In visita a “La guerra che verrà non è la prima. 1914-2014” al MART di Rovereto

Non serve che sia io a rimarcare, qui, l’altissima qualità delle proposte artistiche in chiave museale/espositiva offerta dal MART, il Museo di Arte Contemporanea di Trento e Rovereto. Tuttavia decidere di affrontare un tema assolutamente delicato come la guerra in un periodo potenzialmente retoricizzante come quello attuale, nel quale si commemora il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale – di questa guerra sto dicendo, naturalmente – ovvero portare un tale tema in un contesto tipicamente deputato all’arte contemporanea, dunque non direttamente (almeno non subito) correlabile con quel tema, rappresenta una sfida non indifferente, che non so quanti altri centri d’arte italiani avrebbero potuto sostenere, anche solo per propria indispensabile autorevolezza.
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Beh, il MART ha vinto la sfida, a mio parere. Ho visitato giusto qualche giorno fa La guerra che verrà non è la prima. 1914 – 2014, e l’ho trovata assolutamente suggestiva e intrigante. Lo è per le peculiarità che offre all’attenzione e alla riflessione del visitatore e che trovate già ben illustrate nella presentazione della mostra; tuttavia, se devo esplicare sul merito il mio punto di vista, ho trovato che lo sia perché in fondo in essa non vi è la guerra. Non c’è, non si trova la prevedibile iconografia classica nonché tutta l’oggettistica che ci si potrebbe aspettare da un evento che ne commemora l’anniversario, se non in qualità di complementi quasi doverosi, forse necessari a fornire stimoli tematici a chi durante la visita vi si ritrovasse “spaesato”, per così dire. C’è invece, ed è questo che soprattutto trovo intrigante e illuminante, tutto quanto gira intorno al concetto di “guerra”: la Grande Guerra in primis ma, in generale, al senso, all’accezione e alla realtà ordinaria derivanti da esso, che sono uguali oggi come allora e allora come sempre, dacché la guerra – ahinoi uomini boriosamente “urbani” ma invero inguaribilmente disumani – rappresenta sempre la stessa tragedia, per chi la combatte, per chi la subisce, per chi ne viene coinvolto nel bene o nel male.

Il Biplano inglese SE.5A 1917 che accoglie i visitatori all'ingresso del MART
Il Biplano inglese SE.5A 1917 che accoglie i visitatori all’ingresso del MART

Così recita la presentazione de La guerra che verrà non è la prima:
La mostra sviluppa il tema adottando molteplici punti di vista e toccandone anche gli aspetti più sensibili, delicati e talvolta controversi. Il percorso espositivo lascia emergere l’evento come risultato di una composizione in cui l’arte si confronta con la storia, la politica e l’antropologia. Ricorrendo a una sorta di complesso montaggio tematico e temporale, l’esposizione evita di seguire un preciso filo cronologico, dimostrando – tramite inediti accostamenti e cortocircuiti semantici – come tutte le guerre siano uguali e, allo stesso tempo, come ogni guerra sia diversa. L’intento non è quello di inventariare i conflitti di ieri e di oggi, né quello di misconoscere le irriducibili differenze storiche, ma la volontà di mantenere aperta la ricerca e la riflessione in un luogo in cui ricordare non significhi ridurre un evento a qualcosa di pietrificato, archiviato e definitivamente sigillato in se stesso ma, all’opposto, riveli interpretazioni e riletture capaci di esprimerne tutta la complessità.
Il MART sceglie di conseguire tali scopi appunto dimostrando come la guerra abbia effetto non solo sui campi di battaglia – quelli sì, sono le conseguenze più truci e drammatiche della follia bellica umana – ma pure sull’intera società che in un modo o nell’altro ne venga coinvolta, dunque pure sul sottofondo culturale ove si basa l’opinione pubblica, sulla visione delle cose del mondo da parte della gente comune, sulle sue convinzioni, sulle sue presunte verità ma pure sugli usi, sui costumi, sul linguaggio, sulla consapevolezza di sé stessi e dello spazio-tempo d’intorno. Tutti elementi, questi, da sempre campi d’indagine primario dell’arte e di quella contemporanea ancora di più, ed è proprio qui, io credo, che efficacemente s’innesta e fa da perfetto supporto all’evento la prima citata autorevolezza che un centro d’arte come il MART può offrire e mettere in campo, confermandosi senza dubbio con La guerra che verrà non è la prima uno dei più importanti e influenti (nonché efficienti) luoghi culturali italiani in senso assoluto. Sperando che questo paese, sempre più sfregiato da un degrado della propria cultura e della memoria (appunto) che lo sta affossando drammaticamente, sappia recepire quell’autorevole influenza che luoghi come il MaRT mettono a disposizione di tutti.
Nel frattempo, fatelo voi: è un invito molto caloroso, il mio, perché la mostra merita veramente una visita e la merita pure il MART stesso, se ancora non l’avete mai visitato.

