Diamo sempre troppa attenzione alle notizie brutte e trascuriamo quelle buone. Che vengono dal Texas, ad esempio

«Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce» dice quel celebre aforisma attribuito al filosofo cinese Laozi, ed è una verità incontrovertibile: nell’era dell’informazione globale in salsa social, veniamo costantemente inondati da innumerevoli notizie su cose brutte e vi diamo più attenzione mentre trascuriamo quelle belle. Le quali sono sicuramente la maggioranza ma, appunto, non fanno notizia, non generano dibattiti, scontri, propagande, polarizzazioni, tutte cose di cui la stampa contemporanea si nutre volentieri e poi “vomita” addosso all’opinione pubblica. Che ne risulta prima frastornata, poi inquietata, quindi incattivita.

Un buon esempio tra i tanti al riguardo: dopo l’elezione di un personaggio variamente deprecabile come Donald Trump alla presidenza, gli USA ci appaiono come un paese ove le politiche di salvaguardia ambientale e del clima siano state totalmente messe al bando. Almeno in questo modo verrebbe da pensare, al sentire le notizie riguardanti le politiche della nuova amministrazione sul tema e in effetti spesso è così, ma non sempre.

Fatto sta che nel Texas, stato da decenni a guida repubblicana e che per molti aspetti rappresenta l’America più cupa, il Dipartimento dei Parchi e della Fauna Selvatica dello stato ha acquistato 2.020 acri di terreno naturale (pari a più di 800 ettari) nella contea di Burnet per 35 milioni di dollari, utilizzando una combinazione di uno stanziamento una tantum da parte della legislatura e di entrate fiscali (soldi totalmente pubblici, dunque), al fine di ampliare la superficie tutelata del Colorado River Bend State Park, un parco naturale posto lungo il fiume Colorado. Il territorio è situato circa 100 miglia a nord-ovest di Austin, la capitale del Texas, ed è caratterizzato da una geografia collinare parecchio selvaggia, ricca di corsi d’acqua e di habitat naturali diversificati di grande pregio.

Per uno stato che presenta una delle più alte percentuali di territorio di proprietà privata in America, spesso occupato da devastanti campi petroliferi, questa è senza dubbio una bella notizia a favore della conservazione del patrimonio naturale e, ribadisco, è significativo che si tratti di un’iniziativa istituzionale dello stato.

Insomma: certamente cadono alberi e il fragore comprensibilmente ci spaventa ma, nel frattempo, non smettono di crescerne di nuovi. Non sarebbe male (e non ci farebbe male) ascoltare e dare più considerazione alle nuove silenziose foreste che crescono nel mondo: forse ci aiuterebbe a non avere troppa paura degli alberi cadenti e dunque a reagire meglio allo spavento che provocano.

Non è un esercizio di puerile positività, questo, ma un atto politico e civico di grande importanza dagli effetti indubitabilmente concreti.

Le montagne sono una «fonte di vita» per tutti. O quasi.

[Foto di Melina Kiefer su Unsplash.]

Migliaia di persone stanche, esaurite, iper-civilizzate, stanno iniziando a scoprire che andare in montagna è tornare a casa; che la natura selvaggia è una necessità; e che i parchi e le riserve montane non sono utili solo in quanto fonti di legname e di acqua per irrigare – ma come fonti di vita.

[John Muir, The Wild Parks and Forest Reservation of the West, in “The Atlantic”, gennaio 1889. Citato da Andare in montagna è tornare a casa. Saggi sulla natura selvaggia, Piano B Edizioni, 2020.]

Già quasi un secolo e mezzo fa Muir – una delle figure che secondo me incarna e rappresenta più di ogni altra l’idea stessa di “montagna”, come ho scritto anche qui – aveva perfettamente compreso l’importanza culturale, spirituale e psicogeografica della montagna per l’uomo moderno e, inutile rimarcarlo, ciò vale ancora di più per l’uomo contemporaneo. Ma se riflessioni del genere hanno fatto di Muir uno dei padri storici e in senso assoluto del conservazionismo della tutela degli ambienti montani, da quando proferii le parole citate alle montagne è stato perpetrato di tutto, quasi sempre per ragioni di affarismi, di guadagni, di interessi particolari; sono state degradate, distrutte, svilite, mercificate e ciò è accaduto proprio nel momento in cui si è ignorata, trascurata o negata la loro prerogativa di essere «fonti di vita», come scritto da Muir.

