Al di là del bislacco gioco di parole del titolo (pardon!), penso che molti di voi già conosceranno – almeno per nome – la cosiddetta Legge Levi, o “Legge sul prezzo dei libri”, controversa normativa che nel 2011 ha cercato di mettere un certo ordine al mercato editoriale italiano (in gran ritardo rispetto ad altri paesi europei, more solito!) e, tra le altre cose, fissato un tetto massimo al valore di sconto applicabile ai prezzi di vendita dei libri, con ciò venendo incontro alle richieste della piccola e media editoria e delle librerie indipendenti ma di contro scatenando vivaci proteste di molti lettori fautori del “meno costa meglio è”, sovente ritenendo che tale strategia commerciale sia indiscutibile ausilio alla vendita di libri e alla diffusione della lettura.
Bene – o male, fate voi: è notizia di solo qualche giorno fa (io la prendo da qui) che una delle norme contenute nella bozza del disegno di legge sulle liberalizzazioni e sulla concorrenza, su cui il governo in carica è al lavoro, predisporrebbe l’abolizione del limite massimo del 15% di sconto applicabile sui libri, appunto sancito dalla suddetta Legge Levi nel 2011. Di conseguenza verrebbero aboliti i commi 3 e 4 dell’articolo 2 della normativa che, rispettivamente, permettevano una deroga alla regola del tetto massimo agli sconti per il mese di dicembre e fissavano uno sconto massimo del 20% in occasione di eventi particolari come manifestazioni o fiere (sempre che tali commi fossero effettivamente rispettai dai soggetti coinvolti, ma questo è un altro discorso).
Un’abolizione, in buona sostanza, che consentirebbe di nuovo ai maggiori gruppi editoriali e alla grande distribuzione (sovente in comunella, lo si sa bene) di fare il bello e il cattivo tempo sui prezzi di vendita dei libri, con modalità consentite dai propri grandi numeri e, di contro, sostanzialmente impossibili per l’editoria indipendente e per quelle librerie di ugual natura (ovvero non di catena, ma quelle oggi ormai si fanno chiamare bookshop, non più banalmente “libreria”!) che devo subire imposizioni di prezzo e condizioni di vendita insostenibili nei confronti della grande distribuzione o della vendita on line. Tutto questo, per di più, aggravato dal fatto che tali angustie commerciali vanno a colpire un’editoria che ancora produce letteratura di qualità, a fronte invece di quanto prodotto, distribuito e imposto dai grossi gruppi editoriali – ma non vado oltre, anche qui, per non imboccare strade speculative infinite che peraltro avrete percorso più volte pure voi.
Insomma, il ritorno di un lobbismo editoriale (!) senza pudore, capace di influenzare la politica (ma non ci vuole molto, suppongo) a tutto vantaggio di un’oligarchia che, per come ha lavorato negli ultimi anni, ha fatto più danni che buone cose per l’editoria, la letteratura e – soprattutto – per la cultura nazionale, a fronte di una situazione di mercato palesemente sbilanciata e deprecabilmente lasciata in condizioni di liberismo assoluto. Peccato che si stia parlando di libri, ovvero oggetti culturali, e di cultura diffusa, appunto, non di detersivi o ciabatte da mare – il che dimostra, una volta ancora, la mancanza di preparazione non solo tecnica ma pure culturale di certa classe politica e dirigente nostrana quando abbia a che fare con cose di una certa delicatezza.
Se effettivamente l’abolizione delle suddette norme – ovvero lo svuotamento sostanziale della Legge Levi, controversa e discutibile quanto si vuole ma almeno primo passo per regolarizzare il settore – andrà in porto è ancora da vedere, tuttavia mi chiedo nuovamente perché, molto semplicemente e banalmente, visto che siamo comunque un paese del pianeta Terra e non di Nettuno o di Alpha Centauri, non si dia un’occhiata ad altre situazioni simili intorno a noi e a legiferazioni in materia che sembrano funzionare bene: la normativa vigente in Germania, ad esempio, che fin dal primo articolo recita così: “La presente legge è volta alla tutela del libro inteso come bene culturale.” Quella italiana inizia invece così: “La presente legge ha per oggetto la disciplina del prezzo dei libri.” Sarò esageratamente caustico, ma temo che già così poche parole dimostrino molto, se non tutto.
