Una risata ci salverà!

Credo che se noi essere umani riusciremo a conservare la capacità di ridere – di noi stessi, degli altri ovvero di far ridere, in senso umoristico arguto e non in modo sarcastico e amaro – qualche possibilità di salvezza, come genere, l’avremo ancora. Esattamente come chi manifesta senso dell’umorismo, e riesce a non prendersi mai troppo sul serio, se la caverà sempre: espandete questa singola virtù a più individui possibile e, appunto, si genererà un salvagente ben più prezioso ed efficace di tanti altri, per noi tutti. Che di contro, come si sa, sarà invece funzionale vanga per “scavare fosse” e “seppellire” (metaforicamente, ovvio) chi non vorrà essere tanto virtuoso.

Altrimenti no, penso proprio che non ci salveremo. Sia la fine tra un anno, un secolo, un millennio o domani mattina, saremo tristemente spacciati: allora sì che non ci sarà più nulla da ridere, anche perché sarà troppo tardi farlo.

P.S.: e se magari volete affinare la personale virtù di saper ridere, provate a leggere questo libro. Credo vi potrà essere utile.

Il potere (del dubbio)

Ma siamo proprio certi che il mondo, senza poteri, governi, gerarchie, autorità e quant’altro di simile, sarebbe veramente nel caos?

Se millenni addietro, quando si cominciava ad articolare la civiltà umana attraverso la nascita delle strutture di comando che tutt’oggi la caratterizzano, l’uomo si fosse reso conto per qualche prodigiosa illuminazione che tali strutture non fossero esattamente il meglio per il benessere futuro della civiltà e per il suo progresso, nel senso più pieno e alto del termine, oggi come saremmo messi? Peggio, o meglio? Ci saremmo già autodistrutti, o saremmo la civiltà più libera e avanzata di questa parte di Universo?

Tuttavia, il fine assoluto di una civiltà che si ritenga intelligente – e capace di dimostrarsi tale – non sarebbe quello di svincolarsi, col tempo, da qualsiasi forma teorica e pratica di autorità e di prevaricazione (anche quando “democratica”) della dignità umana derivante da quell’intelligenza?

Lo so. Sono domande a cui non ci può essere alcuna risposta effettiva ma che di contro, in aggiunta ad una lettura pur fugace della storia dell’uomo, lasciano inesorabilmente aperto il dubbio – ancor più osservando certe realtà di oggi, anno 2017. Ed è un dubbio necessario, io credo, per cercare di restare il più possibile liberi.

Capii che lo Stato era stupido, che era insicuro come una donna nubile in mezzo alle sue argenterie, e che non sapeva distinguere gli amici dai nemici; persi tutto il rispetto che mi era rimasto nei suoi confronti, e lo compatii.

(Henry David ThoreauLa disobbedienza civile, a cura di Franco Meli, traduzione di Laura Gentili, Casa Editrice SE, Milano, 1992.)

Dario Fo

dario-foQuand’ero piccolino me lo ricordo in TV, Dario Fo, col suo fenomenale grammelot e le sue movenze giullaresche che mi facevano ridere un sacco, anche se ovviamente non capivo pressoché nulla di quanto recitasse. E mi ricordo quanto si divertissero pure i miei nonostante con ferrea precisione, nel clima d’allora di dominanza ideologica democristiana (vuota e ipocrita, ma tant’è), ogni volta che apparisse in televisione non mancavano di ricordare che fosse “un comunista”: termine che ovviamente a me inquietava non poco – o meglio, ero stato educato a inquietarmene, vedi sopra – senza che capissi il perché.
Era come se già a quei tempi percepissi lo sconfinato talento teatrale di Fo, la capacità unica di tenere il palco con grandissima arte – nel senso più pieno e ampio del termine – che rendeva ogni sua cosa gradevole quando non fenomenale, vuoi anche per quel suo garbo signorile, nobile, quasi aristocratico – termini apparentemente lontani e opposti rispetto al suo attivismo politico ma che Fo rese peculiari sul palcoscenico e nella vita pubblica ordinaria. Anche quando, nei suoi spettacoli, sferzava i potenti con inimitabile causticità – senza tuttavia mai discostarsi dell’elemento fondamentale del suo teatro: il riso, la risata che tutti seppellisce e soprattutto chi non sa ridere (o non sa più farlo).
Ecco, appunto: il suo attivismo politico, che lo ha reso personaggio adulato da tanti e odiato da molti altri. Da indipendente a qualsivoglia parte politica quale sono, e da cultore della politica nella sua essenza originaria, non mi viene di etichettare l’attivismo politico (quello vero, appunto) con le solite due parti dell’ideologia relativa dominante, ma in cose civicamente assennate o meno (il che significa pure oneste ovvero ipocrite) e, poi, personalmente condivisibili o no. Delle tante iniziative politiche e politicamente schierate di Dario Fo, ne ho trovate molte condivisibili e molte altre contestabili; tuttavia tale scelta, in senso generale, dipende sempre anche dal fautore di quelle iniziative, dal suo spessore umano, dal prestigio culturale (che, sia chiaro, non dipende dalla vincita di un qualsiasi riconoscimento, Nobel incluso, nel suo caso meritatissimo), dall’intelligenza che si coglie dietro di esse – ribadisco, che siano condivisibili o meno. Bene, credo che, da questo punto di vista, la grandezza di Dario Fo sia stata anche quella di rendere assolutamente legittimo il suo attivismo politico, pure quando verso di esso ci si sentisse del tutto contrari ovvero quando per ciò che sosteneva faceva incazzare. In fondo era proprio quello che voleva ottenere, mi viene da pensare: sferzare la mente e l’animo, costringerli a reagire, imporre loro l’obbligo di pensare ed esprimersi, a favore o contro. Esattamente come ha sempre fatto sul palcoscenico, con opere forse a volte (per qualcuno) discutibili ma sempre forti, intense, caustiche e mai banali. Da buon giullare di corte, insomma, perfettamente capace di assolvere il proprio compito di irridere chiunque e, al contempo, di far passare tra le risate il proprio messaggio forte e chiaro. Una “corte” che nel frattempo è decaduta e s’è disintegrata, svelando il vero volto del potere ovvero il suo sostanziale nulla. Ciò che invece la risata non sarà mai, perché il riso dona a chi lo esercita e a chi ne gode un potere reale e talmente forte che mai nessuno potrà sconfiggere realmente.
Tutto il resto che sto leggendo in queste ore di primo commiato, in tutta sincerità, lo trovo sovente stucchevole e scomposto: di esso, ora, non mi interessa nulla.

