sovraesposti, iperconnessi e continuamente aggiornati, più aumentano le possibilità di comunicare e più diventiamo incapaci di dialogare. Forse vale la pena fermarsi e riflettere sul mondo che abbiamo costruito, sul rapporto che abbiamo con gli altri, sulle conseguenze delle nostre azioni sull’ambiente.
Un vecchio adagio recita “è meglio un passo nella direzione giusta che dieci in quella sbagliata”. In tempi frenetici come questi dovrebbe essere il nostro mantra. Quale strada seguire, allora? è una domanda complessa, che merita la nostra attenzione. Regaliamoci il lusso della lentezza. Abbiamo bisogno di ritrovare un senso di splendore, meraviglia e incantamento per il mondo. Di recuperare la nostra umanità. Discutere di modelli alternativi di sviluppo, ragionare sulle prospettive e gli scenari che ci attendono non deve ridursi a un vuoto esercizio intellettuale. La posta in gioco non è “solo” la tutela dell’ambiente o la “salvezza” dai cambiamenti climatici ma, per così dire, la nostra anima. Siamo convinti che urga una onesta, radicale messa in discussione di ciò che fino ad oggi abbiamo dato per scontato, per riappropriarci di ciò che un malinteso concetto di progresso ha tolto a noi e alla Natura. Da queste premesse nasce Walden. Abbiamo voluto realizzare un magazine dedicato ai temi dell’ecologia, della sostenibilità dello sviluppo, del pensiero ambientale. Una rivista immaginata prima e realizzata poi con l’intento di aiutare il lettore a “fermarsi”, riflettere, porre e porsi domande e interrogativi, generare dubbi. Come il lago che dà il nome al capolavoro di Thoreau, speriamo che queste pagine possano costituire un luogo della mente, ancor prima che uno spazio editoriale, in cui cercare ognuno per proprio conto coordinate e direttrici. Con l’aspirazione di contribuire a una “ecologia della mente” (per dirla con Gregory Bateson), oggi più che mai necessaria. Per farlo, abbiamo cercato linguaggi il più possibile trasversali e universali, affrontando temi apparentemente distanti: ecologia, filosofia, letteratura, cinematografia, economia, e molti altri. Abbiamo fatto del nostro meglio e ci auguriamo che troverete queste pagine interessanti e stimolanti. Siamo convinti che serva una visione d’insieme, un modo diverso e più consapevole di affrontare la complessità del mondo per poter essere ancora “capaci di futuro”. E Walden, nel suo piccolo, ha l’ambizione di evocare queste riflessioni e offrire spunti di approfondimento. Proprio per questo motivo parla al lettore curioso, stimolato da punti di vista alternativi, disposto a mettersi in discussione e in gioco.
Walden, in definitiva, nasce con lo scopo di comunicare in una maniera diversa e, speriamo, originale, la bellezza e la complessità del mondo, di parlare all’“anima” (al di là di ogni personale convinzione religiosa) delle persone, di toccarne le corde più profonde. Vuole essere un luogo di scambio, un’agorà virtuale in cui discutere, parlarsi, cercare di capire. Ci piace definirla una “rivista da meditazione”, come certi whisky invecchiati che invitano alla quiete e alla riflessione. L’obiettivo, ambizioso, è quello di contribuire a innescare un vero cambiamento di Gestalt, che ridefinisca il modo in cui percepiamo il mondo e ad esso ci rapportiamo. Non ci servono “altri beni”, ma un altro concetto di “bene”. Non serve perseguire un aumento del “benessere”, ma riappropriarci del significato del “ben essere”. Questa è la sfida che si pone Walden, nella piena consapevolezza che non vi sono compiti messianici da svolgere e che da sola una piccola rivista non potrà mai cambiare il mondo. Ma i tanti piccoli cambiamenti che possono innescarsi in ogni individuo sono senza dubbio il primo punto da cui partire per inventarci un mondo diverso. Più giusto e, ci auguriamo, anche più bello.