Categoria: Magazzino
Sempre i migliori che se ne vanno, sempre meno “bellezza umana” per chi resta…
Avrete certamente saputo, dai social in primis e poi grazie a tutti gli altri media, della morte di Virna Lisi, una delle più brave, celebrate e affascinanti attrici italiane.

Non apprezzo il consueto rincorrersi di tanti, sul web, in occasione della dipartita di qualche personaggio famoso, nel postare foto e citazioni varie dello stesso: mi pare espressione di un compianto assai artificioso, figlio ennesimo del costume diffuso nella vanesia opinione pubblica contemporanea per la quale, peraltro, quello pseudo-compianto trova forza soprattutto nel numero di “mi piace” raccolto, più che in una autentica comprensione e considerazione dell’evento, o nella conoscenza effettiva del personaggio.
Ma non è questo il punto. Voglio infatti qui esprimere una riflessione di diversa specie che mi sono ritrovato a elaborare dopo quest’ennesima partenza verso altri lidi di un bel personaggio, e intendo bello non solo dal punto di vista estetico quanto sociale e culturale, per aver rappresentato, lei come tanti altri che non ci sono più, un’epoca novecentesca sicuramente controversa per certe cose, ma capace di valorizzare la grandezza di alcuni personaggi – grandezza artistica, intellettuale, scientifica eccetera ma anche, e soprattutto, umana. Penso a quei tanti immensi personaggi che nei decenni scorsi, nel pieno dell’evoluzione e dell’espansione delle arti e dei media contemporanei, hanno reso celebre e celebrata la cultura italiana di ogni genere, in modo alto ma pure popolare; uomini e donne dal notevole carisma e dallo spessore personale incomparabile, la cui morte non ha solo privato il nostro paese della loro presenza, ma ha pure indebolito l’intera struttura socio-culturale nazionale, anche per come poi il loro posto è stato preso da altri – i “personaggi” VIP di oggi – sovente dal discutibile talento, dallo spessore umano risibile e dalla capacità di lasciare qualcosa di buono nella storia della cultura e del costume italiani quasi nullo.
E’ cambiato tutto, senza dubbio, nel giro di soli pochi anni. Tutto si adegua, inevitabilmente, al presente e alle sue realtà, e la riflessione che vi sto sottoponendo non vuole certamente essere indiscutibile – anzi, sono io il primo a sperare di stare solo esagerando; tuttavia veramente, di fronte alla scomparsa di personaggi come la Lisi ovvero tanti altri, mi chiedo: dove sono oggi altre Virna Lisi, altre donne di simile fascino (non artefatto) e relativa eleganza nonché bravura artistica? Dove sono altri Sordi, De Sica, Visconti, Fellini, Calvino, Buzzati, De Chirico, Fontana…? – inutile dirlo, l’elenco potrebbe continuare a lungo e toccare qualsiasi disciplina di interesse popolare, ho solo messo in fila i primi nomi che mi sono balzati in mente.

Ribadisco: certamente alcuni grandi personaggi ci sono anche oggi, magari anche più grandi di tanti del passato, tuttavia l’impressione personale – o il timore, fate voi – è che non ci sia più la dimensione giusta affinché ne nascano come un tempo e, d’altro canto, ancor meno vi sia la capacità e la volontà diffuse di comprenderne il valore. Temo appunto che ci si stia terribilmente impoverendo, che nella situazione socio-culturale attuale, per le cause che voi stessi conoscete bene – certi grandi personaggi che se ne vanno lascino vuoti sostanzialmente incolmabili, i quali per inesorabile effetto collaterale non facciano che abbruttire sempre più la società nella quale viviamo. D’altronde, molto banalmente, basta vedere – magari su qualche canale satellitare che ritrasmette vecchi programmi – gli show televisivi RAI di un tempo e i personaggi che li presentavano e animavano, e fare un rapido confronto con gli epigoni attuali. “Sono sempre i migliori che se ne vanno”, recita quel noto motteggio: beh, grazie, fatto sta che così ci ritroviamo in mezzo a quelli peggiori, la cui specie non se ne va affatto, anzi, pare in costante e irrefrenabile aumento! E la lotta tra diffusione culturale di valore, anche quando popolare (ad esempio gli show televisivi di un tempo, appunto) e l’incultura imposta anche strategicamente dal sistema (quello i cui massimi esponenti dichiarano pubblicamente che “con la cultura non si mangia”, per capirci) pare sempre più appannaggio di questa seconda, con i risultati sopra esposti.