Io sono Charlie Hebdo

10917898_1518665925083109_6621062586115447006_nAvevo programmato di pubblicare altro, oggi, ma quanto accaduto a Parigi, alla redazione di Charlie Hebdo mi impone di fermarmi a riflettere, attraverso questo post. Sento di doverlo fare certamente per la sconcertante brutalità dei fatti, perché anch’io spesso nei miei libri ho usato e continuerò a usare la satira per narrare le mie storie, l’arma più pacifica e al contempo più efficace per svelare la verità effettiva di tante realtà del nostro mondo, e perché uno dei motti che ritengo assolutamente fondamentali per far che questo nostro derelitto mondo possa andare avanti e sconfiggere chiunque lo voglia invece far sprofondare nell’ignoranza, di qualsiasi genere essa sia, è il celeberrimo bakuniniano Una risata vi seppellirà!.
Anche questa volta, di fronte a un tale efferato attacco non solo e non tanto alla redazione di un giornale satirico ma alla libertà di espressione e, ancor più, all’intelligenza, sono sicuro che sempre e comunque una risata li seppellirà, a tali nemici del genere umano: dacché le loro armi, anche le più terribili, mai nulla potranno fare contro l’arma per eccellenza, quella che è tale e al contempo strumento assoluto di libertà, di intelligenza, di amicizia, di pace: la satira, appunto. In fondo, quegli assassini e chiunque altro di simile genere proprio riguardo a ciò già dimostrano tutta la loro inferiorità: nel non saper ridere. Prova inequivocabile di ignoranza, di barbarie, di inciviltà, che li sancisce già sconfitti in partenza, qualsiasi cosa possano fare.
Rido, dunque. Ridiamo tutti, che da ieri tutti quanti siamo Charlie Hebdo!

N.B.: cliccando sull’immagine, potrete visitare la pagina facebook di sostegno a Charlie Hebdo e ai suoi giornalisti.

Se la barca merita di affondare, che coli a picco! (Cupe e amarissime riflessioni sugli ultimi accadimenti politico-elettorali italici)

