Un sorprendente e rigenerante paesaggio bucolico, a due passi dal caos

La fascia collinare posta alle spalle della città di Lecco, sopra i rioni superiori e fino alle prime balze verticali del Resegone con i contrafforti avanzati del Monte Magnodeno e del Pizzo d’Erna, presenta località e angoli di bellezza sorprendente, capaci di regalare scorci di paesaggio naturale inattesi e affascinanti. Ciò innanzi tutto per essere a solo qualche decina di minuti a piedi dalla città e dal suo caos incessante, rispetto al quale rappresentano una dimensione antitetica e assai rigenerante, nonché per la particolare morfologia della zona, un susseguirsi di conche, valli e vallecole, piani e praterie, tozze sommità che d’improvviso s’innalzano di qualche decina di metri dal territorio circostante al quale infine dà ordine il solco del torrente Bione, che attraversa interamente la zona facendo da collettore per le acque della Val Comera, l’ampio bacino che caratterizza il versante lecchese del Resegone. Una varietà morfologica che d’altro canto denota una pari varietà geologica, con un gran mischiarsi di rocce, faglie e zone carsiche, incluse alcune depressioni che un tempo dovevano ospitare dei piccoli laghetti. Ugualmente suggestivo è il rincorrersi costante di boschi e di aree prative, destinate al pascolo degli animali o in qualche caso coltivate a ortaggi e frutteti, e la presenza sparsa di edifici rurali d’ogni tipo, dalle corti agricole ai piccoli nuclei alle stalle, i fienili isolati, le baite, le casette di villeggiatura come a Campo de’ Buoi (dove troneggia il grande edificio dell’ex Collegio, chiuso da decenni), chiesette e edicole votive – oltre all’ingombrante presenza delle grandi cave di calcare ai piedi del Magnodeno in località Vaiolo (un toponimo che certo non attrae simpatia!), sul cui futuro il dibattito è aperto da anni.

A proposito di toponimi, anch’essi contribuiscono a donare fascino al luogo con denominazioni sovente legate alle caratteristiche naturali o antropiche delle località che identificano ma che è la stessa loro sonorità a suscitare un’impressione di attraente ruralità e di cose di un’era ormai depositata in un passato inesorabile: Neguccio, Belasca, Cavagiozzo, Deviscio, Rovinata, Carbonera, i già citati Campo de’ Buoi e Vaiolo… La mappa toponomastica del territorio è sempre un libro aperto che conserva e propone intriganti narrazioni secolari, come accade sempre nelle zone la cui vicinanza ai principali centri abitati ha reso particolarmente frequentati, fruiti e antropizzati, e ciò è dimostrato anche dal labirintico reticolo di vie rurali che uniscono tutti questi luoghi, a volte con mulattiere ancora ben conservate, altre con sentieri ormai imboscati e scarsamente visibili oppure, nei tempi recenti, con la tracciatura di piste agrosilvopastorali che hanno certamente agevolato la frequentazione del luogo ma, in certi casi, danneggiato le antiche vie di transito.

Personalmente ammetto di avere una particolare predilezione per la conca di Neguccio, bucolicamente straordinaria e, appunto, veramente sorprendente. Ci si giunge dalle case più alte del rione di Germanedo in nemmeno mezz’ora risalendo la strada sterrata e in parte cementata che sale decisa nella boscaglia, lungo la quale il rumore della città poco sotto fa da sottofondo incessante al cammino, magari per qualcuno in modo irritante. Poi, quasi di colpo, la strada spiana, svolta verso sinistra e supera il ciglio dell’ampia conca carsica: altrettanto improvvisamente il rumore cittadino sembra scemare, quasi sparire, o forse è solo la sensazione influenzata dalla visione rigenerante della bucolica e verdissima piana, attraversata dalla stradina tra muretti a secco e piante da frutto e cosparsa di edifici rurali. Sembra di ammirare un quadro ottocentesco, un paesaggio dipinto tra arte romantica e primo impressionismo (ho giocato a immaginarmi qualcosa al riguardo nell’elaborazione in testa al post), soprattutto se la giornata è ben luminosa e della pioggia recente ha deterso il terreno così che i colori naturali risaltino al meglio. In ogni caso la città con il suo traffico caotico e i goffi palazzoni che in decenni recenti hanno congiunto il centro ai rioni pare lontanissima, lasciata alle spalle – e non solo metaforicamente. Dalla piana nemmeno si vedono i grandi sbreghi delle cave del Magnodeno, che una favorevole spalla boscosa discendente dal monte mantiene nascoste cingendo la conca a meridione; per nulla invece – ovviamente – viene da pensare alla trafficatissima superstrada che da Lecco sale verso la Valsassina, che taglia esattamente a metà i prati di Neguccio… ma nel sottosuolo, per fortuna!