[John Muir nel 1912. Fonte: Library of Congress via commons.wikimedia.org.]
E si continua ancora, da più parti, in quell’opera di mercificazione, che se non regolamentata ovvero fermata, ove necessario, finirà per fare delle montagne non più una fonte di vita ma un ambito di “morte”: dell’ambiente, delle comunità residenti, della loro cultura, dei paesaggi, del futuro. E della nostra imprescindibile e inestimabile possibilità di «andare in montagna per tornare a casa», appunto.

Se vi dico «montagna» chi è il primo personaggio che vi viene in mente?

[Foto di candidsoul da Pixabay.]
Cari amici, vi propongo un’altra domanda alla quale rispondere senza pensarci troppo, il giusto insomma oppure anche d’istinto, se vi viene di farlo:

Se vi dico «montagna» chi è il primo personaggio che vi viene in mente?

Il nome che vi chiedo può essere di un personaggio vivente oppure del passato, comunque reale, pensando il quale vi pare che nella sua figura, in ciò che è stato, ha fatto, ha detto, ha rappresentato, vi si possa identificare un’idea compiuta di montagna. Una sorta di ambasciatore imperituro delle terre altre, per così dire, o colui che meglio di altri potrebbe aver dato o dare forma, mente e anima al loro Genius Loci.

Grazie di cuore fin d’ora a tutti quelli che vorranno pubblicare la propria risposta!

P.S.: al proposito, ovviamente propongo la mia risposta tra le numerose che mi verrebbero in mente, e nel tentativo – un po’ meschino, ammetto – di schivare quelle più immediate (Bonatti!), dico…

John Muir! (E ovviamente quella nell’immagine in testa al post è una veduta delle “sue” montagne dello Yosemite.)

Non saper cogliere la bellezza delle montagne (e così rovinarle) è un’altra forma di analfabetismo funzionale

Forse, tutto ciò che di sbagliato e dannoso arrechiamo ai territori naturali – progetti fuori contesto e logica, cementificazioni, turistificazioni, sfruttamenti eccessivi, ma anche il solo disinteresse alla loro salvaguardia, che non significa non fare nulla ma fare con buon sensoderiva da una sola, “semplice” colpa: la perdita della capacità di vedere e comprendere la bellezza di quei territori. Anche dove essa sia del tutto evidente, come sulle montagne: certi interventi che a volte vengono proposti sui monti sono talmente scriteriati da poter essere spiegati solo in forza di una devianza mentale e d’animo ancor più che dalla pretesa di ottenere interessi e tornaconti personali. Definire quegli interventi una follia, insomma, non è solo un modo di dire.

Quando invece la bellezza del mondo che abitiamo si è in grado di coglierla e comprenderla, si possono fare cose grandi, che giustificano come poche altre la nostra presenza al mondo e quel titolo di “Sapiens” che ci siamo dati in qualità di razza dominante sul pianeta. Anche perché è una bellezza che non scaturisce solo dalla valenza e dall’interpretazione estetiche del territorio ma pure, anzi soprattutto, dalla nostra capacità di viverlo in armonia. Il “paesaggio” è proprio questo, un ambito del quale anche noi siamo parte insieme a ogni altra cosa che lo compone e partecipa a definire la sua bellezza, appunto. Non è qualcosa di “altro” da noi stessi: il paesaggio è noi, riflette ciò che siamo e facciamo e di contro si riflette in noi alimentando di contenuti la nostra identità.

Per ciò, ovvero per il buon senso che ci dovrebbe caratterizzare in quanto Sapiens, dovremmo capire che “fare cose” al paesaggio è farle su noi stessi: metterci cose fuori contesto, brutte, impattanti, soffocarlo con cementificazioni e infrastrutture mal pensate e mal fatte, modificarlo oltre il lecito per renderlo funzionale al mero sfruttamento e a interessi del tutto materiali o, di contro, disinteressarsi alla sua gestione virtuosa e alla più equilibrata tutela, significa fare del male a noi stessi. Viceversa, realizzare cose fatte bene è fare del bene a noi stessi – a tutti noi membri della «comunità terrestre», come diceva Aldo Leopold, non solo al singolo o ai pochi che le fanno.

