Per una critica (costruttiva) della critica. Le quattro tesi di Michele Dantini

1419863140647Le-LibraireMichele Dantini è storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali.
Sul numero 23 di Artribune ha pubblicato un interessante e illuminante articolo su una questione (d’istinto stavo scrivendo “una ferita”!) aperta ormai da tempo immemorabile in ambito artistico e culturale: la critica. Disciplina che genera sempre parecchie discussioni anche per come la sua definizione pare essere cosa piuttosto vaga e lontana, il che genera interpretazioni innumerevoli, sovente di segno contrario le une con le altre e le quali a volte, tanto avviluppate su sé stesse che sono, smarriscono quello che dovrebbe essere il senso primario del fare (e praticare) critica. Che non significa semplicemente sancire se una cosa è bella o brutta, sia fatto ciò in due righe o in 1500 pagine – è una ovvietà, questa che ho appena scritto, anzi: dovrebbe esserlo, ma a quanto pare non lo è affatto.
L’articolo di Dantini, pubblicato su un magazine come Artribune che si occupa di arte contemporanea (non solo, ma soprattutto), è di conseguenza riferito al campo delle arti visive. Michele_Dantini_photoTuttavia, da appassionato di letteratura, so bene – e lo rimarco spesso, qui nel blog – che il problema della critica esiste in maniera simile se non maggiore anche in tema di libri e scritture letterarie, ove veramente si assiste a tutto e al contrario di tutto. Leggete l’articolo di Dantini sostituendo “artisti” e “opere d’arte” con scrittori e libri (mantenendo valido il termine “arte” e considerando tale la letteratura – anche se, lo ammetto, tale considerazione è a volte (!) un po’ (!!!) forzata) e la disquisizione proposta regge perfettamente, anzi, è sotto certi aspetti ancora più valida e importante per la letteratura che per l’arte visiva.
Insomma, sono certo che le quattro tesi di Michele Dantini rappresentino un efficace strumento di riflessione e di determinazione dell’essenza della questione, e che la loro considerazione sia necessaria per chiunque voglia impegnarsi nella pratica critica – che tratti d’un romanzo Harmony, di un saggio filosofico ovvero di un’opera di Cattelan.
Che poi queste così importanti tesi vengano recepite, meditate e, in caso di accordo, messe in pratica, beh, è un altro discorso. Purtroppo.

P.S.: Ringrazio di cuore Dantini per avermi concesso la possibilità di pubblicare il suo articolo anche qui nel blog.

Quattro tesi sulla critica. Quelle di Michele Dantini
È possibile coniugare connoisseurship e critica sociale, filologia e politica? È la domanda che attraversa oggi l’intero ambito della teoria culturale. Come si fa critica d’arte? Come si costruiscono un assenso e un dissenso perspicaci, e si produce un’effettiva conoscenza?

Con “connoisseurship” intendo una competenza visiva esperta e specifica. In assenza di connoisseurship prevale la chiacchiera sociologica, la glossa dottrinaria, il commento alla poetica (o meglio la sua parafrasi). Questa è la prima tesi. Una rosa è una rosa è una rosa: cioè un’immagine che ci “parla” al modo delle immagini, attraverso dettagli visuali. Dovremmo saperlo, ma per lo più non lo sappiamo. Nell’avvicinarci a un’opera d’arte occorre quindi prepararsi a reagire con prontezza a tutto ciò che, nell’immagine, è inatteso, smisurato, iperindividuale. Tutto ciò che eccede o perfino smentisce le dichiarazioni d’intenti o i punti di vista ragionati. In breve: tenersi alla larga dalle “generalità” manualistiche e affidarsi alla “memoria involontaria”.
Con “critica sociale” intendo la capacità di sintesi e riduzione. Se facciamo critica sociale significa che abbiamo scelto di abbandonare il piano della pedissequità e della cronaca culturale. Questa è la seconda tesi. Non vogliamo occuparci (nell’occasione almeno) di singoli artisti o di singole opere ma adottare prospettive “sistemiche”. E discutere criticamente, con attitudini distaccate, il mondo della produzione artistica contemporanea, le politiche di marketing, il mecenatismo, i viscosi vincoli di fedeltà interni alle tribù.
Terza tesi. Il critico-interprete (o meglio il critico-scrittore: cioè il critico tout court) alterna o intreccia connoisseurship e critica sociale. Non è al servizio dell’artista, del gallerista, dell’amministrazione locale o del museo. Non ha cioè l’obbligo di essere “complice” – la citazione è da Celant – né si presta al calloso rituale della promozione. Zelo, devozione e professionismo corporate uccidono l’acutezza e impongono reticenza. Possiamo certo batterci per questa o quell’opera, questo o quell’artista, ma solo sul presupposto della nostra intima convinzione e attraverso la chiaroveggente perspicuità della nostra scrittura. Questa dev’essere libera. Ripeto: libera.
Quarta tesi, ultima e decisiva. Il destinatario della critica non è l’artista. È invece il pubblico inteso in senso normativo, la comunità di cittadini non specialisti che chiede e attende di essere documentata per poter valutare.
Così intesa la critica è un’arte esatta, una forma di letteratura non-fiction; e insieme il riconoscimento di un diritto che vale per l’umanità in generale.