Insomma: la scomparsa di tali grandi personaggi non sta solo facendo svanire un’intera epoca recente e fondamentale della nostra storia dentro le fumose spire del tempo, tra le quali ormai abbiamo perso la capacità di vedere, noi popolo cronicamente senza memoria, ma sta privandoci di una bellezza umana autentica e piena che oggi, ripeto, personalmente faccio fatica a ritrovare. A meno di fermarsi a considerare la mera esteriorità di quanto abbiamo a disposizione: ma sarebbe come credersi lettori soltanto ammirando le copertine dei libri.
“Non possiamo non dirci naturalisti”. Un illuminante e pragmatico scritto di Carlo Rovelli sul pensiero contemporaneo.
Vi propongo questo illuminante articolo di Carlo Rovelli, uno tra i migliori scienziati italiani contemporanei (tale anche, a mio parere, per la capacità di compendiare nel proprio pensiero gli assunti di diverse discipline del sapere contemporaneo, e non solo), che fa il punto sul naturalismo, la filosofia più vicina alla scienza, dominante pressoché in tutto il mondo ma avversata in Italia. Trovo lo scritto interessante – e, appunto, illuminante, pure per chi non sia esattamente addentro alle questioni in esso trattate (anche se potrebbe sembrare un poco difficile) – perché riesce anche a tratteggiare con chiarezza lo stato della cultura contemporanea italiana ovvero certe sue alquanto opinabili peculiarità, nelle quali inevitabilmente si possono rintracciare le cause del generale degrado di esso – degrado che poi si riverbera sulla società intera, con i risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi.
Nella necessaria riflessione sul perché l’Italia presenti problemi socio-culturali ben più gravi rispetto a buona parte delle altre nazioni occidentali ovvero della parte di mondo più avanzata, e su come essi si siano generati, questo scritto di Rovelli – anche se, lo ribadisco, non direttamente dedicato a tali questioni – rappresenta a mio modo di vedere un contributo assolutamente considerabile tanto quanto pragmatico.

Non possiamo non dirci naturalisti
Il punto sul naturalismo, la filosofia più vicina alla scienza, dominante nel mondo ma avversata in Italia. Anche da chi si autodefinisce realista.“Naturalismo senza specchi” è un libro complesso, dove uno dei più brillanti filosofi contemporanei, Huw Price, che detiene la cattedra Bertrand Russell a Cambridge, discute una versione di quella che non è forse esagerato chiamare la filosofia dominante del nostro tempo: il naturalismo. È una versione che risponde implicitamente a molte posizioni anti-naturalistiche di casa nostra.
