[Foto di Malene Thyssen (User:Malene), CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Oggi stavo lavorando nei pressi di una recinzione dotata di siepi, e su un ramo di queste c’era posato un merlo impegnatissimo nel proprio canto, che è risaputo sia uno dei più belli e armoniosi in assoluto.
Infatti mi sono fermato ad ascoltarlo quasi incantato, peraltro ammirando il movimento del becco e della gola ad ogni nota emessa ovviamente senza riuscire a trovare un nesso tra l’uno e l’altra, anche per come il canto fosse elaborato e continuamente variato.
Inevitabilmente, mi sono chiesto che cosa stesse dicendo e se lo stesse dicendo a me, visto che eravamo uno di fronte all’altro.
Be’, una delle cose che l’intelligenza artificiale potrebbe fare, e che noi umani non abbiamo mai saputo fare, è interpretare i versi degli animali, scoprendone gli alfabeti, i foni e i lessici e così rendendone comprensibili i messaggi.
Già.
Ma se, una volta che riuscissimo a capire ciò che gli animali dicono, scoprissimo che ci esecrassero e insultassero per la nostra presenza così impattante e distruttiva sul pianeta e sulla Natura, dunque anche su di loro?
Temo non sia un’ipotesi così campata per aria, questa.
Forse è meglio che l’intelligenza artificiale non diventi così intelligente da capire il linguaggio degli animali.
O forse è bene che invece lo sia e ci faccia capire ciò che pensano di noi. Sarebbero finalmente delle opinioni e dei giudizi molto più obiettivi, onesti e franchi di qualsiasi nostro, nel bene e nel male. Garantito.
[Veduta della Val di Rabbi, in Trentino. Foto di Mauro Mariotti tratta da https://organizzazione.cai.it.]Da lungo tempo ormai si segnala e denuncia la carenza quando non la mancanza pressoché totale di rappresentanza politica dei territori montani (comuni sempre più privati di servizi e meno dotati di risorse, comunità montane sovente ridotte a scatole vuote, disinteresse degli enti di livello superiore, eccetera), una condizione che poi si riflette nell’equivalente carenza, o mancanza, di ascolto delle comunità di montagna. Le quali invece hanno un disperato bisogno non solo di farsi sentire ma, soprattutto, di essere ascoltate. La politica locale – cioè i comuni, sostanzialmente e unicamente – a volte lo fa, con incontri e assemblee pubbliche (seppur spesso legate a discussioni intorno a decisioni comunque già assunte, alle quali si può solo assentire o no), ma poi a ciò non fa seguito nulla di veramente concreto e costruttivo, vuoi per oggettive difficoltà dei comuni al riguardo (vedi sopra), vuoi per mera noncuranza o per convenienze politiche opposte a quanto espresso dal pubblico.
Tuttavia, se da un lato quanto illustrato non è sufficiente, dall’altro nasconde un potenziale rischio: non basta ascoltare pur attentamente le comunità di montagna, ma di contro non è corretto assecondarne qualsiasi richiesta, per ragioni di facile consenso più o meno ampio o per altre ragioni similari. In verità manca un elemento fondamentale, che di frequente la politica non sa offrire e la società civile non sempre possiede: le competenze, atte a far che qualsiasi decisione presa attraverso l’interlocuzione dei due soggetti principali, il pubblico e il privato possa risultare logica e realmente utile. Ci vuole, in pratica, la presenza di un soggetto tecnico o scientifico (indipendente) nel dialogo: il soggetto politico interloquisce con la comunità civile, ne recepisce bisogni e necessità, le passa al soggetto tecnico competente a ricavarne un progetto sensato che così può essere approvato dalla comunità e deliberato dall’ente politico.
Questo processo, di per sé ovvio e “normale”, è invece assai raro da constatare. Se la politica si serve di un soggetto tecnico, è perché lo ha già posto al suo “servizio”; se la comunità è sostenuta da un proprio soggetto tecnico, questo facilmente resterà inascoltato dalla politica e, in ogni caso, quasi mai la presenza di un tale soggetto dotato di competenze specifiche – per intenderci: università, enti di ricerca, soggetti dell’ambito culturali, esperti e specialisti, eccetera – riesce ad avere peso progettuale e decisionale nelle dinamiche di gestione territoriale locale. E questa è una carenza che ritengo molto grave, causa di molte situazioni problematiche e perniciose per le nostre montagne e le loro comunità.