Michele Dantini
docente universitario, critico e scrittore

La mostra “Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore” a Bergamo, dal 20/03 al 17/04

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Dopo la prima presentazione “ufficiale” dello scorso 11 Ottobre a Calolziocorte, la mostra fotografica “Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore” che ho curato in occasione del centenario della nascita del grande alpinista lombardo Ercole Esposito – detto Ruchin, appunto – comincia il suo piccolo ma significativo tour per la Lombardia!
Prima tappa: Bergamo, presso la sede CAI al Palamonti, che ospiterà la mostra da venerdì 20 marzo a venerdì 17 aprile, con conferenza di presentazione lo stesso venerdì 20/03 alle ore 21 – come da locandina qui sotto pubblicata.

Ruchin-Bergamo
Il nome di Ercole Esposito, detto “Ruchin”, non è certo tra i più noti nella storia dell’Alpinismo di meta ‘900. Eppure lo scalatore bergamasco – ma di scuola lecchese – nato cent’anni fa, il 30 Marzo 1914 a Calolziocorte, costruì un curriculum di prime ascensioni di raro valore, con salite ai limiti estremi delle possibilità del tempo, anche oltre il VI grado che in quegli anni rappresentava un limite apparentemente invalicabile. E il tutto con stile impeccabile, senza l’uso di mezzi artificiali e con un’etica alpinistica modernissima lungo una carriera fulminante tanto quanto breve, interrottasi tragicamente sulla Torre Salame del Sassolungo per colpa d’una corda spezzata.
Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore è la mostra realizzata in occasione del centenario della nascita di “Ruchin” Esposito (Calolziocorte, 30 Marzo 1914 – Sassolungo, 23 Settembre 1945) nonché per i 70 anni dalla scomparsa, e in concomitanza della celebrazione del 75° di fondazione della Sezione CAI di Calolziocorte, della quale Ruchin fu tra i fondatori e al quale è intitolata. Una mostra che ho avuto il grande onore di curare e per la quale ho redatto i testi, appunto, grazie alla preziosa collaborazione di Alberto Benini e Ruggero Meles – autori della biografia pubblicata nel 1995 – nonché con l’appoggio degli eredi del grande scalatore.
La mostra si sviluppa in 15 pannelli di grandi dimensioni, ciascuno dedicato a un aspetto della vita di Ruchin sia in senso alpinistico che nell’ambito quotidiano, con relative immagini fotografiche a corredo, oltre ad alcuni cimeli dell’epoca, tra i quali uno spezzone della corda utilizzata da Ruchin nel tentativo fatale alla Torre Salame del Sassolungo.
I pannelli formano un percorso espositivo non tanto legato ad una mera cronologia quanto alla costante complementarietà del Ruchin-rocciatore e alpinista con il Ruchin-uomo nella vita di tutti i giorni, ed entrambi con l’ambiente quotidiano e l’epoca vissuta, drammaticamente funestata dalla tragedia del Secondo Conflitto Mondiale, la cui durata – 1939/1945 – in pratica combacia con la parabola alpinistica di Esposito.
Scopo primario che ho cercato di conseguire con la mostra è dunque quello di mettere in luce l’assoluta particolarità dell’alpinismo praticato da Ruchin e il livello eccelso del curriculum di nuove salite e prime ripetizioni su buona parte delle Alpi Centrali e delle Dolomiti: vie quasi sempre al limite delle possibilità del tempo, tracciate lungo pareti sovente ritenute impossibili e salite senza mezzi artificiali con uno stile e un’etica a dir poco moderni. Al contempo ho voluto evidenziare come tale attività alpinistica sia rimasta sempre intrecciata con la sua vita quotidiana, contrassegnata dalla grande umanità, generosità e disponibilità verso tutti e segnata, seppur indirettamente, dalle difficoltà e dalle restrizioni causate dalla guerra. Difficoltà contro le quali tuttavia Ruchin rappresentava una sorta di “speranza” e di rivalsa oltre che un motivo di orgoglio e di prestigio per chiunque lo frequentasse, grazie a quel suo irrefrenabile ed appassionato dinamismo tanto in parete quanto tra la propria gente che lo portò, per l’attività in montagna, a diventare il primo alpinista bergamasco ad essere nominato membro del Club Alpino Accademico Italiano (una cosa, questa, a cui teneva parecchio) e che con la propria contagiosa intraprendenza sociale lo rese tra i principali promotori prima, e tra i fondatori poi, del sodalizio CAI di Calolziocorte, nato come sottosezione del CAI di Bergamo e divenuto sezione autonoma nel 1945, poche settimane prima della morte di Ruchin durante un tentativo alla Torre Salame del Sassolungo.
In conclusione: un personaggio, quello di Ercole “Ruchin” Esposito, poco noto nella storia dell’alpinismo di metà Novecento eppure assolutamente meritevole di maggiore conoscenza e considerazione, e non solo dal punto di vista alpinistico: ciò che mi auguro di poter ottenere con questa mostra.