Cliccate sulle immagini per visitare le pagine del sito web del MART dedicate alla mostra e conoscere ogni utile informazione su di essa.

INTERVALLO – Lavis (Trento), Piccola Biblioteca Libera

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E’ forse una delle più piccole tra le Piccole Biblioteche Libere sparse un po’ ovunque per il mondo intero, quella creata a Lavis da Lia Nesler, maestra in pensione, e Carlo Devigili, falegname ed artista. Però ha una sua spiccata personalità, si fregia della propria bella iscrizione nel registro internazionale delle Free Little Library, al numero 3791, ed è pure dotata di un profilo facebook, qui.
Visitatelo, se volete saperne di più.

Bel(én) flop! (Un post all’apparenza frivolo ma in verità no, proprio no!)

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Giunte 5 copie d’ufficio [che è un modo elegante per imporre la loro presenza tra gli scaffali], rese 5 copie che vanno ad ammucchiarsi alle altre 9995 rimaste invendute. Questo per dire che i signori editori si lamentano della crisi, ma continuano a commettere gli stessi errori. Einstein sicuramente se la starà ridendo.

(Testimonianza da una libreria, 11/11/2014)

Beh, dai, però un po’ mi dispiace per la bella e brava (fate voi quale dei due aggettivi vi pare fuori luogo) Belén. Sì, perché poverina, lei magari nemmeno sa di quel libro, ovvero nemmeno conosce che ci sta scritto dentro, le avranno detto solo “pubblichiamo ‘sto libro che facciamo i soldi, dai!” e lei ovviamente avrà acconsentito, e poi le hanno detto “ora vai qui a presentarlo e poi vai là e poi in TV e lo spacco inguinale, mi raccomando!” e lei l’ha fatto perché è bella e brava ma pure generosa (ora ne avete tre di aggettivi tra cui scegliere…) e chissà, si sarà pure convinta – dacché è straniera, forse non la conosce ancora bene l’ItaGlia e gli itaGliani – che a chi piacciono le farfalline piacciono pure i libri da leggere (“libri” in senso di oggetti dotati di tale forma, voglio dire.)
Povera Belén! Solidarietà e vicinanza, a lei. (No, nessun secondo fine, ve lo assicuro!)
Eppoi, in secondo luogo (e va già bene, che in giro il tema di seguito trattato è ormai al 28° o al 72° se non al 1245° luogo in ordine di importanza, nell’attenzione dell’opinione pubblica), un po’, anche un po’ tanto, mi dispiace per i lettori. Per noi lettori, sì, mica per gli editori uno dei quali ha preso Il Belén-abbaglio e ora si ritrova con tanta “bella” carta da macero nei magazzini. Mi dispiace perché tutti quei tot libri della bella e brava e generosa ma sfortunata (vedi sopra) Belén almeno occupavano lo spazio sugli scaffali delle librerie che ora invece sarà conquistato da chissà qual altra “opera letteraria” anche peggiore: eventualità pressoché certa per come ormai si comportano gli editori nostrani al riguardo (strategie editoriali, le chiamano, che è come chiamare