[Un altro scorcio della Val di Rabbi. Foto di Gianni Penasa, tratta da www.facebook.com/valdirabbi.]Faccio un esempio concreto: l’ente politico ha intenzione di realizzare una nuova infrastruttura turistica, che apporterà effetti di vario genere sul territorio locale e dunque sulla comunità. Per questo motivo l’ente politico deve avviare la doverosa interlocuzione con la comunità, ma questa probabilmente non possiede tutte le competenze necessarie a stabilire se l’iniziativa progettata possa essere positiva o negativa per il proprio territorio. Dunque servono le competenze che il soggetto tecnico/scientifico può offrire e che faranno da buona base per la successiva definizione collettiva dell’iniziativa, la quale se approvata lo sarà per motivi non solo validi ma pure rigorosi, e se bocciata lo sarà allo stesso modo. Comunque, in entrambi i casi, la procedura logica che avrà portato alla decisione finale sarà elaborata in modi realmente condivisi e razionali, con il necessario (ma per certi versi anche naturale) bilanciamento delle parti che eviterà pure molti disequilibri che spesso si constatano in tanti progetti (come quando la politica si riserva l’intero potere decisionale evitando l’interlocuzione con la parte pubblica o quando si lascia decidere alla comunità ma senza prima dotarla degli strumenti necessari utili a giustificare la decisione).
Da un processo del genere tutti hanno da guadagnare: la comunità civile perché sa di poter essere veramente ascoltata e di poter incidere nelle decisioni che interessano la propria realtà, la politica perché sa di poter assumere decisioni ben meditate e ampiamente condivise che le danno lustro (anche elettoralmente), il soggetto tecnico perché può mettere a terra le proprie competenze attraverso progettualità adeguatamente supportate sia dalla politica che dalla parte pubblica contribuendo fattivamente allo sviluppo vero del territorio in questione.
Infine, posto tutto ciò, rimarco solo che nel nostro paese di soggetti tecnico/scientifici in grado i offrire elevate competenze alle comunità di montagna e alle amministrazioni pubbliche di riferimento ve ne sono molti. Spesso questi soggetti vengono interpellati, dagli enti pubblici: ma per produrre delle consulenze – corpose, articolate, solitamente pagate da bandi altrettanto pubblici – che poi quegli enti presentano come una propria iniziativa virtuosa ma che, una volta usciti gli articoli al riguardo sulla stampa, vengono messe rapidamente da parte e dimenticate su qualche scaffale polveroso.
Sarebbe un’ottima cosa se invece quelle loro ottime competenze venissero pienamente riconosciute – dalla politica, innanzi tutto – e integrate quale supporto concreto e fattivo nelle iniziative progettuali e nei processi decisionali riguardanti i nostri territori montani. Ribadisco: ne avrebbero – ne avremmo – tutti da guadagnare, la montagna innanzi tutto.
Leggo sulla stampa (vedi sopra ad esempio) che ammontano a 2.360.900 Euro i fondi che ilMinistero del Turismo, nell’ambito dei fondi Piano Sviluppo e Coesione(PSC) rientranti nel progetto“Montagna Italia”, ha destinato in favore della valorizzazione turistica, del potenziamento delle infrastrutture e della fruizione sostenibile dei territori montuosi della Lombardia.
Cioè, per essere chiari, tutta la montagna lombarda ha a disposizione un importo inferiore a quello che viene speso (e sovente finanziato dalla stessa Regione) per realizzareuna sola seggiovia, e non delle più grandi:
[Tabella tratta da www.funivie.org.]«Con ‘Montagna Italia’puntiamo a rafforzare il sistema montano italiano» dichiara il Ministro del Turismo. A me pare invece che qui il “principio” ormai da tempo utilizzato sia quello espresso da quel noto detto milanese: piutòst che negót, mèi piutòst, “piuttosto che niente, meglio piuttosto”. Ma così non si rafforza affatto la montagna italiana, semmai la si condanna a un eterno vivacchiare, a un tirare avanti zoppicando, probabilmente funzionale a rendere i territori montani inevitabilmente costretti a sottostare alle mire dell’industria turistica, che infatti viene ben di più finanziata dagli enti pubblici (in Lombardia e non solo), nel frattempo facendo credere di sostenerla e addirittura di “rafforzarla”.
