Giuseppe Culicchia, “Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità”

cop_misonopersoCredo che se avessimo la capacità di comprendere quanto di ciò che quotidianamente pensiamo, diciamo e facciamo è infarcito di luoghi comuni – in bene e in male, sia chiaro, anche se tempo soprattutto la seconda – avremmo pure la lucidità di restarne sconcertati. E se un tempo il luogo comune, quantunque spesso scaturente dalla più fantasiosa (quando non retriva) suggestione popolare, poteva contribuire alla saggezza popolare diffusa anche trasformandosi in proverbi, oggi pare che in esso si condensi la più superficiale incultura, quella che di frequente risulta alquanto antitetica ad una ordinaria meditazione intellettuale e, semmai, ben più affine a moti di pancia alquanto bifolchi i quali hanno trovato un nuovo e perfetto locus communis (la locuzione latina da cui deriva la definizione moderna) nel web e nei social.
Se tuttavia la capacità e la lucidità citate in principio di questo scritto non le possediamo – o ignoriamo di possederle – non potremo non apprezzare il notevole aiuto che in tal senso ci porge Giuseppe Culicchia con la sua ultima opera Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità (Einaudi, 2016) il cui sotto (o secondo) titolo appare fin da subito come il vero input programmatico del libro, sia perché ne spiega indubitabilmente la forma – un vero e proprio dizionario con, in rigoroso ordine alfabetico, centinaia di parole alle quali si associano altrettanti luoghi comuni oltre che svariati aneddoti autobiografici e non che l’autore racconta – e sia perché rimarca in modo ugualmente inequivocabile da cosa quei luoghi comuni derivano ovvero cosa denotano di chi li usa (continua…)

giuseppe-culicchia-a-chiasso-chiassoletteraria(Leggete la recensione completa di Mi sono perso in un luogo comune cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Elena Ferrante chi?

frantumaglia-keme-u1090762750531ml-1024x576lastampa-itÈ l’argomento letterario (beh, per così dire) del momento, quello sullo svelamento della vera identità di Elena Ferrante da parte del giornalista del Sole 24 Ore Claudio Gatti, con un’indagine degna d’una serie poliziesca americana che ha fomentato tanto feroci polemiche quanto condiscendenti difesequesto articolo de Il Post riassume il tutto in modo adeguato.

Al solito, me ne sto fuori dal polverone parecchio manicheo (in perfetto stile italico, d’altronde) levatosi in questi giorni sulla vicenda. Piuttosto, mi viene da riflettere su come tale indagine così mirata intorno alla reale identità d’un autore letterario di successo mi pare ancora una volta poggiarsi su un distorto principio che sembra “regolare” da decenni il panorama editoriale nazionale (non solo quello, in realtà, ma forse più il nostro che altri) nonché il relativo mercato e, in un circolo vizioso, i gusti dei lettori – stortura che ho più volte denunciato, qui sul blog e altrove: il fatto che il grande pubblico conosca i nomi di molti affermati scrittori ma non conosca affatto i libri che hanno scritto. Una illogicità bella e buona, assolutamente paradossale ovvero il frutto di una banalizzazione molto mediatica e molto commerciale (o consumistica) della produzione editoriale la quale, piegata alle leggi dell’imperante mezzo televisivo, deve costruire “personaggi” anche quando questi decidano liberamente di non essere tali – come nel caso di un autore che decida di nascondersi dietro uno pseudonimo. Ribadisco: non entro nel merito dell’iniziativa di Gatti in quanto giusta/sbagliata, corretta/scorretta o quant’altro. Discuto invece quel solito principio – distorto, appunto – che veicola la conoscenza della letteratura presso il pubblico contemporaneo alla notorietà (prettamente mediatica) degli scrittori piuttosto che dei loro libri. E infatti, non serve dirlo, viviamo in un paese dal mercato editoriale asfittico i cui due terzi della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno, ma dobbiamo constatare iniziative come quella del giornalista del Sole 24 Ore messe in atto come se la questione sulla reale identità di Elena Ferrante concernesse gli interessi nazionali o dalla quale potesse dipendere il PIL!