Per saperne ancora di più su Ercole Ruchin Esposito, cliccate QUI.
Vi aspetto venerdì 20/03 al Palamonti, a Bergamo, ma da subito segnatevi la prossima tappa della mostra: 21 Aprile, Milano!

La mia ragazza quasi perfetta

Un concentrato di ironia e sarcasmo…
(Christian Dozio, La Provincia)

Mille suggestioni esilaranti in La mia ragazza quasi perfetta (…).
Impiegheremo il tempo leggendolo e rileggendolo, e ce ne staremo ferme, immobili, con il fiato sospeso ad attendere il sequel…

(Alessia e Michela Orlando, NapoliMisteriosa)

Il libro è divertente, originale, pirotecnico, fantasioso, surreale.
Poi a voler scavare ci si accorge che la gigioneria nasconde riflessioni ben più serie su molti aspetti della vita…

(Carla Casazza, Critica Letteraria)

Il libro è davvero particolare. Un romanzo inusuale, una scrittura giovane e facile, a cui forse non siamo decisamente preparati…
(Love Books)

Sì, stanno proprio parlando di questo libro:

Cop_LMRQP_taglio2Sì, l’ho scritto io. E sì, certo che è come lo descrivono là sopra! Ma questo, beh, non lo posso mica dire io, dunque cliccateci sopra, e potrete saperne di più.
Anche su come acquistarlo, ovviamente.
Ho il mutuo da pagare, già.