povera-italia-1Sarò parecchio amaro e cupo – come appunto recita il titolo del post. Sappiatelo, e scusatemi per questo fin da ora.
A me pare che pure le ultime farsesche elezioni politiche (e “farsesche” non certo per la presenza di un comico tra i leader di partito) non abbiano fatto altro che confermare una già storica evidenza: buona parte del popolo italiano ha nel proprio DNA l’ineluttabile necessità di essere dominato – attenzione: non “governato”, dominato!) da un potere che sia tanto forte da giustificare l’assoggettamento pedissequo alla sua egemonia, e al quale il popolo conferisce ogni facoltà pur di deresponsabilizzarsi e giustificarsi in tal modo quanto combina nella propria esistenza quotidiana. Sia un leader che impersoni le brame più facili e popolari, sia un dittatore, un papa, ma pure un simbolo, un’icona, un’ideologia, uno status symbol, una bandiera, una squadra di calcio, un campanile: l’italiano suddetto deve avere qualcuno che lo guidi, qualcuno nel quale identificarsi, qualcuno a cui accodarsi e che lo sollevi il più possibile dal dover pensare. Questo io credo venga dalla storia di questa miserrima nazione, che dopo i fasti dell’Impero Romano (ormai troppo lontani nel tempo affinché ne possa restare qualche buona traccia) non ha fatto altro che subire invasioni, dominazioni, liberazioni e successive nuove dominazioni che hanno spezzato sul nascere qualsiasi germoglio di identità – nazionale, sociale e infine anche individuale: inevitabilmente direi – e dunque qualsivoglia virtuosa consapevolezza civica. Gianni Brera sosteneva che l’Italia aveva per secoli sofferto di “sindrome da liberazione”, appunto: sempre dominata da qualcuno e sempre liberata da qualcun altro (straniero, generalmente), ovvero mai in grado di maturare quella suddetta consapevolezza necessaria alla costruzione di un’autentica e virtuosa società civile, capace di riflettere nelle sue strutture di governo il meglio di essa e non, viceversa, superficiale al punto da nemmeno rendersi conto di ciò che è e di dove sta andando. L’identità nazionale italiana secoli fa era un infante che abbisognava di una buona educazione e degli insegnamenti necessari a farle maturare una determinata e adeguata personalità, e a tutt’oggi infante è rimasta: mai divenuta adulta ovvero ineluttabilmente superficiale, politicamente rozza, incolta, priva di qualsiasi impulso all’autodeterminazione, mancante di qualsiasi riferimento in base al quale maturare la capacità di scegliere ciò che è buono e ciò che non lo è. E, proprio come un infante, non fa che credere a tutto quello che gli viene propinato, addirittura lasciandosi convincere che chi lo sta ingannando sia invece il custode e il difensore della verità, dacché superficiale al punto da non saper più nemmeno riflettere, da non essere più in grado di formulare dei dubbi oppure quando sia in grado di farlo, comportandosi come l’Asino di Buridano o lasciandosi impaurire dai dubbi stessi e fuggirne lontano. In fondo penso che gli stessi motivi siano alla base del fatto che l’Italia sia un paese così spaventosamente arretrato in tema di diritti civili: non avendo la coscienza civica e l’intelligenza politica per rifletterci sopra e stabilire cosa sia giusto fare, lascia fare ad altri (vedi sopra), cioè a quei poteri che tutto vogliono meno che i diritti dei cittadini siano difesi, preservati e ampliati – ciò che invece sarebbe cosa del tutto naturale e inevitabile, in una vera democrazia.
Credo sia anche per questo che Giorgio Bocca sostenesse che gli italiani fossero sostanzialmente un popolo di fascisti: non in quanto sostenitori “storici” di quel regime, semmai perché privi di presenza civica al punto da non poter che lasciarsi assoggettare dal primo uomo forte in circolazione, capace di dir loro ciò che vogliono sentirsi dire e, nel contempo, senza che essi si curino di quanto quell’uomo poi faccia concretamente. Fa nulla, dunque, se è/sarà un perfetto incapace, un emerito malfattore ovvero un vuoto fantoccio: non conta questo, conta che egli sappia riempire il vuoto civico (ovvero, lo ribadisco, sociale, sociologico e antropologico) che essi hanno dentro, nella mente e nell’animo.
A ben vedere, la validità del noto motteggio popolare “ogni popolo ha i governanti che si merita” è proprio qui. Come sosteneva Goethe, il miglior governo è quello che ci insegna a governarci da soli. Addirittura Thoreau, dotato di pensiero per certi versi ancora più avanzato (e/o rivoluzionario), affermava addirittura che il miglior governo è quello che non governa affatto. In Italia è accaduto e continua ad accadere il contrario: incapaci di governarci da soli (ovvero, insisto, a generare una sana e consapevole società civile) finiamo puntualmente per farci governare dal peggior governo possibile, che in quanto tale non governa nemmeno: domina, impone, imperversa, assoggetta, soggioga, facendosi gli affari propri mentre il popolo assiste stoltamente e applaude a comando. Come accade in TV – e non è certo un caso, questo. Per non piangere verrebbe da ridere, così sperando di evocare Bakunin – “Una risata vi seppellirà!” – e come invita a fare uno dei leader più votati in quest’ultima tornata elettorale, ma forse nemmeno questo molti italiani sanno più fare, se non facendolo sguaiatamente, purtroppo.
Nossignori: per questa Italia non c’è speranza alcuna. Avrebbe infinite risorse per rinascere e diventare una potenza assoluta – la cultura in primis, non mi stancherò mai di dirlo! Oh, già, la cultura, guarda caso quanto di più assente nei proclami di tutte le forze politiche presentatesi al voto… E ho detto tutto! – e invece si è inesorabilmente votata al suicidio. Stando così le cose, e dato che nulla fa pensare che possano cambiare tanto profondamente da sovvertire tale stato, non c’è nessuna speranza. La barca sta affondando, ma i passeggeri continuano a mettere al timone i peggiori capitani possibili: beh, non si meritano altro che colare a picco, a questo punto.
Io la penso così. Sia benvenuto e lodato chiunque mi potrà contraddire e smentire, ma al momento la mia idea è questa.