Dino Buzzati e le folle motorizzate sulle Tre Cime di Lavaredo

[Foto di Alessio Furlan su Unsplash.]
A proposito della citazione, che ho pubblicato qui, di quel sagace brano di Giovanni Cenacchi tratto da Dolomiti cuore d’Europa nel quale ipotizza a modo suo la sparizione delle Tre Cime di Lavaredo “consumate” dal turismo di massa, a qualche lettore sarà tornato alla mente un altro brano celeberrimo con protagoniste le Tre Cime – icone dolomitiche assolute, d’altro canto – firmato dal grande Dino Buzzati e pubblicato sul “Corriere della Sera” il 5 agosto 1952, dunque ancor più profetico rispetto a certi impatti del turismo contemporaneo sulle montagne, il cui senso peraltro è valido in generale rispetto alla frequentazione turistica che i territori montani subiscono.

Vi ripropongo di quell’articolo il passaggio che Buzzati dedica in particolar modo alle Tre Cime e per ciò risulta parecchio affine allo scritto di Cenacchi (che risale al 1998), affinché possiate convenire con me su quanto sia premonitore, emblematico e da meditare per bene. L’intero articolo originale lo potete trovare in questo editoriale nel sito di Mountain Wilderness.

Lassù dunque passerà la strada. Ciò che oggi costa ore di fatica, si avrà con qualche litro di benzina. I «motorizzati» si fermeranno ad osservare con ironici sorrisetti di pietà – e non avranno bisogno di binocolo data la minima distanza – quei pochi disgraziati senza senno che ancora si ostineranno a inerpicarsi su per le muraglie spaventose. All’attacco della parete nord della Grande, sotto lo strapiombo smisurato, ci sarà un caffè con sedie a sdraio perché i turisti possano seguire i rocciatori senza la necessità di un torcicollo. Tra i ghiaioni, nel cuore del santuario, risplenderanno le colonnette di benzina, cartelloni giganteschi a gloria di dentifrici e carni in scatola rallegreranno gli occhi intimoriti dalla solennità cupa delle rupi, e non c’è dubbio che Forcella Lavaredo sarà il clou della tappa dolomitica del Giro, con premio di traguardo e sesquipedali scritte in minio inneggianti a Fausto Coppi (se ci sarà ancora).
Evviva dunque! Si lamenta, ed è voce sacrosanta, che le genti alpine siano abbandonate. Fatta eccezione per Cortina, il Cadore fa una vita grama. Una delle popolazioni più sane e belle del nostro Paese non sa come campare. E la strada delle Cime di Lavaredo – si afferma –, questa strada che diventerà famosa in tutto il mondo, porterà migliaia e migliaia di turisti. Al paragone, gli altri percorsi dolomitici spariranno addirittura. Verranno dunque forestieri in folla, si apriranno nuovi ristoranti, alberghi, chioschi, garages, eccetera. Molta gente insomma avrà da lavorare che adesso non lavora. E’ vero. Ma si può citare la storia di quel tale, che, il latte della mucca non bastando alla famiglia, ebbe la bella idea di macellarla. Sì, moglie e figli si ingozzarono di carne. E dopo? Verranno sì lunghissimi cortei di macchine italiane e forestiere, verranno franchi, dollari e sterline. E dopo? Si è sicuri che dopo il conto torni?

Un presentimento d’amore

[Foto di Dino Reichmuth su Unsplash.]

Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore.

[Dino Buzzati, Un Amore, Mondadori, 1a ed. 1963.]