“Non ci fosse stata quella biblioteca, saremmo morti in tanti”. Giuseppe Genna contro la chiusura della Biblioteca di Calvairate, Milano (e contro tutti i casi simili)

bibliocalvairateDa bravo (nel senso di alquanto appassionato e irriducibile, più che altro) difensore delle biblioteche pubbliche in quanto luoghi socio-culturali fondamentali, dal piccolo paese di poche anime alla metropoli (unitamente alle librerie indipendenti, ovvero quelle condotte con modi imprenditorial-culturali, e non come fossero hard discount ultra patinati), non posso non offrire a mia volta una spero utile eco alla lettera che Giuseppe Genna, certamente tra i migliori e più arguti scrittori italiani in circolazione, ha indirizzato al sindaco di Milano al fine di intervenire e fermare i lavori di demolizione della Biblioteca di Calvairate, quartiere della periferia Sud di Milano ove Genna è nato e cresciuto. Luogo non esattamente idilliaco e inesorabilmente mosso da dinamiche sociali complesse, nel quale la biblioteca è veramente un tesoro sociale e culturale inestimabile, uno dei pochissimi spazi viventi di aggregazione e di proficuo interscambio civico.
Poi, pare che la biblioteca verrà ricostruita in modo quasi del tutto identico (?!) ma non subito. E sapete bene che “non subito”, in Italia, può anche voler dire “probabilmente mai”.
Spero che la mobilitazione di tanti sul web (e non solo) favorita dalle parole di Genna ottenga il risultato sperato. E mi auguro pure che sia, tale mobilitazione, emblematica e proficua per qualsiasi altra simile situazione. Perché ce ne sono parecchie altre, in giro per l’Italia, un paese sempre inguaribilmente sprezzante nei confronti della cultura e, in generale, di tutte quelle cose che possono rendere la vita quotidiana dei suoi cittadini più elevata e consapevole.
(QUI trovate un articolo tratto da Q CODE MAG dal quale ho a mia volta tratto la lettera, che vi dice qualcosa di più sulla questione.)

P.S.: è una lettura un po’ lunga, come noterete. Ma merita, ve lo assicuro.