A Neguccio si respira a pieni polmoni, ci si riempie lo sguardo di bellezza naturale, si gode la piacevolezza di un momento che apparentemente non parrebbe nulla di che ma invece, per molto di quanto ho scritto e per ragioni che chiunque formulerà personalmente, diventa prezioso e benefico. Ma è sufficiente giungere lì e semplicemente guardarsi intorno, magari dopo una giornata sfibrante – di quelle che dettano la nostra normalità quotidiana, ormai –, per ritrovare un’inaspettata quiete, una sottile allegria, una buona speranza, la possibilità di godere di un piccolo piacere tanto facile quanto provvidenziale. Può essere così che la stanchezza scivoli via proprio come pare che faccia il rumore della città, tenuto a bada dalle fronde dei boschi, dall’amenità del luogo e dal nostro spirito lassù finalmente ritemprato.

Grazie a “Erbanotizie”!

Ringrazio di cuore la redazione di “Erbanotizie che ha ripreso la mia lettera sui progetti di “sviluppo turistico” del Monte San Primo, inviata agli amministratori locali che sostengono gli interventi, la cui insensatezza appare evidente sotto ogni punto di vista e difatti viene rimarcata da più parti; ugualmente ringrazio il Circolo Ambiente Ilaria Alpi che da tempo si sta battendo con ammirevole forza contro tale progetto e ha sostenuto da subito le mie considerazioni esposte nella lettera.

Mi auguro, nel mio piccolo, di contribuire (con ulteriori interventi futuri sulla questione) ad avviare un dibattito serio, ponderato e adeguatamente condiviso sulla reale valorizzazione di un luogo montano straordinario come il San Primo, la cui bellezza necessita di buon senso, visione competente del futuro e autentica sensibilità verso il luogo stesso e le sue grandi peculiarità, non certo di opere decontestuali, banalizzanti e formalmente fallimentari ancor prima di nascere. Le nostre montagne e i loro abitanti chiedono che si pensi per loro un buon futuro, non che le si condanni a languire in un passato sempre più remoto!

Cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo su “Erbanotizie”.

Cari amministratori pubblici del Monte San Primo…

[Immagine tratta da gulliver.it.]
Spettabili Amministratori della Comunità Montana del Triangolo Lariano e del Comune di Bellagio,

quando venni a sapere per la prima volta del Vostro progetto di “sviluppo turistico” del Monte San Primo lo feci leggendo un articolo di giornale che uscì intorno alla data del primo di aprile e per questo pensai subito a uno scherzo, anche parecchio divertente: cinque milioni di Euro da investire per sciare poco sopra i mille metri di quota, con tutto il corredo di nuovi impianti, innevamento artificiale, strade, parcheggi, in una località in passato già chiusa più volte proprio per carenza di precipitazioni nevose e per problematiche a ciò correlate. Scrissi al riguardo questo articolo per rimarcare quanto una notizia del genere fosse assurda ovvero, all’apparenza, uno scherzo veramente ben congegnato… salvo poi scoprire che era – è tutto vero, già (si veda qui sotto). Il che, peraltro, non ne diminuiva e non ne diminuisce la stramberia, anzi, la accresce a dismisura.