Il nuovo Calvino? C’è, forse, ma tanto non si vede…

conformismo-143853Tempo fa avevo scritto un articolo intitolato “Il problema è che non ci sono più grandi scrittori” (lo trovate da diverse parti, ad esempio qui) nel quale disquisivo su come il panorama letterario nazionale non fosse più così ricco di grandi scrittori, appunto, come solo qualche decennio fa: su come non vi fossero più in circolazione dei Calvino, dei Buzzati, dei Gadda e così via, e come fosse un’inesorabile e quasi antropologica conseguenza dello stato generale della società contemporanea e delle sue storture (di varia natura, non solo editoriali e/o culturali in genere), dalla cui realtà non potesse e non possa che scaturire una certa letteratura, ad essa consona nel bene e, soprattutto, nel male.
Una nuova chiacchierata con alcuni amici sul tema mi ha fatto riflettere e, per così dire, ribaltare la questione e i fattori che la caratterizzano, ponendoli sotto una diversa luce: e se dei nuovi Calvino, Buzzati, Gadda eccetera ci fossero e fossero pure più bravi degli originali, ma non sapessimo scorgerli e riconoscerli? Ovvero: se la nostra società contemporanea, così ricca di tutto e del suo contrario, così ribollente di informazioni al punto da non darci nemmeno il tempo e la possibilità ci coglierle – o se noi, sempre più afflitti da analfabetismo funzionale di gravità crescente, non ne fossimo più capaci – e così caotica, omologante, massificante, appiattente, ci impedisse appunto di intercettarli e di riconoscerne le qualità?
Sia chiaro: è come se stessi chiedendo dell’esistenza dell’acqua calda. Non sto scoprendo nulla, insomma, tuttavia l’evidenza che il mondo odierno agisca sempre più di frequente da agente conformante ovvero livellante (verso il basso, molto in basso spesso!) qualsiasi sua peculiarità pubblica e condivisa è ormai talmente ordinaria e palese da rischiare d’essere totalmente ignorata, anche da chi invece dovrebbe nei suoi confronti rappresentare un elemento opposto e agire di conseguenza – ad esempio proprio l’editoria, se volesse realmente essere di qualità come sovente proclama e si decidesse a tornare a fare talent scouting piuttosto di rincorrere il più facile (e insulso) guadagno per la gioia dei soli azionisti di riferimento (e alla faccia della cultura). Se a tale situazione si unisce pure il totalitarismo consumistico verso il quale il mercato è stato ormai da tempo dirottato – purtroppo anche in ambito culturale – con una dominanza quasi assoluta della quantità a discapito di qualsivoglia qualità, lo stato di fatto forse vi risulterà ancora più chiaro. E drammatico.
Non sono i mezzi coi quali un bravo autore può farsi notare che mancano, anzi: quelli grazie alle nuove tecnologie e al web sono anche aumentati. Il problema è che si può anche suonare meravigliosamente un preziosissimo Stradivari, ma se tutt’intorno il caos, il rumore, lo sberciare di massa, le stonature di innumerevoli musicanti da strapazzo coprirà tutto quanto, in aggiunta all’incapacità dei più di capire le doti di chi sappia suonare così bene, anche il talento più cristallino finirà per confondersi nella massa generale, per esserne coperto, nascosto – e probabilmente per essere ignorato da chi dovrebbe invece sostenerlo, a sua volta assordato dal frastuono generale.
E’ una situazione paradossale, converrete, che in fondo rispecchia quel principio che recita “tanta scelta, nessuna scelta”: cioè, troppe cose a disposizione, troppo caos, poca capacità (propria o indotta) di discernimento, pochi (o nessun) aiuto esterno in tal senso. Così, oggi si potrebbe come mai prima d’ora avere gli strumenti per effettuare la miglior cernita tra alta e bassa qualità, tra ciò che soddisfa la mente e ciò che sazia soltanto la pancia, tra quanto può elevarci intellettualmente e quanto invece ci degrada, e invece non lo sappiamo più fare. Danneggiando in tal modo non solo la produzione culturale di valore, ma pure noi stessi e le nostre possibilità di evoluzione intellettuale e sociale.
Cosa fare per risolvere questa così inquietante situazione? Beh, io credo che dovremmo innanzi tutto ricominciare a pensare con la nostra testa e smetterla assoggettarci a scelte e imposizioni altrui. Cosa che, me ne rendo conto, è più facile a dirsi che a farsi, ahinoi. Non pensare è quanto di più comodo ci sia, e ormai da decenni la nostra società ci offre uno stile di vita che risponde al motto “divertiti, che al resto pensiamo noi!” – coi bei risultati che ci ritroviamo a subire, ora.
Poi è chiaro che, a fronte di qualsiasi massificazione, la prima cosa da mettere in atto sarebbe un moto contrario, di “de-massificazione” ovvero di razionalizzazione e di diversificazione dell’offerta culturale – o di ciò che viene spacciato per essa e invece non lo è affatto, e non serve citare in tal senso molti libri che intasano scaffali di librerie e primi posti di classifiche di vendita dei quali, sia quel che sia, ma non sono opere culturali come invece la letteratura è e sempre deve (dovrebbe essere).
Azione altrettanto ostica ma certamente più pratica, sarebbe invece quella di svincolare la produzione culturale da qualsiasi meccanismo tipicamente capitalistico/consumistico, ovvero dalle regole tipiche – e oggi tipicamente distorte – dell’industria a mero scopo di massimo lucro. Pensare a un editore che agisca imprenditorialmente come un produttore di meri beni di consumo è forse comprensibile dal punto di vista del mercato contemporaneo ma assurdo e ipocrita da quello del senso stesso della sua impresa. E ciò non perché l’editore non possa mirare ad un proprio lucro, ci mancherebbe: semmai perché il lucro per un produttore di cultura non può essere lo scopo fondamentale del proprio lavoro! Lo so, sono concetti idealistici e alquanto utopistici, oggi, fatto sta che, di contro, l’evidenza che siano talmente ignorati dal mercato culturale provoca danni sempre peggiori: e la stessa costante se non quasi cronica contrazione della lettura di libri e del numero di lettori io credo sia (anche) un’ennesima conseguenza di quanto sopra.
In fondo, una delle meravigliose peculiarità che offrono i libri è proprio la totale diversificazione della scelta a disposizione e delle emozioni che sanno far scaturire. Il concetto stesso di “massa uniforme” non può essere nemmeno lontanamente assimilabile al mondo del libro. Cerchiamo, per quanto ci è possibile, di non essere complici d’un tale drammatico attentato alla cultura e, inevitabilmente, alla nostra stessa identità intellettuale.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

P.S.#2: un grazie particolare a Tersite, che ha indirettamente ispirato questo articolo.

Ciò che realmente ci distingue dalle bestie da sempre – e, si spera, per sempre… (Dino Buzzati dixit)

Buzzati_photo_smallLe storie che si scriveranno, i quadri che dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze e incomprensibili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell’uomo, la sua autentica bandiera (…) Quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell’atomica, dello Sputnik, dei razzi intersiderali. E il giorno in cui quelle idiozie non si faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne.
(Dino Buzzati, Il mago in Il Colombre e altri cinquanta racconti, Mondadori, 1a ed.1966)

Ha ragione, Buzzati: sono quelle cose che a volte molti considerano idiozie a distinguerci – non a renderci più intelligenti, che tale pretesa è pura arroganza ovvero concreta ignoranza, ma a distinguerci, questo sì, dalle “bestie”. Sperando appunto che gli uomini non perdano questa loro preziosa prerogativa, e ancor più che non la corrompano al punto da renderla prova evidente, essa stessa, di primitiva miseria e cavernicola incultura. E a notare certe cose pseudo-artistiche spacciate per “capolavori” o quasi e così imposti al pubblico (ma che con l’arte, visiva, letteraria, musicale o che altro hanno meno a che fare di un diavolo in paradiso), viene purtroppo il dubbio che quel rischio paventato lo si stia correndo veramente…