Beh, a ‘sto punto cito un altro mio articolo pubblicato tempo fa, nel quale illustravo l’idea dello scrittore ceco Patrik Ouředník, rimbalzata a me tramite Paolo Nori  – un’idea che, posto quanto sopra, mi pare sempre più saggia e pragmatica: libri senza il nome dell’autore ma solo una sigla, come fosse una “targa”, così che l’editore e solo lui possa conoscere chi ne sia l’autore e corrispondergli i soldi in banca. Ovvero, una letteratura autentica dacché fatta di libri e di niente altro, o comunque con i libri prima di tutto e ogni altra cosa in secondo, terzo o sedicesimo piano. Perché a me lettore consapevole, in tutta sincerità, non frega nulla di sapere chi sia veramente Elena Ferrante o qualsivoglia altro autore misterioso. Mi interessa che i suoi libri mi divertano, mi intrighino, mi affascinino, mi facciano pensare, meditare, emozionare, crescere: e se un libro riesce a fare ciò, che l’abbia scritto Tizia, Caio, Sempronia, Pinco o Pallina, un premio Nobel o un quasi analfabeta, ai fini letterari e culturali è veramente quanto di meno importante ci possa essere.

In fondo, se domani scoprissimo che – lavorando di fantasia – Charles Baudelaire in realtà era una donna e si chiamava, per dire, Josephine Mangemerde, i suoi Fleurs du mal diverrebbero di colpo letteratura di quart’ordine?
No, ovviamente.
Ecco.

Pronti… partenza… THULE! Lunedì sera, ore 21, live su RCI Radio, riparte RADIO THULE!

radio-radio-thuleLunedì sera, tre ottobre duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, ricomincia RADIO THULE! E’ la prima puntata della nuova stagione 2016/2017, la XIII per il magazine radiofonico da me curato e condotto, e in quanto tale come tutti gli anni è un po’ come il primo giorno di scuola: ci si ritrova – io e voi, ci si conosce se non ci si conosceva già prima, ci si racconta quello che si ha intenzione di fare, le idee, i progetti, le aspirazioni, ovviamente il tutto in un clima da “primo giorno di scuola” appunto, allegro, rilassato, e con il sottofondo (ma poi non troppo fondo e non troppo sotto!) di ottima musica: la tradizionale selezione musicale di alta qualità, appunto, una delle peculiarità fondamentali di RADIO THULE – ecco perché non è e non sarà mai un semplice “sottofondo”! Ma non mancherò già di darvi qualche interessante notizia, qualche spunto di riflessione o buon consiglio – in effetti RADIO THULE nasce per questo: per dare motivo di pensare, di cose leggere e divertenti tanto quanto di temi articolati e profondi – e, naturalmente (spero!), vi darò pure molti ottimi motivi per diventare fedeli ascoltatori della trasmissione, se non lo siete già!
Dunque mi raccomando: appuntamento a lunedì sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, QUI! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Briatore cosa sostiene, in realtà? Che i ricchi sono degli emeriti decerebrati!

