Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 2a puntata della stagione 2016/2017 di RADIO THULE!

radio-radio-thuleQuesta sera, 24 ottobre duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 2a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE!
Una puntata dedicata ad un argomento assolutamente caldo – e, c’è da credere, sempre più bollente in futuro – dal titolo Web e privacy: mettiamo il “mi piace” oppure no? Un tema in costante progress, con notizie quotidiane non sempre positive, anzi, sovente inquietanti: ma in realtà, a prescindere dai soliti sensazionalismi mediatici, quanto è veramente sicura la nostra privacy mentre navighiamo sul web? Siamo effettivamente soggetti a pratiche poco chiare e ambigue quando non illegali ovvero a vere e proprie violazioni, e quanto ciò può essere anche colpa nostra? Cosa dariobonacinapossiamo fare per proteggere i nostri dati in maniera adeguata?
Ne parleremo con un ospite assai qualificato: Dario Bonacina, tecnico informatico, esperto di new technologies e cultura digitale, collaboratore di Agendadigitale.eu, in una puntata, insomma, che non può non interessare chiunque!
Dunque mi raccomando: appuntamento a lunedì sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Walden. Un nuovo magazine

Sta per nascere una nuova pubblicazione periodica – un magazine, appunto – semestrale che, dalle premesse, pare assolutamente affascinante. Si chiama Walden – come intuirete subito, il nome richiama direttamente il celeberrimo lago di Thoreau, e l’altrettanto celebre opera – e personalmente questo a me già basterebbe ma, in aggiunta, non posso non notare che tra i tanti contributors c’è gente come Davide Sapienza il che accresce le aspettative…
In ogni caso, Walden (o, nella forma estesa e compiutamente significativa, Walden. Wilderness / Awareness / Life / Development / Environment / Nature) sarà presentato al pubblico venerdì 21 ottobre alle ore 21.00 al Teatro Tempio di Modena. Nell’attesa – anche dello scrivente – c’è un sito web (con una mail per chiedere ulteriori infos) e una pagina facebook; c’è inoltre una bellissima copertina, quella del numero 0 lì sotto riprodotta (con una foto di Martin Rak) e, nel sito, c’è anche una presentazione di ciò che sarà Walden, che vi riproduco di seguito nella speranza che possa anche in voi nascere la curiosità e l’interesse per questa nuova avventura editoriale.

cop_waldenvirgolettePerchè Walden
In questi tempi di crisi, smarrimento e incertezza, non di rado si sente ripetere che solo un nuovo impulso all’economia, le ricette del libero mercato e il sostegno ai consumi potranno traghettarci in acque più sicure. Crediamo si tratti di una pericolosa illusione. Continuiamo imperterriti a ragionare secondo schemi superati, anestetizzati da continue informazioni che, anziché fornirci strumenti utili per decifrare il mondo, spesso finiscono per renderci apatici e ciechi di fronte alle contraddizioni del nostro tempo. “Produci, consuma, crepa”, recitava il testo di una canzone: alzi la mano chi non si riconosce, almeno in parte, in questa immagine. E allora proviamo a chiederci: siamo proprio certi che il modello che abbiamo seguito fino ad oggi sia ancora adatto alle sfide della contemporaneità? Siamo davvero convinti che potremo replicarlo indefinitamente, incuranti delle crescenti sperequazioni del mondo e dei danni che continuiamo ad arrecare alla Natura? Sempre di corsa, sovraesposti, iperconnessi e continuamente aggiornati, più aumentano le possibilità di comunicare e più diventiamo incapaci di dialogare. Forse vale la pena fermarsi e riflettere sul mondo che abbiamo costruito, sul rapporto che abbiamo con gli altri, sulle conseguenze delle nostre azioni sull’ambiente.
Un vecchio adagio recita “è meglio un passo nella direzione giusta che dieci in quella sbagliata”. In tempi frenetici come questi dovrebbe essere il nostro mantra. Quale strada seguire, allora? è una domanda complessa, che merita la nostra attenzione. Regaliamoci il lusso della lentezza. Abbiamo bisogno di ritrovare un senso di splendore, meraviglia e incantamento per il mondo. Di recuperare la nostra umanità. Discutere di modelli alternativi di sviluppo, ragionare sulle prospettive e gli scenari che ci attendono non deve ridursi a un vuoto esercizio intellettuale. La posta in gioco non è “solo” la tutela dell’ambiente o la “salvezza” dai cambiamenti climatici ma, per così dire, la nostra anima. Siamo convinti che urga una onesta, radicale messa in discussione di ciò che fino ad oggi abbiamo dato per scontato, per riappropriarci di ciò che un malinteso concetto di progresso ha tolto a noi e alla Natura. Da queste premesse nasce Walden. Abbiamo voluto realizzare un magazine dedicato ai temi dell’ecologia, della sostenibilità dello sviluppo, del pensiero ambientale. Una rivista immaginata prima e realizzata poi con l’intento di aiutare il lettore a “fermarsi”, riflettere, porre e porsi domande e interrogativi, generare dubbi. Come il lago che dà il nome al capolavoro di Thoreau, speriamo che queste pagine possano costituire un luogo della mente, ancor prima che uno spazio editoriale, in cui cercare ognuno per proprio conto coordinate e direttrici. Con l’aspirazione di contribuire a una “ecologia della mente” (per dirla con Gregory Bateson), oggi più che mai necessaria. Per farlo, abbiamo cercato linguaggi il più possibile trasversali e universali, affrontando temi apparentemente distanti: ecologia, filosofia, letteratura, cinematografia, economia, e molti altri. Abbiamo fatto del nostro meglio e ci auguriamo che troverete queste pagine interessanti e stimolanti. Siamo convinti che serva una visione d’insieme, un modo diverso e più consapevole di affrontare la complessità del mondo per poter essere ancora “capaci di futuro”. E Walden, nel suo piccolo, ha l’ambizione di evocare queste riflessioni e offrire spunti di approfondimento. Proprio per questo motivo parla al lettore curioso, stimolato da punti di vista alternativi, disposto a mettersi in discussione e in gioco.
Walden, in definitiva, nasce con lo scopo di comunicare in una maniera diversa e, speriamo, originale, la bellezza e la complessità del mondo, di parlare all’“anima” (al di là di ogni personale convinzione religiosa) delle persone, di toccarne le corde più profonde. Vuole essere un luogo di scambio, un’agorà virtuale in cui discutere, parlarsi, cercare di capire. Ci piace definirla una “rivista da meditazione”, come certi whisky invecchiati che invitano alla quiete e alla riflessione. L’obiettivo, ambizioso, è quello di contribuire a innescare un vero cambiamento di Gestalt, che ridefinisca il modo in cui percepiamo il mondo e ad esso ci rapportiamo. Non ci servono “altri beni”, ma un altro concetto di “bene”. Non serve perseguire un aumento del “benessere”, ma riappropriarci del significato del “ben essere”. Questa è la sfida che si pone Walden, nella piena consapevolezza che non vi sono compiti messianici da svolgere e che da sola una piccola rivista non potrà mai cambiare il mondo. Ma i tanti piccoli cambiamenti che possono innescarsi in ogni individuo sono senza dubbio il primo punto da cui partire per inventarci un mondo diverso. Più giusto e, ci auguriamo, anche più bello.