GENNA
Caro sindaco Giuliano Pisapia,
mi chiamo Giuseppe Genna, letterato e metafisico, aggettivi che, come Lei intuirà, significano la medesima cosa.
Mi permetto di scriverLe, appellandomi alla Sua preziosa attenzione, proprio come un liberto poteva un tempo fare pervenire a un dominus la sua prece. Non Le scrivo in merito all’atteggiamento della Sua rispettabile giunta e della Sua illuminata guida rispetto alla strategia circa gli sgomberi sociali o alle politiche culturali che dovrebbero impreziosire la nostra amata cittadina, in un periodo tanto delicato e coinvolgente qual è quello durante il quale si svolge la celebratissima fiera internazionale dell’Expo, che tanto ammanta di prestigio il nostro distretto abitativo almeno quanto inculca a viva forza in me lo sdegno che si accompagna sempre, brace silente, e dal di sotto, allo scetticismo. Nemmeno Le scrivo per esprimere lamentele e lamentazioni in ordine alla, a mio umillimo parere, sensazionale politica che riguarda il traffico e i lavori pubblici relativi alla creazione di linee metropolitane. E nemmeno quanto alla divertente vicenda di Uber e dei taxisti che hanno pagato centinaia di migliaia di euro per una licenza regolare, vicenda che il Suo assessore ha gestito con atti di consistenza politica che hanno fornito a tutti un momento ludico così raro all’ombra della Madonnina. E, giuro, non mi permetterei mai e poi mai di disturbarLa relativamente al nodo della Sua candidatura, il quale nodo non si scioglie, nonostante l’incombere delle amministrative, paralizzando, a quanto pare, l’azione civile e politica di tutti quanti Le hanno voluto bene qualche anno fa.
Le scrivo, invece, per sollecitare un Suo intervento e un cambiamento di rotta riguardo una questione microscopica, e per questo molto emblematica e quindi molto potente, che concerne la chiusura e l’abbattimento della struttura della Biblioteca Comunale Calvairate (sul Corriere della Sera è apparso questo, immagino lo saprà: http://bit.ly/1zpnFYZ).
Comprendo che si tratta di minima cosa. Può ovviamente scacciare come una mosca fastidiosa questa pubblica esposizione personale, meno universale della prestigiosa rassegna che Milano sta per ospitare. Tuttavia, gent.mo signor sindaco, c’è il fatto che questa vicenda, secondarissima e intuibilmente distante da interessi generali, attiene precisamente al nucleo stesso per cui Lei è primo cittadino: si tratta della vita vivente e di quella vissuta, cioè della politica e della storia, delle persone che lì stanno a smaltire i rifiuti che la società, da decenni, oppone loro con infaticabile e scientifica coerenza.
Calvairate è un quartiere adagiato nella periferia sud di Milano. Essendovi nato e cresciuto, e avendo intrapreso lo hobby della scrittura letteraria, ho trattato in modo laicamente mitologico quella zona dimenticata dal dio delle piccole e grandi cose. Come sa, si tratta di uno dei tanti quartieri a rischio del nostro bello e industrioso capoluogo di provincia.
Ciò è dovuto a un incrocio molto virtuoso di elementi che, tutti insieme, condizionano la vita della capitale morale del Paese: è un quartiere a prevalente abitato ALER, dove allignano tigne umane capaci di resistere a qualunque disagio e di rimetterlo in circolo nel consorzio umano, tra le quali mi glorio di essere cresciuto, io stesso tenia umana, con fioriture esotiche ed esogene a dire poco stupefacenti, per inerire a uno dei molti peccatucci che ivi si commettono, tra gang rivali connotate etnologicamente in tinte diverse, tra vecchiume incolto e sporcizia fisicomorale di eccellente fattura, occupazioni abusive che sono la risposta più neutra e naturale a una gestione degli alloggi scelleratissima e protrattasi nei decenni, mentre garantisco che lì a nessuno frega un cazzo della questione “rom”, in quanto tu ti aggreghi coi tuoi, signor Sindaco, e gli spezzi le gambe, agli zingari dell’incredibile aggregato di roulottari di via Zama, là dopo il Macello oramai svuotato, a destra delle Case Minime che i littorii eressero nel Ventennio, e dico il primo dei due ventennii fascisti che la nazione ha conosciuto, sempre enfiandosi di gioiosa euforia piccoloborghese, che giustamente il ceto da cui Lei proviene e in cui si è formato ha riguardato con illuminato sospetto, se non con legittima suspicione.
Insomma, per farla breve e rozza, il che non è da scrittori e metafisici, Calvairate è un piccolo helter skelter in cui non si ravvede un Charles Manson, o un girone infernale in ridotta che non dispone di un Alighieri, poiché c’è soltanto un Genna a farne cantiche sghembe e malmesse e non fondative o geniali.