article-2384651-1b264127000005dc-428_634x421Come cerco di fare usualmente, vado alla ricerca di una chiave di lettura diversa, ma sempre di matrice culturale, alla polemica innescata da Flavio Briatore – persona che, sia chiaro, da parte mia non trovo giammai degna d’alcun apprezzamento – circa la Puglia e, in generale, il valore concreto di cultura e turismo nell’economia di un luogo, sia esso una regione o un intero paese.
Già, perché al di là dei temi sui quali si è concentrata la polemica, sostanzialmente Briatore ha detto una cosa ben chiara: rimarcando che i ricchi voglio lusso e divertimento sfrenato, ha precisato che  «Io so bene come ragiona chi ha molti soldi: non vuole prati né musei». Cosa ne deduco io, dunque? Molto semplicemente, che nell’epoca contemporanea fa più soldi chi è più ignorante. Dacché se è inutile rimarcare che Natura, musei, arte e cultura in generale sono causa/effetto di teste attive e pensanti ovvero di intelligenza, ne consegue che nel mondo di oggi la ricchezza è nelle mani di emeriti idioti. I quali quindi hanno e fanno i soldi non perché dotati di cervello, acume, perspicacia, ingegno e di doti relative e conseguenti, ma per chissà quali maneggi finanziari di (facile intuirlo) assai poco limpida natura. O per mere botte di culo, certo. Comunque, tramite modi che negano qualsiasi buon uso della testa – sappiatelo, voi che vi sbattete tanto per studiare e farvi una cultura/specializzazione e così costruirvi una buona carriera che vi garantisca pure un comodo tenore di vita… È tutta fatica sprecata. Datevi direttamente al malaffare: tanto la società, tenuta in pugno da personaggi del genere, è comunque destinata al più nero degrado!
Sto speculando troppo? In parte sì, perché so bene che in giro per il mondo esistano miliardari che al lusso nel quale vivono affiancano ben volentieri varie forme di filantropia culturale; e so bene che l’idea di “ricco” a cui fa riferimento Briatore è vecchia e inevitabilmente destinata a implodere in sé stessa perché totalmente priva di spessore civico, oltre che umano. Di contro, non sto troppo esagerando perché, purtroppo, è verissimo che certi personaggi di palese cretinaggine muovono un sacco di soldi e, per questo, sono riveriti e venerati dalla classe politica: poi fa nulla se rovinano mercati, equilibri finanziari, la vita di intere fasce di popolazione o quant’altro in forza della loro stupidità accecata dalla foga per il denaro e l’irrefrenabile volontà di ricchezza… Oppure fa nulla che a ciò, tali personaggi spesso uniscano anche un’inopinata, o forse inevitabile, tendenza alla illegalità: è bene ricordare che il “signor” Briatore, “per affari connessi a bische clandestine e gioco d’azzardo viene condannato in primo grado a un anno e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Bergamo e a tre anni dal Tribunale di Milano, evitando il carcere con la fuga a Saint Thomas, nelle Isole Vergini americane, per poi tornare in Italia dopo un’amnistia” (da Wikipedia – ed è solo un caso tra i tanti). Fa nulla, già, visto che nel frattempo tizi del genere si permettono di dire e fare ciò che vogliono, raccogliendo applausi e lodi: e ciò non significa che non possano dire cose anche condivisibili, per certi aspetti – come ad esempio spiega Luigi Caiafa su Cultora – piuttosto significa, e qui sta soprattutto il risvolto culturale della questione, che la nostra civiltà ha un serio problema non solo circa la sperequazione delle ricchezze tra la popolazione ma pure con la gestione di tali ricchezze. A volte tanto ingenti da poter rovinare interi paesi. È una questione culturale, ribadisco, e per diversi aspetti, dacché tocca pure la salvaguardia economica del patrimonio legato alla cultura, così rozzamente tirato in ballo da Briatore: gli tagliamo i fondi, pure più di quanto già non sia stato fatto fino a ora, per costruire enormi e lussuosissimi resort e altre infrastrutture meramente funzionali a tale turismo dei ricchi direttamente sulle spiagge o, come già accaduto, sopra zone archeologiche e altri luoghi di incalcolabile valore culturale? Oppure, magari, facciamo in modo che, come avviene in altri paesi grazie a favorevoli condizioni politiche e fiscali, si solleciti l’ego smisurato dei super-ricchi facendoli diventare i primi difensori e sostenitori del patrimonio culturale pugliese e nazionale? Di sicuro, bisogna contrastare con tutte le forze ciò a cui Briatore inneggia con tanta boria: il più tracotante disprezzo per la cultura e per l’identità di un popolo e di una comunità sociale – regionale, in tal caso, ma non solo. Perché alla fine, da tale punto di vista, di questo si tratta: un ennesimo attacco al nostro patrimonio culturale, come non mancassero quelli già lanciati, direttamente o meno, dalla classe politica nostrana!
Magari, poi, sto sbagliando tutto. Già, forse ha ragione Briatore: meglio tanti mentecatti pieni di quattrini che si danno al divertimento sfrenato dentro resort simili a fortezze ultraprotette da eserciti di body guards mentre fuori musei ricolmi di meraviglie ignorate dai più chiudono per mancanza di fondi. Qualcuno, in tal modo, guadagnerebbe molti soldi, ma credo che parimenti perderebbe tutta la sua identità culturale, oltre che la dignità. D’altro canto si sa: l’idiota mica lo sa di esserlo, anzi: si crede sempre il più furbo di tutti.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Massimo Malpezzi: quando la Pop Art diventa nuovamente “brillante”