Mirella Tenderini, “Le nevi dell’Equatore”

cop_nevi_equatoreCredo che se tutt’oggi si raccontasse a molta gente comune (definizione qui con accezione del tutto letterale e neutra, sia chiaro) che nel bel mezzo dell’Africa, lungo la linea dell’Equatore e dunque in una zona del mondo che immediatamente richiama alla mente caldo infernale, zone desertiche e savane, leoni, giraffe, elefanti e quant’altro di affine, vi siano montagne con cime innevate e ampi ghiacciai, in tanti storcerebbero il naso e non ci crederebbero granché.
In fondo, da questo punto di vista, la situazione non è cambiata molto da quasi 170 fa, quando i primi esploratori europei presero a raccontare di altissime montagne scintillanti di ghiacci eterni al centro del “continente nero”, venendo presi per visionari in preda ad allucinazioni da febbre malarica o cose del genere. D’altro canto, un po’ per lo stesso motivo, l’aura leggendaria che allora circondava le tre grandi montagne africane, Kilimanjaro, Kenya e Ruwenzori, resiste ancora adesso, continuando ad affascinare gli alpinisti contemporanei che decidono di calcarne le vette massime e nonostante anche lì sia in atto un regresso delle superfici glaciali che la collocazione geografica non rende meno drammatico di quello in corso sulle Alpi o ai Poli.
E’ un’aura leggendaria che affascina anche a distanza, anche chi legga della sua essenza seduto su una comoda poltrona a migliaia di chilometri di distanza dacché scaturente da una storia altrettanto leggendaria, nel bene e nel male, che Mirella Tenderini – una delle migliori scrittrici di alpinismo ed esplorazione in circolazione – narra ne Le nevi dell’Equatore (Alpine Studio, 2012; 1a ediz. CDA&Vivalda Editori, 2000).
In effetti la storia della conquista delle più alte montagne africane è assolutamente emblematica della parallela conquista – dovrei usare il termine “colonizzazione”, ma il primo credo renda meglio l’idea – della parte interna dell’Africa da parte degli europei, ovvero è assai significativa di quello storico travaglio che ha caratterizzato il continente tra Settecento e Novecento (e che continua tutt’ora)… (continua)

mirella-tenderini(Leggete la recensione completa di Le nevi dell’Equatore cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Anvedi er Premmio Strega!

strega2016bDunque Edoardo Albinati, con La Scuola cattolica, ha vinto lo Strega 2016.
Bene: complimenti!