Il naturalismo, scrive Federico Laudisa in un recente volume intitolato appunto ‘Naturalismo’, “è diventato un quadro di riferimento generale per molte questioni filosofiche al centro dei dibattiti dell’ultimo mezzo secolo”. Come tutte le vaste tendenze di pensiero, il naturalismo non ha una definizione precisa e si declina in una varietà di forme; lo si può forse caratterizzare come l’atteggiamento filosofico di chi ritiene che tutti i fatti che esistono possano essere indagati dalle scienze naturali, e noi esseri umani siamo parte della natura, non entità distinte e separate da essa. Non è naturalista chi assume realtà trascendenti che possiamo conoscere solo attraverso forme non indagabili dal pensiero scientifico. Non è naturalista chi pensa che esistano due realtà: una natura che può essere studiata dalla scienza, e un’altra impermeabile alla scienza. Il naturalismo nasce nel pensiero classico greco, dispiegato per esempio in Democrito, rinasce dopo lungo silenzio nel Rinascimento italiano e si rafforza con i trionfi della scienza moderna. Diventa forte nel diciannovesimo secolo e oggi permea una parte vastissima della cultura mondiale. Tesi molto marcatamente naturalistiche sono state difese per esempio da Willard Quine, uno dei maggiori filosofi del ventesimo secolo. Una delle sue tesi più note ed estreme, in questo senso, riguarda la “naturalizzazione dell’epistemologia”: lo sforzo di ricondurre alle scienze naturali anche le questioni sulla natura stessa della conoscenza.
L’Italia, dopo il Rinascimento, è diventata singolarmente refrattaria al naturalismo, e lo è ancora. Nell’enciclica “Quanta Cura” di Pio IX, si condannava ferocemente “l’empio ed assurdo principio del naturalismo”. Non siamo più a questi eccessi, ma resta diffusa nel nostro paese, sia fra il pubblico che fra gli intellettuali, l’opinione magari vaga ma prettamente anti-naturalistica che “ci dev’essere ‘qualcosa’ al di là di ciò che si può studiare scientificamente”. La refrattarietà al naturalismo nel nostro paese si riflette in tutto ciò che ci distingue dalla maggior parte degli altri paesi sia occidentali sia in via di sviluppo. La nostra scuola è strutturata dall’idealismo crociano, i nostri filosofi adorano Heidegger, che non amava la conoscenza scientifica, la nostra stampa e televisione, con poche eccezioni, fanno la peggior la divulgazione scientifica del pianeta — basti pensare a “Voyager” —, il nostro parlamento non eccelle per cultura scientifica. Siamo l’unico paese del mondo dove scuole e tribunali espongono simboli religiosi, e l’unico paese, oltre forse all’Iran, dove i telegiornali raccontano ogni giorno cosa ha detto il leader religioso locale. Di naturalismo in Italia abbiamo sentito parlare quasi solo quando a scuola ci raccontavano quanto esso avesse fatto soffrire Leopardi…
In questo clima non stupisce che anche i nostri migliori intellettuali si tengano a una certa distanza dal naturalismo. Nel suo libro che al naturalismo è dedicato, Laudisa si affretta a scrivere: “non condivido il grande entusiasmo che manifesta per il naturalismo la stragrande maggioranza dei miei colleghi” —evidentemente stranieri. Laudisa rimprovera al naturalismo sopratutto di non essere in grado di rendere conto degli aspetti normativi (ed estetici) del pensiero. Più marcatamente, forse per il retaggio della tradizione culturale da cui proviene, Maurizio Ferraris, nella sua pur benemerita crociata illuminista contro le degenerazioni del pensiero che vuole leggere tutto come sola “costruzione sociale”, si affretta ad aggiungere nel suo ‘Manifesto’: “Non si tratta affatto di dire che tutte le verità sono in mano alla scienza”. Ferraris distingue realtà “naturali”, come montagne alberi e stelle, da realtà “sociali”, come contratti, valori, e matrimoni, che sono realtà, ma costruite socialmente. Pur provenendo da tradizioni di pensiero lontane, Laudisa e Ferraris vedono entrambi i limiti del naturalismo là dove inizia il pensiero umano.
