Porto Piccolo, danno grande

Navigando sul web mi sono causalmente imbattuto nelle immagini di Porto Piccolo, lussuoso resort turistico di recentissima edificazione nella baia di Sistiana vicino Duino, Trieste. Qui sopra e di seguito potete osservare qualche immagine di tale “neo-località”.

Ne ho letto un po’ in giro, al riguardo: va bene che l’intervento edilizio ha recuperato una vecchia cava di marmo abbandonata da tempo, va bene che, a quanto se ne scrive, è stato realizzato con particolare attenzione all’ecosostenibilità o che ogni punto del “borgo” è pienamente accessibile da chiunque… fatto sta che, tali doti a parte, a me pare esteticamente e paesaggisticamente terribile.

Terribile, sì.

Una compatta colata di cemento che dal bordo superiore della conca scende fino al mare, composta da edifici in finto-rustico tradizionale i quali, come purtroppo spesso accade in questi casi, più che riprendere lo stile architettonico autoctono paiono scimmiottarlo, uniti ad altri dal design di una sciattezza sconcertante, il tutto nell’intento di creare «un elegante connubio tra moderno e tradizionale in simbiosi con la natura che lo circonda» che invece a me sembra solo la creazione di un ennesimo e banalizzante nonluogo.

Per giunta proprio accanto a una riserva naturale – quella regionale delle Falesie di Duino, «il gioiello del Golfo di Trieste», come riporta il sito della riserva, accanto alle cui meravigliose scogliere di calcare vecchio di 100 milioni di anni, ricche di fenomeni carsici, ora compare un’antropica “costa” di cemento ricca invece di attualissima, sconcertante insensibilità paesaggistica.

D’altro canto è ormai risaputo che del paesaggio – quello “vero”, cioè inteso nell’accezione corretta del termine – sovente interessa poco o nulla proprio a coloro i quali dovrebbe interessare di più: ed è una “punizione”, questa, ingiustificatamente imposta al territorio italiano ormai da troppo tempo che sarebbe da eliminare al più presto, parimenti all’incuria culturale che ne è fonte.

 

La lettura sempre diversa del paesaggio

Il bello del paesaggio è che non è mai uguale a se stesso. E ciò non solo perché cambiano la veduta, la luce, i colori, le stagioni, la meteo, il clima e ogni altro fattore che può variare la percezione sensoriale del territorio, ma soprattutto perché cambiano noi, che il paesaggio lo creiamo in quanto elemento cognitivo e culturale: «Il paesaggio è un costrutto, non va ricercato nei fenomeni ambientali ma nelle teste degli osservatori.» come ha ben detto Lucius Burckhardt.

D’altro canto, occorre saper coltivare la giusta sensibilità per cogliere nella visione del territorio ciò che contribuisce a svelarne le peculiarità, momentanee o permanenti, e per far sì che la generazione culturale del conseguente paesaggio disveli cose che prima non si erano mai notate e còlte le quali spesso si rivelano fondamentali per l’apprezzamento e la comprensione del luogo che si sta osservando. Il fatto poi che le tecnologie contemporanee possano aiutare molto questa pratica di osservazione paesaggistica – ad esempio potendo vedere un luogo da remoto, grazie alle live webcam lì presenti – acuisce molto l’interesse e il fascino “didattico”.

Ecco dunque che la webcam panoramica attiva sulla vetta dello Zucco Orscellera, sopra i Piani di Bobbio (Prealpi Bergamasche, provincia di Lecco; località della quale vi ho già parlato qualche giorno fa ma per motivi diversi ovvero, diciamo, meno “nobili”), nelle condizioni ambientali e luminose del momento nonché con la neve in dissolvimento che evidenzia certe linee morfologiche della dolomitica conca dei Campelli (nel fermo immagine in testa al post), qualche giorno fa mi ha svelato con notevole chiarezza il più recente perimetro del letto del ghiacciaio che fino a qualche migliaio d’anni fa occupava la conca e, prima, l’intero anfiteatro dei Piani di Bobbio. Un apparato glaciale che, poste le caratteristiche della zona e l’esposizione, è stato probabilmente uno degli ultimi a estinguersi in questa zona, di altitudine relativamente modesta, delle Prealpi lombarde:

Insomma: bello, interessante e sempre didattico, appunto, osservare il mondo d’intorno e concepirne nonché cercare di comprenderne il paesaggio leggendone la sua realtà culturale in divenire. È un racconto continuo, una narrazione sempre intrigante, affascinante, illuminante e, soprattutto, necessaria per la tessitura di quella relazione fondamentale che dobbiamo avere alla base della nostra presenza nei luoghi in cui stiamo, senza la quale invece questa presenza si rivelerebbe piuttosto insensata e sarebbe nient’altro prodromica a una condizione di vero e proprio spaesamento. Cioè: “stare” in un luogo senza sapere dove e capire come: una cosa non esattamente onorevole per la razza che si ritiene la più avanzata e dominante al mondo, non trovate?

N.B.: cliccate sulle immagini per aumentarne il formato.