Boeing 787 un aeroplano di carta), i quali a fronte dell’insuccesso del libro di Belén Rodriguez mica rifletteranno sul fatto che forse ci sarebbe da proporre libri con contenuti più degni di tal nome, semmai si convinceranno che, con tutta evidenza, il libro suddetto rimasto invenduto era troppo poco frivolo (trad.: “scandaloso”) ergo c’è da pubblicare di ben peggio. Più tette, più coiti, più drammi familiari, più gossip della peggior specie. Una soubrette con video porno disponibili sul web e la famiglia in gran parte sterminata: ce n’è una così, in giro? Sarebbe un libro di gran successo, questo sì!
O forse no. Resisto, sì, a che la pratica ma iconoclasta acidità fin qui espressa non soffochi del tutto la speranza che invece, almeno i lettori, abbiano capito ciò che gli editori – tzé! – pare non capiscano. O che capiscono ma se ne sbattono altamente, nel frattempo che nemmeno il libro della siorìna María Belén Rodríguez Cozzani risolleverà i dati di vendita di libri nostrani – e i loro bilanci ultra-dissestati. D’altronde, se un aereo – quel Boeing prima citato, per dire – è fatto per volare e invece viene usato a 90 all’ora in autostrada come fosse un normale bus, non ci si lamenti se gli utenti non se ne servono perché è più veloce il treno… E non gli si aumenti la velocità, che tanto non serve e poi, grosso com’è, nemmeno ci passa dal casello autostradale!

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 4a puntata 2014/2015 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, diciassette novembre duemilaquattordici, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #4 dell’anno XI di RADIO THULE. Titolo della puntata, “Elisee Reclus, il Rivoluzionario della Terra”.
Quanti di voi conoscono Elisee Reclus? Probabilmente pochi e gli altri non hanno colpa, dato che il grande geografo francese è uno degli scienziati più importanti e parimenti più ignorati della storia moderna. Eppure, Reclus fu veramente un rivoluzionario delle scienze geografiche, padre spirituale di una geografia sociale in grado di cambiare il punto di vista comune sul nostro pianeta, sulla sua storia e la sua raffigurazione. Lo andremo a conoscere, in questa puntata di RADIO THULE, ripercorrendo la sua affascinante vita di uomo libero e altrettanto libero pensatore, di certo emblematica anche ai giorni nostri.
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Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play

Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

“Il giorno in cui sono morto”, un racconto inedito (2a parte)

Per sapere cosa diavolo* vi state accingendo a leggere (e per leggerne la prima parte), cliccate QUI!

*: Beh, in effetti tale espressione non è troppo consona a quanto leggerete. Fatelo, e capirete che intendo dire.

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Il giorno in cui sono morto (2a parte)