Cari amministratori suddetti, a voi che dichiarate alla stampa che con il progetto in questione «Rilanciamo il turismo» dovrei innanzi tutto chiedere se veramente pensate di poter rilanciare la frequentazione turistica del Monte San Primo spendendo tutti quei soldi pubblici (pubblici, ribadisco) nella tipologia di opere previste. Ma non ve lo chiedo in quanto, sensatamente, sono io a non poter pensare che voi crediate sul serio alle vostre stesse proposte, perché nel caso – permettetemi la franchezza nel massimo rispetto verso di voi – mi parrebbe il frutto di un’alienazione politico-culturale piuttosto preoccupante o quanto meno di una sprovvedutezza notevole. Sono invece più propenso a ritenere le vostre proposte come il frutto di una superficialità dettata sia dalla necessità di “concretizzare” i finanziamenti ipotizzati e non farseli sfuggire, sia dalla volontà di annunciare opere che, come spesso accade in questi casi, generino anche potenziali vantaggi elettorali facilmente spendibili nel breve periodo, sia – permettetemi anche qui – da una scarsa ovvero tralasciata conoscenza antropologica del vostro territorio, così dotato di innumerevoli possibilità di sviluppo turistico – nel senso più virtuoso del termine – da far sembrare l’opzione sciistica ancor più degradante di quanto non possa ordinariamente essere.

D’altro canto non posso nemmeno credere che voi accettiate di assumere la responsabilità della realizzazione di opere tanto obsolete nel loro concetto di fondo e così decontestuali con la realtà geografica e climatica del Monte San Primo – eseguite con soldi pubblici, è bene ricordarlo di nuovo – che sono inevitabilmente destinate a una sorte disgraziata e a diventare, probabilmente, delle piccole cattedrali nel deserto (ma invero grandi nel contesto del luogo) se non degli inesorabili ennesimi rottami nel giro di breve tempo. Se così fosse, mi auguro veramente che voi sappiate formulare delle valide giustificazione da sottoporre alle future generazioni, a fronte della pesante impronta che avrete voluto lasciare sul territorio del San Primo e sul suo paesaggio identitario nonché rispetto agli ammonimenti precisi e dettagliati che avrete voluto trascurare e ignorare per perseguire i vostri intenti, come quelli certamente condivisibili del Circolo Ambiente Ilaria Alpi, dei quali ha dato vario risalto la stampa locale – qui, ad esempio.

A proposito di domande, cari amministratori pubblici in questione, visto che volete proporre un progetto di sviluppo turistico basato su una proposta sciistica a quote comprese tra i 1100 m e i 1500 m al massimo – ciò nel caso i nuovi impianti raggiungano la dorsale che racchiude la conca del San Primo – piuttosto vi dovrei sottoporre altre domande, del tipo: sapete quale sia la quota neve media sulle Alpi negli anni recenti? Sapete quale sia la durata media di permanenza della neve al suolo? Sapete quali siano le temperature medie invernali alle quote suddette, e quale incremento delle stesse si sia registrato negli ultimi anni? Sapete quanto costi l’innevamento artificiale a kmq e a stagione di un terreno come quello da voi indicato per la fruizione sciistica? Sapete di quanta disponibilità idrica vi sia bisogno e quale sia la potenzialità al riguardo del territorio in questione? Avete ipotizzato un piano finanziario di gestione dei costi e della sostenibilità economica della stazione sciistica che vorreste attivare, nel breve e nel medio-lungo termine, e di quante giornate-sci avreste bisogno per non operare in perdita, dunque con probabile necessità di ulteriori stanziamenti di soldi pubblici a coprire i debiti? E, ultima-ma-non-ultima domanda: avete pensato a proposte alternative per la frequentazione e lo sviluppo turistici dell’intero comprensorio del Monte San Primo ovvero a una progettualità al riguardo strutturata, sistemica e ampliata nel medio-lungo termine atta a creare un’economia turistica locale che si possa reggere da sola, in armonia con il luogo e svincolata da variabili, come quelle legate al clima, che ne possano decretare il fallimento?

