L’eternità nera e imperscrutabile d’intorno… (Knut Hamsun dixit)

“E intorno a me covava sempre la stessa oscurità, quella stessa eternità nera e imperscrutabile, contro la quale si inalberavano i miei pensieri incapaci di afferrarla. Con che cosa potevo paragonarla? Feci sforzi disperati per trovare una parola abbastanza grande per definire quel buio, una parola così crudelmente nera da annerire la mia bocca quando l’avessi pronunciata.”

(Knut Hamsun, Fame, traduzione di Ervino Pocar, ed.Adelphi Edizioni, 2002)

Knut-hamsunHamsun è un altro di quei personaggi fondamentali, con le sue opere, per cercare di capire meglio la realtà contemporanea ovvero i suoi risvolti spesso più celati e tribolati. Ottima prova di ciò è la citazione lì sopra, tratta da un’opera – Fame, appunto – edita nel 1890 ma, converrete, che pare formulata da qualcuno il quale nel mondo contemporaneo, e in particolare proprio di questi tempi, si stia guardando intorno. Una forza evocativa intatta, purtroppo.

Camus, Silone e la mancanza di una autentica cultura “europea”

camus-siloneSovente sui media ci capita di sentire parlare in modo critico di “Europa”, da parte di coloro i quali, per parte politica, interesse, convinzione più o meno giustificata e giustificabile o altro,  ne avversano concetto, forma e sostanza.
Certamente tali pulsioni anti-europeiste pescano nella (spesso più bieca e vuota) politicaggine partitica, pugnace in quel senso solo per mera convenienza di potere – o di relativa opposizione ad esso nel tentativo di ribaltare la situazione a proprio favore, ovvio. Tuttavia non posso non vedere un serio pericolo in questo anti-europeismo populista, per come in esso e con esso si finisca per confondere l’Europa in quanto istituzione politica e l’Europa in quanto territorio di storia, cultura e tradizioni comuni, oltre che di valori condivisibili per genesi antropologica e sociologica comune. Sia chiaro, il pericolo (ugualmente di carattere populista) esiste anche in senso opposto, ove l’Europa sia identificata meramente come entità politica e non come compendio comunitario dei caratteri sopra esposti. Il tutto, poi, scivola inesorabilmente o nel provincialismo campanilista più retrivo e antistorico ovvero, dall’altra parte, nel globalismo ideologico più massificante e culturalmente omologante.
Su tale questione, ho letto di recente una citazione di Albert Camus che a sua volta cita Ignazio Silone – due grandi della letteratura del Novecento, inutile rimarcarlo. Citazione tratta dal mensile Montagne360 di ottobre 2015, inserita in un articolo che presenta il sentiero di recente realizzazione dedicato allo scrittore abruzzese attorno a Pescina, suo borgo natale, e che in poche parole svela cosa significhi essere veramente europei (prima che europeisti così come anti-, naturalmente) ovvero cosa manchi a livello culturale, purtroppo, nel distorto concetto oggi diffusosi di “Europa”:
Così dunque scrisse Camus – nel 1957, tenetelo ben conto:

E’ perché amo il mio paese che mi sento europeo. Guardate Silone, che parla a tutta Europa. Se io mi sento legato a lui è perché egli è nello stesso tempo incredibilmente radicato nella sua tradizione.

E si tenga conto come da parte sua Silone, nell’introduzione a Fontamara, confermasse questa visione glocalista (per usare un termine tanto brutto quanto modaiolo) della propria letteratura:

Tutto quello che m’è avvenuto di scrivere, e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all’estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui.

Ecco: brevemente tanto quanto profondamente Camus, già quasi 60 anni fa e prendendo a modello tale visione nostranamente cosmopolita (mi si passi l’ossimoro, opinabile ma è per fini di sintesi) di Silone circa la propria scrittura, ha saputo spiegare quale forma e sostanza possa e debba avere un’Europa autenticamente comunitaria e identificante per chiunque vi faccia parte, dal Circolo Polare Artico al Mar Mediterraneo. Un concetto massimamente culturale che contiene l’identità locale e l’identificazione continentale, questa seconda come logica e inevitabile somma delle prime. Un concetto antropologico, semplicissimo eppure ignorato da tanti, volutamente o meno, se non proprio rifiutato, combattuto, oltraggiato: per egoismo, anacronismo, ottusità, ignoranza, follia.
Un concetto che finché non sarà finalmente compreso nel modo più ampio possibile, non consentirà alcuna effettiva unità europea, ne dal punto di vista politico-istituzionale, ne (cosa per certi aspetti pure più grave) da quello culturale, civico e antropologico. Con le conseguenze che abbiamo già da tempo sotto gli occhi.