Porca puttana, morto!
Ero morto sul serio!
Di colpo mi sovvenne che tra una settimana mi sarebbe scaduta l’assicurazione della mia auto: come diavolo facevo a pagar… oh, beh, che idiota. Il problema non sussisteva più, ora. Cioè, voglio dire: certo, mi stavo per suicidare, essere effettivamente trapassato non avrebbe dovuto sorprendermi più di tanto. Tuttavia pensavo a qualcosa di più… più classico, e più suggestivo, ecco. Eppoi te l’ho detto, avevo piazzato il cuscinone ad aria di mio cugino sotto il ponte. Insomma, se ne dicono di cazzate nella vita, non è che si debba sempre prendere tutto alla lettera. Cioè, sì, si dovrebbe, spesso è giusto farlo, ma anche no…
Mi riebbi con un sussulto dalla mia solita incoerenza: fosse quel che fosse, c’era poco da fare. Anzi, nulla. Ero morto, punto. Mi rabbuiai parecchio e abbassai lo sguardo a terra, in parte incazzato, in parte abbacchiato. Mortificato, dovrei dire.
Rimasi in silenzio per tutto il resto del tempo, fosse stato un minuto o 150 anni (vedi sopra, ribadisco), avanzando lentamente con tutta la mia colonna di… beh, cadaveri, dacché tali eravamo. Quale estremo, disperato tentativo di “fuga” da quella realtà – se tale si poteva definire – mi chiesi, visto che appunto eravamo tutti quanti cadaveri, perché dunque non puzzassimo terribilmente, come s’addiceva; a dire il vero la domanda mi parve dotata d’una logica un po’ traballante, in ogni caso ci riflettei un attimo (o qualche lustro, mah!) e mi risposi che, a pensarci bene, il maiale che è nato e vive nel fango della porcilaia insieme ad altri maiali lordi come lui mica ritiene di essere sporco. Tale risposta mi sembrò in effetti più logica della domanda, dunque la piantai lì con quelle vane elucubrazioni e mi rituffai nel silenzio più assoluto, ciondolando le lunghe maniche fuori taglia della mia divisa, o che accidenti d’altro fosse. Ogni tanto gettavo un’occhiata intorno, ma con tutta quella massa di persone divisa per innumerevoli file mi pareva sempre d’essere fermo nello stesso punto. Un punto morto, ecco! – vabbé, lascia stare, posta la situazione in cui ero mi perdonerai quell’autoironia un po’ demente.
Quando sollevai di nuovo lo sguardo, notai invece che avevo davanti solo tre altri individui: il tabellone luminoso sopra il banco in testa alla fila segnava il numero 5486844611574452. Non potevo oltrepassare la riga gialla sul pavimento – uhm, anche qui ‘ste noiose disposizioni? – ma cercai di vedere e capire che mi aspettava. C’era una donna seduta al banco, anzi, un donnone assai corpulento dal fare matronale con indosso una specie di grembiule bianco orlato da ricami azzurri che a fatica conteneva l’abbondante seno, permanente bionda (tinta, si vedeva la ricrescita) e trucco piuttosto vistoso. Lavorava alla tastiera di un qualcosa che per certi versi ricordava un registratore di cassa d’antan e per altri un computer, masticando rumorosamente un chewing gum. Poco dopo, quando avevo davanti un solo altro individuo, notai sulla sua schiena due ali piuttosto piccole, tali e quali a quelle che avrebbe disegnato un bambino se gli si fosse chiesto di disegnare un paio d’ali d’angelo: ma dalla visione di esse e di tutto il resto non ci desunsi nulla. In verità, non sapevo proprio che pensare.
Finalmente, il numero 5486844611574455 lampeggiò sul tabellone: toccava a me. Mi feci avanti, abbozzai un sorriso, tossii leggermente per schiarirmi la voce; la tizia non mi degnò del minimo sguardo.
«B-buongior… buonasera… ehm… mi chiamo Ca…»
