Respirare, gesticolare, muovere gli occhi, emettere suoni vocali, camminare… tutte cose naturali, per l’essere umano, e dunque automatiche, spontanee, istintive ovvero inconsce in senso lato, cioè delle quali non possediamo granché coscienza. Giustamente, d’altro canto, per come appunto siano gesti primari del nostro essere ciò che siamo e del vivere quotidiano che viviamo.
Eppure, dietro quel loro valore primario e ovvio si può celare qualcosa di ben più approfondito; qualcosa che ci riporta in modo diretto, e del tutto filosofico, all’origine stessa di ciò che siamo e della civiltà che abbiamo creato e sviluppato nei millenni. Il cammino, ad esempio: solo un semplice deambulare su due arti qui e là sulla superficie del pianeta? Oppure dietro la pratica del camminare c’è molto, moltissimo di più?
Domanda retorica, chiaramente – l’avrete senza dubbio capito nel momento stesso in cui ve l’ho posta e l’avete letta – e tuttavia dalle risposte molteplici, incredibilmente articolate e frequentemente sorprendenti, nonché illuminanti. Risposte che Francesco Careri struttura nel suo volume Walkscapes. Camminare come pratica estetica (Einaudi, 2006, prefazione di Gilles A. Tiberghien), arrivando addirittura a postulare che il camminare possa essere una pratica estetica, dunque per molti versi affine all’espressività artistica. Un’esagerazione? Niente affatto.
Careri inizia il suo cammino saggistico-letterario attraverso il principio stesso della civiltà umana…
Leggete la recensione completa di Walkscapes. Camminare come pratica esteticacliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!
Sovente si vede in giro, quella citazione di autore (pare) anonimo, sui muri delle città italiane. Viene da chiedersi se chi l’abbia diffusa un po’ ovunque ne comprenda il senso o se, viceversa, la piazzi qui e là sui muri come vengono piazzate innumerevoli altri frasi più o meno suggestive, per il mero gusto di farlo e senza capirle.
Ma voglio credere alla prima che ho detto. Perché, in tutta la sua semplicità, quella è una verità sacrosantissima. Ciò che sa dirci, darci, spiegarci, esprimerci, farci vedere (di visibile e di invisibile), indicarci, manifestarci, decifrarci, insegnarci, illuminarci l’arte – quella contemporanea soprattutto, forse solo qualche dozzina di volumi scritti saprebbero fare e non sempre, ovvero, in mancanza di questi, veramente servirebbero troppe, troppe, troppe spiegazioni.
È veramente un peccato, di contro, che troppa gente invece preferisca sentire “spiegazioni” che mai ascolterà, rinunciando a farsi stupire dalla forza espressiva dell’arte per mera mancanza di spirito, di sensibilità, di apertura mentale, di reattività intellettuale. Costoro ricercheranno spiegazioni quasi sempre fornite da chi non avrebbe titolo, diritto e capacità di fornirle, spesso attraverso i media generalisti, con profluvi di parole per gran parte inutili, vuote di qualsiasi senso e sostanza, gettate al vento soltanto per fare rumore – possibilmente più rumore di chi altri starà facendo la stessa cosa, in un crescendo cacofonico che, alla fine, riuscirà a soffocare persino quelle rare parole che, se mai vi saranno, sarebbero potute servire per capire.
Invece, non capendo ciò, probabilmente essi non capiranno mai nulla di nulla.
Di contro, l’arte non chiede nemmeno di essere “capita”, in fondo. Chiede un dialogo, semmai, la possibilità di conversazione, di confronto, ovvero chiede solo la disponibilità a ciò. Se questa c’è, verrà certamente anche la comprensione, e con essa verrà la similare comprensione di quel mondo e di quella realtà, o di quell’utopia o fantasia o che altro, che l’arte comprende (doppio senso non casuale) nelle sue opere. Tutto ciò rende l’arte il mezzo più fenomenale, rapido e fondamentale per capire il mondo in cui viviamo, nonché per immaginarne ciò che non vediamo, sia in senso fisico che metafisico. E senza bisogno di troppe parole, troppe ciance, troppo sproloqui – troppe spiegazioni che non spiegheranno mai tutto quello che dovrebbero spiegare, o forse non lo spiegheranno mai, per nulla.
Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana. La parola di oggi è:
E’ una vita costruita sempre più sulla base della fobìa, la nostra contemporanea, ovvero di innumerevoli paure, timori, apprensioni, terrori, allarmi – alle cui peculiarità viene ridotto tutto ciò che non è “ordinario”. Una società che impone di perseguire fini di sicurezza e di autostima pressoché assoluti – almeno tanto quanto esteriori e superficiali – di contro ha ormai da tempo attivato un meccanismo di produzione di fobìe sfrenato e inarrestabile, il quale non solo annienta rapidamente qualsiasi certezza (rendendola, ove si manifesti, parecchio ridicola) ma pure indebolisce tremendamente la società e la sua consapevolezza culturale. Ci rende simili a bambini spauriti i quali, per la paura dell’uomo nero che ci dicono sia nascosto dell’angolo più buio sella stanza, ci obbliga a ripararci sotto le coperte piuttosto che fare il gesto più semplice e logico: accendere la luce.
Ma, forse, sarebbe meglio dire ci rendono simili: perché – lo dice la definizione stessa – le fobìe obbligano a determinati comportamenti, sovente di irragionevole fuga o nascondimento dalla paura suscitata, dacché non possono essere dominate. Se non da chi le genera e le diffondead hoc, dominando poi di conseguenza chi ne prova il timore, naturalmente.
Magari su The Floating Piers, l’installazione galleggiante di Christo sul Lago d’Iseo, avranno pure ragione Philippe Daverio («Una baracconata!»), Vittorio Sgarbi («Operazione masturbatoria!») e quelli che la pensano come loro. Però, in tutta franchezza, tale frequente comportamento da spocchiosi bambini dell’asilo dei “grandi” critici e curatori d’arte (celebri, celebrati ma a volte, pare, un po’ deceRebrati!), pronti a esaltare i propri artisti (anche quando siano delle palesi nullità) e di contro a disprezzare quelli degli altri (anche quando siano dei palesi talenti) è a mio parere tanto sconcertante quanto irritante.
Per intenderci: da chi è curata The Floating Piers? Da Germano Celant, appunto uno (cioè, un altro) dei più importanti curatori italiani. Guarda caso ancora abbastanza fresco di acidissima polemica (un paio d’anni fa, vedi qui) con Daverio, nonché da sempre rivale di Achille Bonito Oliva– fin dai tempi della “contrapposizione” (ovviamente più strumentale che tecnica) tra Arte Povera e Transavanguardia – al quale Bonito Oliva sta sulle scatole Francesco Bonami, che più volte ha polemizzato con il citato Daverio ma pure con Sgarbi, che non sopporta il suddetto Bonito Oliva e tanto meno Celant… eccetera, eccetera, eccetera.
Di polemicucce infantili come queste l’arte contemporanea degli ultimi decenni abbonda e, senza alcun dubbio, se ne insozza non poco, dacché sono cose tremendamente patetiche, quando non ridicole. Ciance con cui personaggi altrimenti di grande prestigio e meritorio apprezzamento si riducono a fare le acide e spocchiose primedonne per qualche riga di visibilità in più sui giornali o qualche manciata di secondi nei servizi dei TG, dimenticandosi peraltro che essi, del mondo dell’arte in generale e di quella contemporanea in particolare, dovrebbero essere i migliori ambasciatori, non i più i più grotteschi rappresentanti. Nel frattempo, alle spalla e alla faccia di tutti quanti, la mediocrità avanza e conquista il “gusto” comune, anche in campo artistico.
Ricordo sempre, con tutta la sua valenza imperitura, la definizione data dall’amico Cristiano Calori di certi personaggi che battono e infestano l’arte di oggi, critici d’arte a ritenuta d’acconto. Gente che, molto banalmente tanto quanto drammaticamente, parla bene di un artista (a prescindere dalla sua qualità ovvero dalla sua eventuale nullità) se ha un tornaconto da riscuotere, altrimenti, al contrario, ne parla male. Il valore e la qualità dell’arte non interessano più di tanto, appunto, semmai contano la visibilità, l’influenza “politica” sull’ambiente, la polemica strumentale e funzionale alla propria immagine nonché qualche buon tornaconto materiale, come detto.
Beh, forse è il caso che il mondo dell’arte contemporanea impari a fare un po’ a meno di tali personaggi, soprattutto quando sono in modalità “sbruffonaggine”. Anche perché, forse, li sta sopravvalutando fin troppo: in fondo, giusto per citare un altro grande critico – ma americano, stavolta, Jerry Saltz: «I critici d’arte non possono fare o disfare un artista. Credetemi, io ci ho provato…»
8 agosto 1991, la nave “Vlora” attracca a Bari.Molti di voi ricorderanno (vedi sopra) le navi stracariche di albanesi che, vent’anni fa, giungevano sulle coste dell’Adriatico fuggendo dal collasso politico e sociale del paese balcanico, ridotto allo stremo da mezzo secolo di dittatura comunista isolazionista.
Dopo due decenni l’Albania non è certo diventata la Svizzera e numerose questioni socio-politiche sono ancora aperte, tuttavia, considerando lo stato in cui era, si può pure affermare che sotto molti aspetti abbia fatto passi da gigante nel proprio processo di modernizzazione – anzi, in certi casi il paese si sta dimostrando vivace e avanguardista come le più avanzate nazioni europee.