Questa è esattamente la questione da cui parte Huw Price. Price lo chiama il “problema della collocazione” (‘placement’), e lo formula come la domanda di dove “collocare” nel mondo dalle scienze naturali entità come i valori morali, la bellezza, la conoscenza, la coscienza, la verità, i numeri, i mondi ipotetici, le leggi, eccetera: tutte quelle entità che sembrano meno compatibili, per esempio, con il mondo descritto dalla fisica. La risposta di Price si articola in due passi. Il primo è l’osservazione che il nostro linguaggio e il nostro pensiero non sono necessariamente rappresentazioni di qualcosa di esterno. L’osservazione è il cuore della filosofia della seconda fase di Wittgenstein: contrariamente a quanto ipotizzato dalla più diffusa teoria del linguaggio (caratteristica per esempio di Gottlob Frege, il padre della logica moderna), il nostro linguaggio e il nostro pensiero fanno ben altro che designare oggetti e proprietà di oggetti. Se guardo il tramonto e dico “che meraviglia!” alla compagna che ho accanto, non sto designando una ipotetica entità “meraviglia” che sia là, vicina al sole che tramonta. Sto esprimendo l’effetto del tramonto su di me, sto rafforzando quel legame di vicinanza con la mia compagna che viene dall’essere insieme a gioire dello spettacolo, oppure sto cercando di mostrarle qualcosa della mia intimità, o forse mille altre cose ancora, nessuna delle quali ha a che vedere con un oggetto esterno “meraviglia”. Interpretare il linguaggio come qualcosa che si riferisce necessariamente a qualcosa di esterno è creare dei falsi problemi di metafisica. Interpretare le nostre sofisticate e complesse attività linguistiche come affermazioni su una realtà esterna è l’errore che, secondo Price, genera il falso problema del “collocamento”.
Il secondo passo di Price è un sottile slittamento dell’idea centrale del naturalismo: porre l’accento sul fatto che noi, esseri umani, siamo parti della natura. E noi possiamo essere studiati dalle scienze naturali. Price lo chiama “naturalismo del soggetto”. Valori morali, bellezza, conoscenza, coscienza, la nozione di verità, i numeri, i mondi ipotetici, eccetera, non vanno compresi come arredamento metafisico del mondo, e neppure dichiarati “illusori”: vanno compresi come aspetti del comportamento di noi stessi, esseri naturali complessi in un mondo naturale complesso. Questo non toglie la possibilità di studiarli anche in forma autonoma: un matematico studia i numeri, un filosofo dell’etica studia i valori morali, e così via. Diritto, estetica, morale, logica, psicologia… sono scienze autonome. Ma i presupposti di queste discipline, e le realtà di cui si occupano non contraddicono il naturalismo, perché sono riconducibili alla coerenza generale del mondo naturale, come la chimica è compatibile con la fisica: il nostro pensiero e la nostra vita interiore sono fenomeni reali, generati da noi, creature naturali in un mondo naturale.
Molti campi vivacissimi della scienza contemporanea si concentrano oggi nello sforzo di riempire di contenuto questa intuizione: scienze del cervello, scienze cognitive, etologia, antropologia, linguistica, psicologia… Una sterminata letteratura sta crescendo, dedicata a comprendere noi stessi in termini naturali. Un testo che riassume lo sforzi per comprendere in termini evolutivi la nostra capacità di conoscere, per esempio, è “Teoria evoluzionaria della conoscenza” del filosofo tedesco Gerhard Vollmer, da poco pubblicato in Italia. C’è moltissimo che ancora che non capiamo, perché, come sempre, quello che non sappiamo è immensamente di più di quello che sappiamo, ma stiamo imparando moltissimo.
Forse curiosamente, riportare noi stessi alla nostra realtà naturale, che per Price ha radici nel pragmatismo e nel rispetto per ciò che abbiamo imparato sulla realtà grazie alla razionalità scientifica, finisce per riallacciarsi proprio alle intuizioni di Nietzsche, che per altra via sono sfociate negli eccessi del postmoderno: prima di essere animale razionale l’uomo è animale vitale (“Sono i nostri bisogni che interpretano il mondo… Ogni istinto ha la sua sete di dominio.”); vero, ma anche la nostra ragione nasce da questo magma, e ne emerge come la nostra arma di gran lunga più efficace. Su questo intreccio segnalo anche un libretto di diversi anni fa proveniente da tutt’altro mondo: “Gli istinti dell’uomo” di Antonio Balestrieri. Come presidente della Società Italiana di Psichiatria, Balestrieri giocò un ruolo centrale per l’approvazione della grande riforma della legge 180, vanto dell’Italia, la legge che ha chiuso i manicomi liberando l’umanità da una grandissima sofferenza, e ha fatto scuola in tutto il mondo. Con la semplicità di chi con la mente umana, la sua forza e la sua debolezza, ci deve lavorare, Balestrieri delinea un quadro per comprendere la rete di relazioni fra istinti e ragione, e tratteggia il percorso evolutivo naturale che ci può aver portato ad essere quello che siamo, esseri di emozioni ed esseri pensanti.