La lettura rende un uomo completo… (Francis Bacon dixit)

La lettura rende un uomo completo, la conversazione lo rende agile di spirito e la scrittura lo rende esatto.

Francis Bacon, Essays, or Counsels Civil and Moral, 1625. It. Saggi civili e morali)

FrancescoBacone-e1432503085691Inutile dire che Bacon, o Francesco Bacone, è da annoverare tra i padri del pensiero moderno e quindi contemporaneo – già se ne accorsero in epoca illuminista, quando Diderot, lavorando all’Encyclopédie, non mancò di notare che “Se siamo riusciti nel nostro intento, ne siamo debitori al Cancelliere Bacone.” – dunque non deve stupire la sua considerazione nei confronti della lettura e della scrittura.
D’altro canto, se spesso il pensiero diffuso ci pare oggi povero, parecchio sbieco e assai opinabile, è fors’anche perché si legge troppo poco, si conversa vanamente e (di conseguenza) si scrivono grandi futilità. Già.

“Industria editoriale” è un ossimoro – pure doppio, forse. Lo capì Erich Linder già più di 30 anni fa…

sette-1-579x350Erich Linder è uno di quei personaggi sostanzialmente poco noti, se non sconosciuti, al grande pubblico, e forse solo un poco di più presso gli addetti ai lavori del comparto editoriale e letterario. Eppure, sotto molti aspetti, se tale comparto oggi è strutturato in un certo modo, in senso generale e al di là di buoni o cattivi funzionamenti, lo si deve proprio a Linder, inventore in Italia, per così dire, della figura dell’agente letterario – invece già nota e ben presente all’estero.
D’altro canto fu figura di così alto valore, Linder, da aver capito benissimo già decenni or sono quali fossero le storture potenziali dell’industria editoriale. Ne parla Paolo Interdonato in un bell’articolo pubblicato da Fumettologica, che prima di virare e contestualizzare la questione verso la produzione editoriale periodica (di riviste di fumetti in particolare, visto il sito) la analizza prendendo spunto da alcune considerazioni di Linder, appunto, che trovo parecchio interessanti:

virgoletteIndustria editoriale è un ossimoro. Come amava dire Erich Linder, l’editoria è l’anti-industria per eccellenza. Spiegava questa sua affermazione apodittica, maturata nel corso della lunga carriera che lo aveva portato a definire il mestiere di agente letterario in Italia, mostrando alcune verità che sono sotto gli occhi di tutti. Innanzi tutto un’impresa, di qualsiasi tipo essa sia, ha l’obiettivo di vendere il minor numero di prodotti possibili nella maggiore quantità di esemplari possibili, realizzando così la marginalità più alta e, di conseguenza, il massimo guadagno. A questo modello industriale sano, si contrappone l’editoria che, invece, sembra muoversi in direzione opposta: produce la più alta quantità di titoli, con una cura artigianale certosina, da vendere in un numero di copie minimo. In secondo luogo le industrie attivano la produzione di un nuovo prodotto solo quando sono ragionevolmente sicure di aver trovato i suoi acquirenti. In editoria, al contrario, si agisce senza indagini di mercato e senza sapere quale sia il pubblico di un libro.
Di fronte a queste evidenze, Linder diceva:

«L’industria editoriale è perciò l’unica, o quasi l’unica, nella quale in pratica non esiste il rapporto fra il produttore (l’editore) e il consumatore (il lettore). Da qui nascono le complicazioni che rendono la distribuzione del libro una delle operazioni più imperfette che il mondo industriale conosca.»