Ora, posto quanto scrissi qualche settimana fa su cosa sia, oggi – o meglio: da un certo tempo – il Premio Strega, mi è tornato pure in mente ciò che in merito ai finalisti avevo letto ovvero ha scritto sul proprio profilo facebook un tot di tempo fa, dunque in tempi non sospetti, Giulio Mozzi – uno dei migliori scrittori italiani in senso assoluto: il che significa uno di quelli di maggior valore letterario, non di celebrità e/o vendite e/o presenza mediatica, eh! Ne riprendo qualche significativo passaggio:

Premio Strega: provincia romana.
Eraldo Affinati (nato a Roma, vive a Roma).
Edoardo Albinati (nato a Roma, vive a Roma).
Giordano Meacci (nato a Roma, vive a Roma).
Elena Stancanelli (nata a Firenze, vive a Roma da più di vent’anni).
Vittorio Sermonti (nato a Roma, vive a Roma).

Se volete piazzarvi allo Strega, cercate di nascere a Roma, o almeno di abitarci. Non è sufficiente, ma a quanto pare è necessario. Per chi possono votare, gli Amici della domenica, se non per gli amici? Per qualcuno che hanno incontrato cento volte in quella o quell’altra occasione? Peccato che ci sia tutta un’altra Italia, là fuori.

Non ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma mi permetto di denotare almeno un paio d’altre considerazioni, che reputo alquanto significative e una volta di più emblematiche dello stato dell’editoria nel nostro paese.
Prima considerazione: non c’è niente da fare, proprio niente di niente. Siamo il paese dei campanili e lo saremo sempre, anche in quegli ambiti verso i quali il classico atteggiamento campanilista italico è quanto di più discordante ci sia – a meno di pensare che la cultura non sia cosa universale e collettiva ma qualcosa dotato di valore circoscritto, che sia riconosciuto qui e non là o viceversa. E che si tratti di Roma, Milano, Torino o Moncenisio, la questione non cambia, inutile rimarcarlo.
Seconda (e ribadita) considerazione: continuo a non capire a cosa serva il Premio Strega, così come è concepito e messo in atto, per lo stesso motivo in base al quale non capirei il senso, per fare un esempio tra tanti, di un ipotetico campionato automobilistico nel quale gareggino 4 o 5 fuoriserie di proprietà di ricche e facoltose scuderie e un tot di utilitarie messe in gara da fervidi tanto quanto squattrinati appassionati. Insomma: nulla toglie che quelle fuoriserie siano (possano essere) delle gran belle macchine, ma che gareggino in tal modo è roba parecchio ridicola.
Che avesse ragione Umberto Eco quando, già parecchi anni fa, dichiarava che “il premio rischia di morire per mancanza di competizione”?
O forse aveva torto a sostenere ciò, perché lo Strega è sostanzialmente – ovvero nei suoi valori originari – già morto?
E se fosse morto il suo premio più importante e rinomato, come potrebbe stare il panorama editoriale nostrano?
Tutto ciò senza nulla togliere alla qualità letteraria dei romanzi finalisti del premio, sia chiaro. Anche perché, se tanto ci dà tanto, la qualità non conta troppo, pare, e non per decisione dei lettori.

(Come dicesse, il vincente Albinati: «No no, ma io non c’entro nulla, eh!»)
(Come dicesse, il vincente Albinati: «No no, ma io non c’entro nulla, eh!»)

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Il poeta è come un contadino a primavera (Henry David Thoreau dixit)

Poeta dovrebbe essere colui che sa piegare i venti e le correnti al proprio potere, affinché essi parlino per lui; colui che inchioda le parole al loro significato primitivo, come il contadino che ogni primavera ribatte nel terreno i pali dello steccato sollevati dal gelo; colui che sa risalire all’origine delle parole ogni qualvolta le usi, trapiantandole sulla pagina con la terra ancora attaccata alle radici; colui le cui parole sono così vere, forti e naturali da schiudersi come gemme all’annunciarsi della primavera, pur essendo rimaste mezzo soffocate tra due pagine ammuffite in una biblioteca; certo!, così da fiorirvi e generare frutti ogni anno per il lettore fedele, secondo la loro specie, e in armonia con la Natura circostante.

Henry David Thoreau, Camminare (Mondadori, Milano, 2009, pag.44.)

Thoreau-imageThoreau traccia qui una delle migliori e più profonde definizioni di “poeta” ovvero, in senso generale, di cosa significhi fare poesia. E non è un caso che la tracci lui, il filosofo trascendentalista del Walden e del ritorno alla Natura: perché se vi sono innumerevoli e sorprendenti affinità tra il camminare nei boschi e la scrittura letteraria, ve ne sono ancor di più se con quel cammino l’innocenza vegetale della Natura (ri)attivi “la magica virtù di rendere innocente colui che la contempli” – come scrisse Jean Starobinski proprio riguardo a Camminare, il saggio di Thoreau sul tema. Innocenza ovvero spontaneità, rigenerazione della propria naturale istintività senza più condizionanti sovrastrutture mentali e dunque ritorno alla massima sensibilità, percettività, reattività a ogni minima cosa che si ha intorno. Quella che è, in molti casi, la condizione più consona alla scrittura poetica.