In favore di questo naturalismo umile e completo il libro di Price argomenta con forza e rigore: siamo creature naturali in un mondo naturale, e questi termini ci danno il miglior quadro concettuale per comprendere noi stessi e il mondo. Siamo parte di questa natura splendida e ricchissima, di cui sappiamo ancora così poco, ma abbastanza per capire che essa è sufficientemente complessa per dare luogo a tutto ciò che siamo, compresa la nostra etica, la nostra possibilità di conoscere, il nostro sentire la bellezza, e la nostra capacità di emozionarci. Fuori di essa non c’è nulla. Per un fisico teorico come sono io, per un astronomo abituato a pensare la sterminata distesa di più di cento miliardi galassie, ciascuna formata da più di cento miliardi di stelle, ciascuna con la sua ghirlanda di pianeti, su uno dei quali noi non siamo che un fenomeno breve e fugace, granelli infinitesimi di polvere persi nel cosmo sterminato, questa non può essere che un’ovvietà. Ogni uomo-centrismo impallidisce di fronte a questa immensità. Questo è il naturalismo.Fonti citate:
– Huw Price, “Naturalism without mirrors” (Oxford University Press, Oxford 2010)
– Federico Laudisa, “Naturalismo” (Laterza, Roma 2014)
– Maurizio Ferraris, “Manifesto del nuovo realismo” (Laterza, Bari 2012)
– Gerhard Vollmer, “Teoria evoluzionaria della conoscenza” (Ipoc, Milano 2012)
– Antonio Balestrieri, “Gli istinti dell’uomo” (La Garangola, Padova 1998).
“‘O vedi che semo coijoni!” (Onofrio del Grillo dixit)
Gasperino: …Ma che li tieni tu li conti?
Amministratore: Sono il suo umilissimo amministratore signor Marchese…
Gasperino: E fammeli vedé ‘sti conti. Quanto spennemo dentro ‘sta casa?
Amministratore: Ma perché? Non si fida di me? Sono generazioni che amministriamo la sua famiglia… prima mio nonno, poi mio padre e adesso io…
Gasperino: Ma che t’offenni? Per esempio, quanto ‘o pagamo er carbone? Famme sapè.
Amministratore: Mmmh il carbone…
Gasperino: Il carbone! Quanto ‘o pagamo?
Amministratore: E che possiamo pagare…
Gasperino: E che possiamo pagare? Quanto ‘o pagamo?
Amministratore: Sette paoli il quintale.
Gasperino: E ‘a carbonella?
Amministratore: Quattro.
Gasperino: E le fascine, pe’ accenne er foco?
Amministratore: Cinque a dozzina.
Gasperino: E ‘a legna?
Amministratore: E quella non la compriamo, viene dai nostri boschi… la vendiamo.
Gasperino: E quanto ce famo?
Amministratore: Dieci al quintale.
Gasperino: ‘O vedi che semo coijoni! Ma come, compramo tutto a tre volte il prezzo corente e solo ‘a legna ‘a vennemo alla metà?! Dice nun me fido… Ho fatto bene a vedé i conti… artro che. Se tu me freghi qui, me freghi su tutto! Perciò sei un ladro; sei ladro tu, tu padre e tu nonno e io ve licenzio a tutti e tre. Aspetta ‘n pò, prima da fa’ fagotto dimme na cosa… Ma quer vinello che se semo bevuti giù a tavola, ma che ‘o famo noi?
Amministratore: Si signore, viene dalle vigne del Mascherone…
Gasperino: Siii?!? E quanto ce n’avemo?