Credo che una buona parte del merito di questo rapido procedere verso il presente e il futuro dell’Albania possa essere imputato a Edi Rama, attuale premier e, dal 2000 al 2011 sindaco della capitale Tirana nonché – anzi, soprattutto – artista. E in quanto tale, dunque da non politico ovvero da persona intendente il mondo attraverso filtri e visioni differenti rispetto a qualsiasi esponente della politica “classica”, ha saputo fare cose per la propria città a dir poco eccezionali, nella sostanza e ancor più nella forma cioè nel concetto che vi ha posto alla base.
Edi Rama.Tanto per dire, così Rama ha descritto il proprio incarico amministrativo:
“È il lavoro più eccitante del mondo, perché bisogna inventare qualcosa e lottare per una buona causa tutti i giorni. Essere il sindaco di Tirana è la più alta forma di conceptual art. È arte allo stato puro.”
Beh, voglio dire: parole che mai potremo sentire da qualsivoglia politico “ordinario” – e non voglio riferirmi a quelli nostrani, anche se per non farlo devo mettercela tutta.
Una delle iniziative più particolari messe in atto da Rama durante il suo mandato di sindaco, e alla fine più genialmente efficaci, è stata la cromatizzazione della città. Dopo anni di caos edilizio, dovuto alla troppo veloce urbanizzazione della capitale, Rama ha avviato un processo di regolazione urbanistica di Tirana legato a concetti prettamente artistici. Così, nonostante il passato dittatoriale e la povertà incombente di quei primi anni Duemila, il sindaco ha saputo ridare luce al grigiore cittadino con l‘introduzione del “Piano Colore”: le facciate di grigio cemento dei tetri palazzoni comunisti sono state trasformate in una tavolozza di brillanti colori e, nel loro complesso, in una passeggiata multicolore, in grado di creare una sorta di nuovo paesaggio e di camuffare le forme opprimenti dei casermoni dell’epoca stalinista.
In questo modo Tirana è diventata un esempio concreto di come si possa affrontare il problema degli insediamenti informali e socialmente degradanti – presenti un po’ ovunque e non solo in Albania, inutile denotarlo – migliorando la città, l’intero ambiente urbano nonché, inevitabilmente, la qualità di vita diffusa. Inoltre, altrettanto inevitabilmente, l’azione di Rama ha avviato un circolo virtuoso grazie al quale negli anni successivi sono sorti numerosi nuovi palazzi con vetrate e ampie terrazze e si sono aperti locali trendy, caffè e negozi di lusso. La rinascita è tutt’ora in atto ed è evidente a tutti: una rinascita sospesa tra modernità e tradizione, tra caos e ordine, tra colore e monocromia, che non può nascondere i problemi ancora presenti ma che può fare tantissimo per agevolarne la soluzione (e questo ottimo libro di Andrea Bulleri racconta proprio la rinascita di Tirana attraverso le numerose nuove architetture, sovente d’avanguardia, costruite o di prossima realizzazione – vedi qui sotto qualche esempio.)
Tutto ciò per dire, insomma, che Edi Rama non solo ci ha dimostrato – e ci dimostra – cosa debba fare un buon politico – ovvero amministratore della cosa pubblica, senso fondamentale tanto quanto pressoché dimenticato (per dolo) da tanti politicanti – ma pure, a mio modo di vedere, come la politica contemporanea, troppo spesso impantanata in biechi giochi di potere, mire ed interessi truffaldini, presunzioni sovente ben poco lecite e malaffari vari e assortiti, abbia forse una possibilità di salvezza – e di salvare pure ciò che amministra, cose e persone incluse – attraverso una rinnovata concezione di essa che prenda spunto da ideali e basi totalmente diverse e miri a obiettivistra-ordinari. Una politica dotata d’una base culturale magari pure apparentemente avulsa dalla relativa pratica ordinaria, appunto, ma – probabilmente se non sicuramente – ben più virtuosa, efficace, illuminante, innovante. E appunto ci dimostra pure, Edi Rama, che a usare la cultura si possono fare cose così grandi che mai nessuna pratica politica saprà ugualmente realizzare.
Non è cosa da poco, converrete. Ed è significativo che un tale “insegnamento” ci arrivi da quell’altra sponda dell’Adriatico che, solo qualche lustro fa, ci pareva un Vaso di Pandora spalancato verso di noi dal quale scaturivano soltanto miseria, disgrazie e calamità.
P.S.: le immagini sopra pubblicate sono tratte da questo articolo sul tema di Artribune. Per saperne di più cliccateci sopra.