Non è dunque – lo metto in chiaro a chi ancora non capisse il nocciolo della questione – un problema di fare o di cosa si fa, ma di come si fa. Il territorio è un libro sul quale nel corso del tempo scriviamo la nostra storia con un alfabeto che è fatto di tutto ciò che vi lasciamo: questa scrittura può essere ben fatta, armoniosa, leggibile e comprensibile oppure confusa, ingarbugliata piena di errori, illeggibile. Quale pensate che sia delle due la storia più gradevole da leggere e dalla quale apprendere di ciò che narra? E di conseguenza quale dei due autori sarà quello da considerare più abile, intelligente, capace, che sarà ricordato per la bellezza di ciò che ha scritto?

Ecco.

Poi, ovvio, bisogna anche essere in grado di saper leggere bene ciò che è scritto. L’incapacità di cogliere la bellezza che si ha intorno è in fondo una forma di analfabetismo, ancor più grave di quella propriamente detta: perché non si limita all’incomprensione di ciò che viene scritto ma di tutto il mondo nel quale si vive e sul quale si trova scritta la storia umana. Tanto vale togliersi di dosso l’etichetta di «Sapiens» e buttarla alle ortiche, a questo punto.

N.B.: le immagini fotografiche a corredo di questo articolo ritraggono il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, minacciato da un devastante progetto sciistico-funiviario che ne comprometterebbe totalmente la bellezza più unica che rara, visto che è la sola zona ancora non turistificata tra i comprensori sciistici di Cervina-Zermatt e del Monterosa Ski. Sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.

L’idea barbarica che ancora abbiamo della natura

[Foto di Marcel da Pixabay.]

Eppure vi è un’idea barbarica che abita in maniera quasi universale la mente dell’uomo civilizzato: che in tutti i manufatti della Natura vi sia qualcosa di essenzialmente rozzo, che può e deve essere sradicato dalla cultura umana.

[John Muir, Andare in montagna è tornare a casa. Saggi sulla natura selvaggiaPiano B Edizioni, 2020, traduzione di Caterina Bernardini, pag.174.]

Già, è proprio così, oggi, come lo era più di un secolo fa quando Muir lo denotò.

Dunque, obiettivamente, come possiamo considerarci “civilizzati” in un modo così barbarico, cioè in contrapposizione alla natura che riteniamo rozza e verso la quale ci sentiamo indiscutibilmente superiori, al punto di usarla come ci pare e piace? E poi sarebbe la natura “rozza” e noi i “civilizzati”, noi i Sapiens e loro le bestie?

La vera civiltà (umana) sarebbe quella che attraverso l’opera intelligente e equilibrata degli uomini evolve l’intero mondo sul quale viviamo tutti – uomini e animali, insetti, piante, vegetali, eccetera – non è quella che pretende di evolvere parassitariamente rispetto a ogni altro elemento che compone il mondo. Questa è una “civiltà” che si crede forte, potente, dominante, quando invece con il suo atteggiamento si dimostra debole, fragile, inferiore. La sua violenta prepotenza nei confronti della natura “rozza” è probabilmente la reazione alla presa d’atto, inconscia o per meglio dire ignorata, di essere in posizione di inferiorità rispetto alla natura, di debolezza e sottomissione. Siamo noi, i “rozzi”: distruggiamo la natura con la nostra tecnologia perché sappiamo bene, anche se facciamo finta di no, che ne siamo sottoposti. La pensiamo “rozza” per giustificarci, ma è lo stesso atteggiamento del pazzo il quale crede che i pazzi siano tutti gli altri.

Se continueremo con questo atteggiamento di arroganza e strafottenza verso il mondo sul quale viviamo, non ci sarà conversione ecologica o quant’altro di affine che terrà: saremo comunque spacciati. Dobbiamo riequilibrarci, tornare a essere natura – ciò che siamo da sempre ma da tempo dimentichiamo di essere – radicare nuovamente nella cultura umana l’elemento naturale del quale siamo e sempre saremo parte, anche quando avremo astronavi superluminari che ci porteranno a percorrere rotte intergalattiche. Ma tanto di questo passo noi “Sapiens” non arriveremo mai a vivere una tale evoluzione, appunto.