«Numero!» intimò quella, con tono così secco che al confronto uno stoccafisso congelato mi sarebbe parso più morbido d’una sciarpa in cashmere. Presi a dettarglielo.
«Lo so!» mi interruppe a metà numero con immutata perentorietà.
«Bene, signor Incerti,» riprese, pronunciando il mio cognome con un tono che in altra situazione avrei ritenuto ironico, «vediamo un po’ che ha combinato, nella sua vita…». Non mi aveva ancora degnato d’una sola occhiata; io invece adocchiai sul monitor che aveva davanti il numero che avevo tentato di dettarle prima, il cognome e altre cose che invece non distinsi.
«Celibe, senza figli… scarsa applicazione scolastica… All’età di 15 anni aveva già visto almeno una cinquantina di film per adulti…»
«Uh? Io? Ehm…» Ad ogni cosa che citava, la tizia scriveva sulla tastiera; sul monitor intravedevo un numero che aumentava o diminuiva a ogni nuovo inserimento – come un punteggio, ecco.
«Alcuni furti non scoperti… Una rissa in discoteca… Qualche spinello tra amici…»
«Eh? Furti? Ah, ma lei si riferisce al cuscinone? No, ma quello me l’hanno prest…»
«Silenzio!» mi sibilò, e la obbedii. Peraltro, non nego che quel così florido seno che ad ogni movimento della tizia pareva animarsi e ancor più gonfiarsi mi distraeva parecchio. Certe cose pure per un morto conservano il loro bell’imperituro “perché”: sai, non a caso si usa dire morto di f… beh, lascia stare.
«Bene, ma guarda…» riprese la pettoruta matrona continuando a battere sulla tastiera, «…favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, gestione di giri di escort per clienti facoltosi, riciclo di denaro sporco presso depositi bancari nascosti e paradisi fiscali…»
«Eeh??? Ma chi, io?»
«Organizzazione di turismo sessuale… tangenti ad alti esponenti diplomatici…»
«No, ehi, ehi! Si fermi un attimo, io tutte quelle cose mica le ho…»
«Zitto, bellezza! Ti ho dato il permesso di parlare, io?»
«Ma io non ho assolutamente fatto tutte quelle cose orribili! Io non…»
«Ma se non hai smesso un attimo di guardarmi le tette! Tzé, il solito ipocrita.»
«Beh, ecco… ma che centra, quello? Io quelle cose che prima ha elencato non…»
«Taci, stronzetto» mi disse, con un tono così tagliente che avrebbe affettato la produzione annua di un salumificio con un colpo solo. «Ma sei fortunato, vedo, come lo sono sempre tutti i culi marci come te. Guarda lì: nipote del cardinal Michelangelo Incerti… Bella raccomandazione, eh?!»
«Raccoman… nipote di un cardinale? Io?»
«Certo, caro il mio bel signor Carlo Massimo Incerti! Sei l’ennesimo merdoso r-a-c-c-o-m-a-n-d-a-t-o! Ecco qui,» e pigiò con teatralità un tasto, «un bel punteggio da secondo cielo. Pensa te!»
«Ma… ma io mi chiamo Carlo Maria, non Carlo Massimo!» urlai quasi, attirandomi addosso gli sguardi di buona parte di quelli che avevo intorno. Fu in quel momento che, per la prima volta da che le fossi lì di fronte, la tizia alzò lo sguardo per osservarmi; quindi, appena dopo, prese a osservare con un certo sconcerto la tuta oversize che indossavo.
«Ehi, che razza di taglia ti hanno dato? Vorrai mica andare in Paradiso vestito in quel modo così ridicolo?» mi fece.