Tuttavia, se la politica spesso e volentieri mente, i numeri non mentono mai e, come detto, rendono da subito chiare le cose. La montagna italiana abbisogna e merita molto di più di quelle “mancette” che sembrano elargite solo per tenerla zitta e buona: innanzi tutto alle nostre montagne serve la volontà politica di sostenerle veramente, inoltre occorre la visione necessaria a progettare per esse e le loro comunità il miglior futuro possibile. E non solo possibile ma necessario, vista la realtà che stiamo affrontando. La politica del piutòst che negót, mèi piutòst non alimenta la rapida rinascita ma la lenta agonia delle nostre montagne. Lo si sappia, quanto meno.
Bonneval-sur-Arc, posto a 1850 metri di quota nella valle del fiume Arc – dipartimento della Savoia, regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi – è considerato uno dei più bei villaggi alpini della Francia, oltre che rappresentarne il comune più elevato.
Posto all’ingresso del Parco Nazionale della Vanoise, lungo la strada che sale al Colle dell’Iseran (il più elevato valico automobilistico d’Europa, 12 metri più alto dello Stelvio), Bonneval-sur-Arc è noto per l’architettura tradizionale delle sue case in pietra dai grossi muri, spessi fino a 80 centimetri, con i tetti in ardesia posti su travature in larice, nonché per la sua urbanistica a nuclei sparsi, tipica dell’alta montagna alpina.
È curioso denotare che le case non hanno numeri civici ma ciascuna è contrassegnata da un proprio nome. Inoltre, al fine di preservare l’aspetto originale del villaggio e del suo territorio montano, a Bonneval-sur-Arc non ci sono parabole satellitari, antenne televisive e tralicci: la maggior parte dei cavi elettrici, delle telecomunicazioni e di altro tipo sono sotterranei, dunque invisibili.
Per saperne di più su Bonneval-sur-Arc, cliccate qui.
Gli evidenti parallelismi che si colgono nelle vicende legate ai progetti di nuove infrastrutture sciistiche palesemente impattanti sui territori montani ai quali vengono imposte, denotano un modus operandi comune: il tirare avanti, il rifiuto di qualsiasi discussione e interlocuzione, il menefreghismo e la boria di chi ha deciso di avere comunque ragione.
Scrivevo di recente del folle progetto sciistico sul Monte San Primo, chiaramente scriteriato e criticato da chiunque ma che i soggetti politici locali vogliono portare avanti in ogni modo. Ecco, lo stesso atteggiamento è tenuto in Valle d’Aosta da chi vuole imporre il disastroso progetto funiviario nell’incontaminato Vallone delle Cime Bianche, peraltro area variamente protetta: si tira avanti, ormai
La scelta politica è stata fatta.
Così hanno detto*. Come fosse un dogma indiscutibile, quando invece rappresenta una sconcertante, deleteria paranoia.
In entrambi i casi, come in altri simili in giro per le montagne italiane, allo stesso atteggiamento nella forma corrisponde un’identica sostanza di base: il nulla. Perché non ci sono reali motivazioni logiche, sensate, razionali e vantaggiose che giustifichino quei progetti, dunque ai loro proponenti non resta che imporli con la paranoica prepotenza di pensiero e d’azione, la fuga da qualsiasi interlocuzione con la società civile e con il menefreghismo nei confronti dei territori ai quali vengono imposti.
Un comportamento politico del genere renderebbe opinabile persino l’opera più virtuosa, figuriamoci un enorme impianto funiviario turisticamente inutile in un vallone di alta montagna di rara bellezza e ancora intatto!
Dunque, di nuovo e ancora più di prima: lunga vita al Vallone delle Cime Bianche, territorio iconico delle nostre Alpi e patrimonio naturale di valore inestimabile che tutti noi abbiamo il dovere di difendere per conservare il diritto di godere pienamente della sua incontaminata bellezza!
Per contribuire concretamente alla difesa del Vallone, potete:
Partecipare alla raccolta fondi “Insieme per Cime Bianche” volta a sostenerne la tutela legale, qui: https://sostieni.link/36071
Firmare la petizione su Change, che ha già ampiamente superato le 20.000 firme, qui: https://chng.it/L4YqDb4t
Per rimanere costantemente aggiornati sugli sviluppi della vicenda, potete seguire la pagina https://www.facebook.com/varasc
*: se il link al video (di Facebook) non funziona, cliccate qui.