Tra il conato della città delle merci che doveva essere il polo mai realizzato di Macello_Ortomercato_Mercato-Ittico, tra protesta contro il degrado di cui è perenne e pubblica amministratrice la povera signora Franca Caffa, di cui parlò Giorgio Bocca in una sua geniale cantica, tra spaccio e conflitto interetnico, tra criminalità organizzata che realizzò mirabilmente nel 1992 il caso dell’arsenale scoperto in piena Tangentopoli in via Salomone (tra Calvairate e Trecca, verso il campo nomadi, nomadi che sono stanzialissimi), tra esplosioni delle bomboniere ALER che furono carceri IACP, tra morti per strada e trasmissioni di Santoro a denunciare che non si denunciava, tra ordigni inesplosi della Seconda e sedi nazionali di Testimoni di Geova e Scientology (fino ai Novanta stavano in via Lattanzio e in via Abetone: Calvairate pienissima), è cresciuta una popolazione renitente a tutto, abbandonata a se stessa e meno male, ché, se venivano ad aiutarla, cacciava a calci nel sedere (o, immagino io, ben più che calci nel sedere) gli ausilianti.
Tra questa perduta gente c’ero io.
Le dico cosa era prevedibile che mi succedesse. Sono ovviamente immune da narcisismi, che qualcosa hanno a che fare con la scrittura letteraria, ma nulla con la metafisica. Se parlo qui di me, signor sindaco, è perché l’essemplo basti.
Doveva succedere questo. Approfittando in giovane età della festosa disponibilità di droghe pesanti, che le leggi speciali non impedivano arrivasse a noi derelittissimi, io avrei probabilmente: abbandonato gli studi; cercato e trovato un lavoro di nessun rilievo intellettuale e di molto impegno manuale, e questo se andava bene (del resto, in nero all’Ortomercato comunque lavorai); assunto una quantità indebita di stupefacenti, nello specifico noti oppiacei che hanno fatto fuori mezza generazione meneghina; sconfinato spesso e con felicità verso il Corvetto, che oggi è un’ulteriore emergenza sociale per Lei e la giunta attuale oltreché per quelle future, salvo che non risulta affatto un’emergenza agli abitanti del Corvetto medesimo, i quali se la cavano da soli e ai quali non bisogna rompere i coglioni e i commerci; plausibilmente morire di overdose in uno a scelta tra i giardini di piazza Martini o piazza Insubria o parco Alessandrini, luogo quest’ultimo dove si trovava un secondo arsenale, diciamo mobile e in transito perenne, come del resto nelle aree più cupe e inarrivabili del molosso ortomercantilizio.
Invece, signor sindaco, sono entusiasta di dire a me stesso e a Lei questo: io mi sono salvato. Mi sono salvato da una sorte breve e amara, fuoriuscendo da conflitti famigliari impensabili e sempre attuali, da rovine ed esistenziali che le petit Paris italiane si sognano facendo incubi. Io, e non per merito dei miei genitori, i quali purtroppo per loro non potevano nulla contro il momento storico e ambientale in cui venivo concrescendo fino all’attuale non perfetta forma, non mi sono salvato da solo: mi sono salvato grazie alla Biblioteca Comunale Calvairate.
La Biblioteca Comunale Calvairate è un edificio prefabbricato basso e largo, che si affaccia sul piazzale della mia infanzia, un’età dell’oro che copriva certe carie dentarie nei Settanta. Sta nella via Ciceri Visconti, dove si fanno le vasche tra il cosiddetto “Transatlantico” di Giò Ponti e il blocco ALER che fa via Tommei fino a viale Molise. Ci fu uno scontro inimmaginabile tra camerati e militanti comunisti, con viva partecipazione di ex partigiani, all’esordio nel 1969. Volarono pistolettate come se piovesse. Il governo, nazionale o locale, era ladro e distante anche allora. Quella biblioteca stava un centinaio di metri dalla sede di Alfabeta e della Cooperativa Intrapresa di Gianni Sassi e lì passavano a stormi intellettuali e artisti, da Demetrio Stratos a Franco Battiato, da Antonio Porta a tutto il movimento Fluxus italiano, da Francesco Leonetti ai Situazionisti.
Io entravo chino nella Biblioteca Comunale Calvairate: chi stava lì era infatti considerato affetto da una forma non terapeutizzabile di disfunzione erettile e di cretinismo, sia pure in quell’età precoce in cui i turbamenti erotici e politici parrebbero non scuotere le giovani membra. La mente, solitaria e china anch’essa, si formava sui molti dei moltissimi testi che riposavano su scaffalature metalliche grigie di pessima specie. Lì dentro c’era sempre caldo con un odore di cuoio capelluto con la forfora. Era il buen retiro dei tossici meno ineleganti, che venivano in quell’edificio basso e accogliente a gustarsi e dismettere le loro estasi sonnolente, comunque non prive di epistassi e arresti cardiocircolatori. Feci la spola tra lì e i caffè della pubescenza e dell’età adulta: milioni di volte calcando gli asfalti calvairatesi, che erano stati calcati decenni prima di me dalle SS accampate nel centro direzionale di Milano, il quale si trovava sempre a Calvairate, in via Monte Velino. Una volta trovai un cadavere umano, molto più spesso cadaveri di piccioni, bisunti e sgraziatamente arruffati ma rachitici.