Amministratore: Parecchie botti di quello nuovo più quello vecchio imbottigliato.
Gasperino: E ‘ndo stanno tutte ste botti e ste bottije… ortre che a casa tua?
Amministratore: Giù in cantina.
Gasperino: Allora io vado in cantina e tu te ne vai affanculo, brutto ladro.
Della serie: vizi atavici di un paese senza speranza (con possibile soluzione, ad aver gli attributi di praticarla. Ad averli, già – altro vizio, anzi, altra pecca…).
(Ovviamente lo spezzone è tratto da Il marchese del Grillo, film del 1981 diretto da Mario Monicelli.)
Un salotto urbano arredato con gusto, nel quale distendere l’animo…
Ogni volta che giungo in questa città di luce e di scintillii, di bagliori e di stupori, sento quasi un’urgenza spirituale di divenirne parte della sua più intima essenza. Cammino lentamente lungo la riva sinistra della Reuss, scorro lo sguardo sulle facciate dei palazzi che, sulla riva opposta, affrescano l’orizzonte prossimo come su una tela impressionistica dai vivacissimi colori. La corrente è impetuosa, il lago spinge fuori da sé l’acqua con possanza, schiumante tra rapide vigorose, compressa tra gli argini sopra i quali le placide passeggiate della gente sembrano soavi traiettorie di fragili farfalle sopra una furiosa tempesta – ma appena le risacche placano il flusso, ci si meraviglia di quanto verde e trasparente sia quest’acqua cittadina – e potabile, suppongo, come d’altronde accade altrove qui in Svizzera.
Poco a valle c’è lo Spreuerbrücke, uno dei due ponti in legno che scavalcano il fiume, e quello ancora originale (dell’altro, il Kapellbrücke, e della sua storia, vi racconto a breve). Mi piace penetrare nel centro storico di Lucerna da quella parte e non dall’altra, dove usualmente i bus scaricano le comitive di turisti. Vi entro da qui perché ho la vivida impressione di entrare in una dimora antica e nobile che da subito si rivela accogliente, ospitale, confortevole. Un salotto arredato con gusto, certamente prezioso ma non sfarzoso, nel quale ci si sente a proprio agio, compartecipanti alla sua finezza, allo charme.
Vie pedonali strette che scorrono tra antichi palazzi dalle facciate affrescate spesso fantasiosamente come tele d’un discepolo elvetico di Bosch, le quali di colpo divengono ancora più strette, più intime, e d’un tratto si frantumano in altre viuzze, vicoli e vicoletti che donano l’impressione di trovarsi in un labirinto urbano. Ma basta girare l’angolo per ritrovarsi all’improvviso in una deliziosa piazzetta circondata da ulteriori nuove tele-facciate e agghindata da una tipica ed elaborata fontana in pietra, piccoli slarghi che mi allargano parecchio l’animo e lo abbracciano affettuosamente, instillandomi un senso di protezione serena, quieta.
E’ un brano tratto da Lucerna, il cuore della Svizzera, volume pubblicato da Historica Edizioni nella collana Cahier di Viaggio, diretta da Francesca Mazzucato.
A Lucerna – anzi, in Lucerna, città elvetica turisticamente meno nota di altre ma sublime come nessun altra, e non solo in Svizzera – vi accompagno sulle pagine di questo mio libro, peraltro avente un formato assolutamente “da viaggio”, comodo da riporre nella tasca della giacca oppure in valigia senza che rubi troppo peso e spazio. E’ una città che tanti conoscono di nome ma non di fatto, appunto, cioè nei fatti concreti che la rendono ciò che è: ve la farò visitare in un modo certamente diverso dal solito, attraverso un racconto “urbano” che è al contempo guida, saggio, romanzo, diario, confessione, rivelazione… e forse anche di più, seguendo rotte cittadine che il turista ordinario e il visitatore classico non seguono, tracciate sui selciati, sui marciapiedi, sui muri, sui colmi dei tetti ma anche nel cielo, sull’acqua, sulle linee dell’orizzonte oltre che, forse soprattutto, nel cuore e nell’animo.
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