Fate conto che Linder morì nel 1983, dunque queste considerazioni hanno più di 30 anni. Eppure tutt’oggi risultano estremamente interessanti, come ribadisco, anche per come in effetti palesino che lo stato di fatto attuale sia mutato ma verso un sostanzialmente peggioramento, non certo il contrario. Oggi non solo molti editori cercano di conseguire il massimo guadagno possibile pubblicando la più alta quantità di titoli – i quali poi sovente si trasformano in resi e in  materiale da mandare al macero in un periodo brevissimo, stante la forsennata rotazione odierna di titoli sul mercato – ma pur avendo introdotto indagini di mercato a spron battuto, grazie anche all’utilizzo degli strumenti messi a disposizione dal web, continua a buttar fuori titoli su titoli senza una reale logica commerciale, ma quasi come se non potesse fare altrimenti per non tradire la propria funzione industriale – che in verità comporterebbe strategie commerciali sostanzialmente opposte (una questione peraltro, quella della iper-produzione editoriale di molti editori, che dovrò prima o poi indagare e approfondire meglio dacché più articolata di quanto sembri).
In questo modo l’industria editoriale contemporanea offre una definizione di sé che è un doppio ossimoro, in buona sostanza. Il rapporto tra editore e lettore è sempre più sfilacciato: ciò perché troppo spesso il libro – o quella cosa presunta tale – si trasforma in un bene di consumo, perdendo qualsiasi caratteristica di oggetto culturale e dunque contemplando un rapporto meramente consumistico di vendita/acquisto, nonostante, ribadisco, oggi di indagini di mercato ne vengano prodotte a raffica. Tuttavia, nella bulimia editoriale imposta al mercato, svapora pure il più diretto rapporto tra editore e mercato stesso, il quale non viene più alimentato da titoli che lo mantengano “sano” e vitale ma viene soffocato da una valanga di libri la maggior parte dei quali inutili, o quasi. E se un’industria che produca un certo bene per un certo mercato finisce per soffocare quel mercato per incapacità di gestirlo e mantenerlo fruttuoso, beh, quell’ossimoro – semplice o doppio che sia – diventa una vera e propria antitesi.

Perdita della memoria collettiva, la grande malattia italiana (Paolo Rumiz dixit #3)

Il sacro timore non c’è più. L’assistenzialismo ha ucciso tutto, anche la percezione del degrado, e dietro a questa rimozione c’è la voglia di dimenticare una misera identità contadina. E’ la grande malattia italiana; ma mentre in Veneto questa fuga è diventata furia produttiva, in Calabria e Basilicata si è trasformata in furia consumistica. Una perdita di memoria a causa della quale non vedi più nemmeno il futuro. Ti rimane addosso un oscuro senso di incertezza, cui reagisci ricorrendo all’indigestione da supermercato, ai cartomanti, agli indovini. Intanto, la vecchia paura rinnegata ne produce infinite altre – gli immigrati, la piccola criminalità, il terrorismo – perfettamente intercambiabili tra loro.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.324)

rumiz-alberoRumiz condensa in questo passo una delle grandi malattie (non “la”, a mio modo di vedere e purtroppo… fosse solo quella!) dell’Italia moderna e contemporanea. Perdita di memoria, ovvero correlata e inevitabile perdita di identità culturale, sociale e antropologica: ne risulta un popolo debole, scollegato dal territorio in cui vive e dalle sue specificità storico-geografiche, incapace di generare un adeguato senso civico perché privato delle basi fondamentali affinché si possa formare e dunque, per tutto ciò, (de)cadente in fenomenologie sociali (o sociopatiche) come quelle indicate da Rumiz, scambiate per prove di forza (la rabbia contro gli immigrati, ad esempio) e invece segni di profondissima debolezza.
In tal modo, appunto per citare un esempio diffuso, si crede una fortuna che fuori casa, sull’ennesimo campo agricolo abbandonato, sorga l’altrettanto ennesimo centro commerciale, quando invece rappresenta un altro sfregio al territorio, al tessuto sociale ed economico, alla sua cultura, alla sua identità. In tali condizioni, che poi si manifestino innumerevoli casi di degrado, di criminalità, di mancata integrazione, di disordine sociale è solo questione di tempo. Ma in quel centro commerciale c’è pure l’aria condizionata… quando fa caldo dentro si sta bene, e si dimentica tutto il resto. Amen.

P.S.: qui potete trovare la personale recensione a La leggenda dei monti naviganti.