Signor sindaco!, mi creda: lì stavo per sposarmi, conobbi nella Biblioteca Comunale Calvairate una bellissima fanciulla, ella mi prese il cuore. In piena Calvairate! E’ un luogo dove, Le garantisco, non è possibile innamorarsi. La celeberrima hit di Memo Remigi ha in Calvairate la sua smentita più patente.
Non ci fosse stata quella biblioteca, saremmo morti in tanti di più di quanto sono morti, non avremmo avuto la possibilità di fiorire quali virgulti, e avremmo privato le pubbliche scene di opere artistiche ragguardevoli: io non avrei scritto i miei libri, Giuseppe Povia non avrebbe cantato che i bambini fanno tutti “oh”, Costantino Vitagliano non sarebbe riuscito a sbarcare il lunario via etere da Maria De Filippi (entrambi, miei coetanei, costituiscono la crème del quartiere, ancora oggi detto “popolare”, con un filo di ipocrisia un filo pelosa: si sa infatti che, se i quartieri continuano a esistere, il popolo non esiste più).
Ora, signor sindaco, io Le ho sommariamente accennato a un’esperienza personale legata a quel centro di aggregazione e continua formazione che è la Biblioteca Comunale Calvairate. Provi per favore a immaginare quanto ha fatto, quanto ha contribuito, quanto ha regalato in termini umani, e cioè anche politici e sociali, una semplice biblioteca di quartiere, che ora la giunta da Lei guidata vuole disfare, per aprire un’ulteriore mirabile iniziativa in quella sede di sogni mai realizzati che è l’ex Macello (dove l’amico Gabriele Salvatores girò il kolossal italiano “Nirvana”: immagino che sia Suo amico, Salvatores, perché io non l’ho mai conosciuto personalmente).
Signor sindaco Giuliano Pisapia!: rinunci al puntiglio e permetta che resti in piedi, viva e pulsante, la Biblioteca Comunale Calvairate, che Le garantisco è proprio ciò di cui si ha sempre bisogno: una possibilità di redenzione personale minima e a portata di mano, un piccolo porto dei desideri che cresceranno come tali e faranno la fine che faranno ma non la faranno subitissimo. Se Lei spegne la Biblioteca Comunale Calvairate si rende colpevole di una cecità che assassina la vita vivente e vissuta della civiltà in cui io e Lei, con tutte le differenze di ceto e di classe e di educazione che ci distinguono l’un l’altro, ci siamo imbevuti ab initio: è la civiltà dell’umanismo, nemmeno dell’umanesimo, signor sindaco.
Un’ultima notazione. Nel 1981 rubai dagli scaffali della Biblioteca Comunale Calvairate un tomo, un’antologia di poesia contemporanea edita da Feltrinelli: non la leggeva nessuno, io avevo firmato la scheda di prestito troppe volte. Me ne appropriai. E’ uno dei due furti di cui mi sono macchiato nella mia non eclatante vicenda umana. Non ho mai restituito quel librone, ce l’ho ancora. Smentisco di avere fatto realmente questa cosa, sono uno scrittore, non credetemi: faccio fiction, è tutto inventato, anche quando dico che è vero. E’ vero, signor sindaco: ho rubato e detengo tuttora nella mia abitazione l’antologia della poesia italiana degli anni Settanta edita da Feltrinelli. Sospettarono di me, i bibliotecari, sospettarono di quel ragazzino che allora pareva anoressico e proveniente dall’Atlante, non immaginando che i ragazzini davvero provenienti dall’Atlante si sarebbero anch’essi appoggiati all’assistenza aggregativa di quei locali illuminati da neon giallastri e ballerini.
Signor sindaco: se Lei permette alla Biblioteca Calvairate di non chiudere e non essere abbattuta e di vivere, giuro che con una cerimonia pubblica io vado a restituire quel libro che ho rubato.
Mi faccia sapere.

Giuseppe Genna

Da 100 anni “tutto è relativo”, per fortuna!

equzione di campo einsteinLa teoria della relatività generale, basata sull’equazione di campo elaborata e resa nota da Albert Einstein nel 1915, compie 100 anni (cliccate QUI per scaricare una copia della pubblicazione originale).
Un anniversario fondamentale, più di infiniti altri (infinitamente più inutili), anche per il solo fatto che, mettiamola così, spiega perché noi tutti siamo qui.
Auguri! E grazie ancora per questo e per tutto il resto, herr Einstein!

Einstein_laughingP.S.: per saperne di più, potete leggere questo articolo tratto da Wired.