Avete valide risposte a queste domande, cari amministratori pubblici locali?

Infine, mi dolgo preventivamente ma inesorabilmente per il fatto che, come sempre accade in queste circostanze, il dibattito intorno al progetto in questione diventerà sicuramente un muro-contro-muro tra amministratori locali e ambientalisti, con tutte le consuete italiche strumentalizzazioni ideologico-politiche del caso: una confusione sovente funzionale a far che certe opere controverse vadano comunque avanti nel mentre che si resta impegnati nella polemica. Peccato, perché lo sviluppo dei nostri territori, e in particolare di quelli preziosi e delicati di montagna, necessitanti di particolari cure e sensibilità, abbisogna innanzi tutto di cultura, conoscenza del territorio, visione del futuro, capacità progettuali, consapevolezza civica e, forse ancor più di ogni altra cosa, di buon senso, eppoi di un valido dibattito basato su tali doti che coinvolga tutti, e soprattutto chi abbia valide competenze nell’ambito in questione. Ecco: secondo me, costruire infrastrutture sciistiche sul Monte San Primo, alle quote prima rimarcate e nella realtà climatica che già constatiamo e affronteremo con maggior gravità nei prossimi anni, per di più spendendo soldi pubblici, non è una manifestazione di buon senso, per nulla. Anzi, significa perdere un’ottima occasione, da parte vostra, di proporre un’idea di futuro per i vostri territori innovativa, sistemica, sostenibile, contestuale e virtuosa, il tutto per rincorrere chimere economico-turistiche (e politiche) che si sono già rivelate inconsistenti lustri fa. Significa, per dirla in parole povere, correre il rischio di restare nella storia locale come quelli che hanno contribuito al degrado del territorio con un progetto illogico e ingiustificato che non solo non ha sviluppato il San Primo ma lo ha ridicolizzato agli occhi di tanti.

[Quest’immagine mostra i tracciati degli skilift e delle piste un tempo presenti sul Monte San Primo; quello tratteggiato che sale a Terrabiotta, riferito a un impianto ancora più vecchio del quale restano solo i ruderi, ricalcherebbe il percorso del nuovo impianto – seggiovia o skilift – ipotizzato dal progetto. Si notino le quote del territorio interessato.]
“Buon senso”, sì. Che non è di destra o di sinistra, non è pubblico o privato, non è di questa parte o di quell’altra: è di tutte le persone assennate, siano esse cittadini comuni o rappresentati delle istituzioni, e tutti dovrebbero promuoverne l’evoluzione e la diffusione a favore del bene comune. Purtroppo, come già scriveva il Manzoni quasi due secoli fa, anche oggi e fin troppo spesso «il buon senso se ne sta nascosto per paura del senso comune»: quel senso comune che voi vorreste imporre ma che, come ogni cosa ingiunta, è una manifestazione di debolezza culturale e morale nonché di una malcelata malevolenza verso i propri stessi territori abitati, vissuti e amministrati, con il cui Genius Loci evidentemente non si è più capaci di dialogare.

Cari amministratori del Monte San Primo, veramente voi vorreste tutto ciò?

Grazie per la considerazione che riporrete in questa mia disquisizione, della cui prolissità chiedo perdono così come per qualche passaggio che forse riterrete troppo duro nei vostri confronti ma che sappiate frutto di pura e consapevole sincerità.

Buon lavoro e buona giornata.