«Ma che vuoi? Me l’avete dato voi ‘sto cazzo di scafandro, eh!» ribattei con tono fin troppo esagitato. La donnona mutò subito lo sguardo da piuttosto sconcertato a parecchio sbieco: al confronto quello di un cobra un attimo prima di attaccare la sua preda sarebbe stato degno di una delle puntate più commoventi di Remì. Quindi, con gesto assai teatrale, la vidi premere un grosso pulsante rosso accanto a quel coso, quel computer a forma di registratore di cassa: senza che nemmeno capissi come, quattro energumeni, indossanti la stessa pseudo-uniforme militare azzurra del tizio che mi aveva “accolto” all’entrata di… di qualsiasi posto fosse quello, mi sollevarono da terra e mi portarono via – cioè, insomma: non è che sentii la loro presa addosso, ma ebbi la netta sensazioni di non toccare più terra… finché non mi trovai in un ambiente totalmente buio, seduto a non capivo cosa, percependo lì intorno a me la presenza di qualcuno senza tuttavia vederlo. Poi, una luce abbagliante mi si accese in faccia d’improvviso: d’istinto pensai alle testimonianze di quelle persone che raccontavano, durante stati d’incoscienza e di coma, d’essere stati avvolti da luminosità più o meno abbacinanti, avvalorandole quali prove di esperienze soprannaturali e oltremondane, ma quando gli occhi presero ad adeguarsi a quel gran bagliore sparatomi addosso vidi in esso la chiara forma di una grossa lampada da tavolo. Da 19,90 Euro, già – o meglio, ne avevo vista una simile in un supermercato poco tempo prima, in offerta a quel prezzo. Ma probabilmente non era la stessa.
«E dunque, caro il nostro signor Carlo Maria Incerti» prese a parlare una voce tonante e tesa, «voleva fare il furbo, eh?!»
«Io?» risposi, ma giusto per dire qualcosa.
«Voleva fregare il posto a qualcun altro, eeeh?»
«Freg…?!?»
«Cosa crede? Che il Paradiso sia per tutti, eh? E che si possa capitare qui e chiedere una stanza, come in un motel sull’autostrada?»
«Ma io non credevo assolutamente nulla, maledizione! Volevo solo suicidarmi in pace e stop, finita lì, mica pensavo al dopo! Facevo fatica persino a pensare al durante, per non dire al prima! Bah, quanto mai m’è venuto in mente di mettermi su quel ponte per farla finita! Per cosa, poi? Per giungere in ‘sto paradiso? Questo sarebbe il paradiso? Beh, se lo lasci dire signor… ehm… ecco, sarà, ma a me ‘sto paradiso sembra più un infer…»
«Basta! La smetta con le sue fregnacce post mortem! Frega il posto ad altri e vuole pure avere ragione!»
«Ma non è affatto così, io non…»
«Zitto! Il suo comportamento merita una punizione esemplare.»
Seguì qualche istante di silenzio assoluto. Tombale, ecco! (Ok, ok, la smetto con questa ironia idiota!) Poi la stentorea voce riprese a fluire da quel buio totale nel quale stavo.
«E’ deciso. La punizione sarà esemplare, e del tutto degna di quando era in vita.»
Non sapevo se avere paura o che altro. Insomma, da morto che altro di peggio poteva capitarmi?
«Carlo Maria Incerti, lei tornerà tra i mortali, sulla Terra!»
«C-come? Sulla T… cioè… in vita?»
«Tornerà in vita, e tornerà a fare ciò che faceva prima!»
«Torn…?!?»
«Aveva a che fare con la merda, vero? Conferma?»
«Oh, ehm, s-sì, ecco… non è bello da dire, ma effettivamente era ciò che mi faceva vivere.»
«Bene: reincarnazione sia! Così è deciso, amen!» tuonò tremendamente la voce. Oohccazzo, non potevo credere alle mie putrescenti orecchie! Tornavo sulla Terra! Tornavo in vita! Ahahah, incredibile! E la chiamavano “condanna”? Che cavolo, potevo tornare vivo e così cercare di raddrizzare la mia vita, di non commettere più errori al punto da decidere di farla finita. Ah, pure questa, che cazzata! A saperlo… Non avrei nemmeno chiesto in prestito il cuscinone di mio cugino. Che meraviglia: vivo! Di nuovo! E se avessi pure ritrovato quella fantastica ragazza supersexy, Esperanza… beh, insomma, wow! Ero troppo contento! La reincarnazione: ma allora era tutto vero, esisteva veramente! Ecchissenefregava se fossi tornato a occuparmi di merda: d’altro canto quello facevo, quella evidentemente era la mia sorte… ma da vivo, tornavo vivo! Vivo!
Già, vivo.