Pop. Quante cose sono state definite così, negli ultimi decenni… musica, arte, moda, tutto quello che è riferibile alla cosiddetta cultura di massa, come appunto recita la definizione del termine. Nell’arte, in particolare, il Pop ha rappresentato una sorta di risposta speculare, ovvero uguale/opposta, al concettualismo inaugurato da Marcel Duchamp – al quale peraltro la Pop Art piaceva parecchio. Ove col primo si postulava (riassumendo brutalmente) che “ogni cosa può essere arte” se dotata d’un messaggio di tale natura e dunque si decontestualizzava “filosoficamente” l’opera d’arte dal suo “regno” abituale e riservato a pochi, la Pop Art ha ugualmente decontestualizzato l’arte anche dal punto di vista sociale, abbassandola (di posizione, non di qualità) al livello della gente comune e della sua realtà quotidiana – quella gente comune che fino a qualche lustro prima poco o nulla sapeva del mondo dell’arte e meno ancora lo poteva frequentare.

massimo-malpezzi-brilliantrop-3Posto ciò, si potrebbe pensare che l’arte avesse e abbia raggiunto un limite estremo, non più valicabile – oltre la “massa”, anche in termini sociologici e antropologici, non c’è nulla – e dunque, in questa direzione, non possa che rimbalzare indietro oppure fermarsi lì, languendo inesorabilmente. C’è invece un modo per andare oltre questo apparente vicolo angusto, se non cieco? Considerando che tutti i vicoli angusti tendono a essere grigi e scuri, per Massimo Malpezzi il modo – semplice eppure geniale – si identifica con una parola: colore! Ovvero vivacità cromatica, luminosità, splendore brillantezza… o per dirla all’anglosassone: Brilliant Pop! Non solo il titolo della sua personale ma pure, a questo punto, una buonissima definizione per uno stile personale che passa attraverso tutta l’espressività storica della Pop Art, ne coglie l’essenza e la sostanza ed esce dalla parte opposta, caricato d’una nuova e luminosa vitalità, come detto.

14211960_1508202022538688_4811895067869752594_nAlla domanda: “ma che cosa dipingi?” mi trovo sempre in difficoltà, difficile spiegare i miei dipinti all’interno di una categoria stilistica, un po’ di grafica, astrattismo, materie sovrapposte e molto colore, sicuramente uno stile unico influenzato dalla pop art ma con una personalissima visione. Così lo stesso Malpezzi dice della propria arte, nel sito personale. Non solo luce, dunque, per ravvivare un’espressività artistica che indubbiamente affonda solide radici nella Pop Art ma che dimostra di conoscere bene un po’ tutta la produzione avanguardista novecentesca, ma anche un necessario e rinvigorente ritorno alla personalizzazione dell’arte: qualcosa che all’apparenza sembra collidere con la massa a cui – e dalla quale – la cultura di fondo di quest’arte si riferisce e scaturisce. L’insieme che ritorna singolo, la molteplicità che ridiventa unicità, la massa informe che prende una sola e certa forma, ma tutto quanto senza mai perdere di vista il senso peculiare dell’arte – che è Pop e rivendica il diritto/dovere di esserlo – nonché il verso della direzione intrapresa, giammai rivolta al passato o statica in un presente che sfiorisce rapidamente ma senza dubbio rivolta ad un futuro prossimo creativo e brillante, appunto.

14202653_1505329666159257_5694273338770458059_nOk, giunti fino a qui noterete che non ho detto nulla, nel concreto, delle opere di Massimo Malpezzi che compongono la serie di Brilliant Pop… Farò di meglio: riporterò anche l’ultima parte della citazione sopra riportata e tratta dal sito dell’artista circa i suoi quadri: “La cosa migliore? Guardarli dal vivo.
Ecco, non potevo aggiungere nulla di più efficace! – se non caldeggiare il suo stesso invito, vista l’ottima possibilità al riguardo, da domani a Milano:
Cliccate sulla locandina lì sopra per visualizzarla in un formato più grande, oppure cliccate sulle immagini nell’articolo per visitare il sito web dell’artista. Vi sorprenderà, ne sono certo.