Wolfgang Laib, MASI, Lugano

Qualche giorno fa ho visitato (e fotografato, come vedete) la mostra monografica che il MASI di Lugano ha dedicato all’artista tedesco Wolfgang Laib.

Laib è un artista parecchio particolare. I suoi lavori delineano una poetica artistica quasi mistica, e più che invitare ad una fruizione estetica di essi – presente nel caso ad un livello molto basilare, legato a forme e proporzioni – invitano alla contemplazione, alla meditazione. La loro semplicità materica – pollini, riso, legno, cera d’api, eccetera – unita a quella delle geometricità, fa da contraltare a una narrativa invece assai profonda e strutturata, che proprio dalla semplicità visiva parte (e porta con sé il visitatore) per andare ad esplorare temi di impronta marcatamente filosofica.

Sono opere che non possono essere apprezzate in base a meri e ordinari metri di giudizio estetico o comunicativo, anche più di altre contemporanee. Richiedono la conoscenza e la comprensione della ricerca intellettuale e culturale che Laib vi ha messo alla base: senza di essa (e nonostante l’innegabile fascino che emanano), può sembrare che non raccontino nulla; con tale conoscenza e comprensione – che la mostra del MASI riesce bene a offrire – narrano invece moltissimo.

Cliccate qui per saperne di più sulla mostra, aperta fino al 7 gennaio ’18.

Lucio Fontana, lo spazio infinito e quello limitatissimo

Lucio Fontana fotografato da Ugo Mulas nel suo studio di Milano, 1964.

Quando trovo persone, e ancora ne trovo parecchie, che senza nemmeno pensare a quanto stanno articolando nonché (e peggio) senza cercare di conoscere prima qualcosa in più su quanto vanno proferendo, sento dire cose del tipo Fontana? Sarà mica arte, quella? La sapevo fare anch’io!, mi rendo conto di come, a ben vedere, il fatto che oggi la gran parte delle persone (quelle suddette incluse) “creda” che la Terra sia effettivamente sferica e non piatta non può che essere un gran colpo di culo ovvero, forse, solo una fortunata evenienza dovuta all’invenzione della fotografia satellitare, non certo un’elucubrazione intellettuale.

Tutti gli altri, che invece provano a capire il senso artistico e filosofico delle opere di Lucio Fontana e, posta tale consona disposizione, facilmente li capiscono e ne restano oltre modo affascinati, sappiano che l’Hangar Bicocca di Milano (bellissimo e benemerito luogo espositivo da visitare a prescindere e senza indugio, se non ci siete già stati) il 21 settembre prossimo inaugura un’esposizione su Fontana dal titolo Ambienti/Environments che si preannuncia originale e assolutamente intrigante – sinonimi di “imperdibile”, per lo scrivente. Cliccate sull’immagine qui sotto per saperne di più.

Quelli invece del “lo sapevo fare anch’io”, nel frattempo, sappiano che ci sono altre cose che saprebbero e dovrebbero fare e che si spera caldamente facciano, quanto prima. E non si tratta di “arte”, no.

La guerra (alla guerra) di Bansky

“Civilian Drone Strike”, 2017.

I più grandi crimini nel mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole. Sono le persone che seguono gli ordini, che sganciano bombe e massacrano villaggi. Come precauzione per non commettere mai più importanti atti malvagi, è nostro dovere solenne di non fare quello che ci hanno detto, questo è l’unico modo in cui possiamo essere sicuri.

(Bansky)

Personalmente, trovo che essere contrari tout court alla guerra sia una sostanziale illogicità. Semmai, la storia dimostra che la stragrande maggioranza delle guerre scatenate dall’uomo contro altri uomini furono e sono, esse sì, illogiche: e con ciò intendo disumane, “non proprie” di una razza che si definisca “umana” anche nell’accezione etica e filosofica, oltre che “la più intelligente sul pianeta”, al punto (paradossale) da far divenire la guerra un ordine, una “regola” da seguire in caso di contenziosi tra comunità umane – ciò che sostiene Bansky nella citazione lì sopra, insomma. Le guerre, invece e proprio per quanto appena denotato, quasi sempre hanno palesato con ben poche ombre di dubbio la grande e crudele stupidità dell’uomo nonché la sua bieca ipocrisia politica – quella dei potenti i quali dettano regole che per primi non rispettano, intimano ordini che essi non eseguono e mandano al massacro milioni di individui per conto loro. Costoro sì, meriterebbero di subire un trattamento assai bellicoso.

P.S.: per saperne di più sull’opera nell’immagine, cliccate qui.

 

Vedere le “Città invisibili” di Calvino

Anastasia

C’è un architetto di Lima, in Perù, Karina Puente, che sta portando avanti un progetto artistico-letterario piuttosto ambizioso, soprattutto in senso “visionario”: realizzare delle illustrazioni per ciascuna delle 55 città descritte da Italo Calvino nel suo capolavoro Le Città invisibili.

Maurilia

Dice Puente (traggo le sue parole da qui): “Ogni disegno scaturisce da un processo concettuale e alcune richiedono più tempo di altre. […] Non sono semplici disegni, utilizzo diversi tipi di carta e disegno su ciascuno di essi prima di ritagliarli col taglierino. Ogni illustrazione è composta da diversi strati di carta ritagliati e incollati.

Zirma

C’è la suggestione di illustrazioni certamente intriganti per nella loro apparente semplicità (ma può essere realmente semplice ciò che si prefigga di rendere “visibile” un romanzo così fuori dagli schemi?), insomma, e ancor più c’è la conferma di come Le Città invisibili sia uno dei libri più affascinanti, magnetici e ispiranti della letteratura moderno-contemporanea, una creazione letteraria e culturale fuori dallo spazio – come effettivamente lo sono, le 55 città descritte – tanto quanto dal tempo nonché, ancora oggi, da qualsiasi ordinarietà. Doti proprie di un autentico capolavoro, senza dubbio, che non smetterà di suggestionare innumerevoli future generazioni: perché in fondo, anche se Karina Puente ci offre una (sua) visione delle 55 città calviniane, la loro verità continua a sfuggire a chiunque.

Fedora

Cliccate sulle immagini per visitare il sito web del progetto di Karina Puente.