Ma come Geotrupes stercorarius. Uno scarabeo stercorario, così sono tornato sulla Terra. Avevo di nuovo a che fare con la merda, ma non come prima! Che cazzo avevano capito quelli lassù, o laggiù, dove maledizione stavano… Reincarnazione aveva detto: sì, certo, grazie! ‘Fanculo!
Mi incamminai per la città che a quel punto mi pareva un mondo ciclopico e spaventosamente pericoloso, ancorché assai fornito di quella materia che mi conferiva nome e peculiarità. Per attraversare una via secondaria ci impiegai non so quante ore! – anche per colpa mia, lo ammetto: la pallottola di cacca che avevo costruito e mi portavo appresso era tutta sbilenca; d’altronde, capirai, ero ancora alle prime armi. D’un tratto, poi, giunsi in prossimità di un grande palazzo, che conoscevo – nella vita precedente – come sede di qualche istituzione importante. Una grossa auto entrò nel cortile interno e ne scese un tizio parecchio corpulento con cappello e occhiali da sole, al quale, da una porta laterale, venne incontro un prelato, accompagnato da un altro torvo individuo.
«Ah, zio, eccomi finalmente!» disse l’uomo sceso dall’auto.
«Carlo Massimo! Ma, mi hanno detto dell’incidente…» gli rispose l’ecclesiastico.
«Già, ieri sera quasi a mezzanotte, sulla strada sotto il ponte. Merda, pensavo di lasciarci le penne, stavolta! Non so come, ma sono vivo. Vivo per miracolo, già!»
«Ah, meno male. D’altronde, sai bene che il qui presente cardinal Incerti su tale argomento ha buone conoscenze!» fece il prelato, allargando teatralmente le braccia e alzando gli occhi al cielo.
Carlo Massimo? E quello il cardinal Incerti? Oh porca puttana! – esclamai tra me e me (sempre che uno scarabeo stercorario possa “esclamare”, ovvio): era il tizio al quale, a quanto sembrava, avevo rubato il posto in paradiso! E capii pure il perché della tutona XXL che mi avevano affibbiato. Cercai di avvicinarmi per udire meglio.
«Ma le nostre cose…» riprese il prelato, ora più mellifluo.
«Sì, zio, ecco qui.» Estrasse guardingo una valigetta dall’auto, si guardò un attimo in giro, poi la mostrò ai due uomini. «Tutti in banconote di grosso taglio, come mi hai chiesto.»
«Bene, bene, bravo il mio nipote. Vedi, te l’ho detto: il tuo caro zio cardinale un posto in paradiso te lo fa tenere da parte, stanne certo!»
In paradiso? Dei tipi così loschi? E chissà poi quel denaro che origine sporca e criminale aveva! Altro che la “mia” merda: mi ricredo, sarà tale, la mia vita, ma almeno è onesta! Che schifo, che vergogna! – presi a ringhiare tra me (sempre che uno scarabeo stercorario possa ringhiare, già), a imprecare (sempre che uno scarabeo… eccetera eccetera) e a rodermi l’animo, al punto da non prestare più attenzione a quanto mi stava accadendo intorno e soprattutto all’auto che, risalitovi il nipote del cardinal Incerti, all’improvviso partì in retromarcia per uscire dal cortile e tornare sulla strada, spiaccicandomi mortalmente senza alcuna speranza.
Onesta la mia vita, già, ma proprio di merda! Innegabilmente, invariabilmente, ineluttabilmente di merda. In questo, lo devo ammettere, sono proprio stato coerente!
Ecco, ho finito di raccontarti di quel fottutissimo giorno. Ora sono qui, in coda. Questa volta sul mio biglietto c’è scritto “Sportello 569874 C – Numero 54868449988725877”
Un momento: non sarà mica ancora lo sportello di quella cicciona tettuta e acida?
E no, eh, cazzo!
Beh, sia quel che sia, vuoi un consiglio da amico? Goditi la vita e vedi di non morire alla svelta, che poi è un gran casino! Garantito, ormai l’ho capito bene.
(“Reincarnazione”! Ma vaffanculo, va’!)

(Fine!)