Il «turismo selvaggio», ancora

Michele Comi, qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook, ha dedicato un prezioso e necessario ricordo a Antonio Cederna – personaggio tanto grande quanto poco rimembrato dai più – riproducendo un suo articolo del 1975 che fin dal titolo pare scritto oggi in riferimento all’attualità. Già, «le strade inutili del turismo selvaggio»: siamo ancora fermi lì, a quei modelli di presunto “sviluppo” dei territori montani che, nel mezzo secolo passato da allora, si sono rivelati totalmente fallimentari (lo erano già al tempo, ma l’esperienza storica al riguardo rendeva meno visibile tale verità) e oltre modo rovinosi per quelle comunità alpine a cui sono stati imposti, ma che una politica altrettanto fallimentare sia nel pensiero e sia nell’azione ma non nella spregiudicata volontà di accaparrarsi interessi particolari continua a perseguire e imporre, costruendosi intorno le circostanze ideali – un tempo la “valorizzazione agricola” citata da Cederna, oggi le Olimpiadi invernali del 2026, ad esempio – per continuare il proprio assalto alla montagna – e di nuovo la Valtellina è un territorio del tutto emblematico al riguardo.

Dopo mezzo secolo, insomma, e nonostante nel frattempo il mondo sia radicalmente cambiato – a volte in peggio, come dal punto di vista climatico – regna ancora la «speculazione di pochi privati perpetrata con soldi pubblici» ovvero dominano e si impongono paradigmi politici la cui tragica obsolescenza non solo non sviluppa le montagne, come i loro promotori sostengono, ma ne deprime le reali potenzialità socioeconomiche e ne affossa il futuro, oltre a degradare inesorabilmente l’ambiente naturale. Non si è ascoltato nessuno di chi già decenni fa aveva capito come sarebbero andate le cose, non si è imparato nulla dai tanti, troppi errori commessi, non si vogliono aprire gli occhi, guardarsi intorno, comprendere la realtà dei fatti, vedere e pensare al futuro. Niente di tutto ciò.

[50 anni trascorsi e nulla è cambiato, appunto. Immagine tratta da qui.]
Ripeto la solita domanda: è questa la montagna che vogliamo? È giusto lasciare il suo destino nelle mani di certi amministratori pubblici, dei loro sodali, e in balìa dei loro progetti speculativi? Così facendo siamo proprio sicuri che il futuro dei territori di montagna e delle comunità che li abitano sarà il migliore più proficuo possibile?

Rispondiamoci, e senza perdere troppo tempo. Non ce ne resta tanto, ormai.

P.S.: uno dei pochi a essersi ricordato di Antonio Cederna, lo scorso anno in particolare, nei 25 anni dalla scomparsa, è stato Gian Antonio Stella con questo articolo sul “Corriere della Sera”. Ringrazio Giuseppe Mendicino che lo ha recuperato e pubblicato sui social.

“La” zona rossa

Negli ultimi giorni mi sono capitate sott’occhio, in differenti occasioni, alcune mappe dell’Italia in ognuna delle quali vi era un evidentissimo elemento comune: una zona geografica ben precisa colorata di rosso più diffusamente o più cupamente di altre, a segnalare un certo valore massimo rispetto a una determinata specificità oggetto di indagine e alle zone circostanti.

La mappa più recente, vista ieri, evidenzia la percentuale di consumo di suolo in base ai dati dell’Ispra; fate attenzione a quale sia la zona rossa più ampia e dal colore più cupo:

Questa prima mappa me ne ha ricordata un’altra vista pochi giorni fa, relativa alle temperature previste nell’ennesima ondata di calore in corso – che qualcuno, bizzarramente, ancora definisce “anomala”. Anche qui notate la zona più rossa di altre:

Infine mi sono ricordato di un’altra mappa, vista di recente. Indica la concentrazione di particelle inquinanti nell’aria, e di nuovo fate caso a quale sia la zona più rossa:

Capirete ora di quale elemento cromatico comune a tutte e tre le mappe, ovvero di quale solita zona geografica, vi stavo dicendo poc’anzi.

Ecco.

Potrebbe essere solo una inusitata coincidenza, certamente. Oppure no.

Comunque, a questo punto aggiungo una quarta mappa:

Indica la percentuale diffusa nel territorio di politici eletti e amministratori pubblici menefreghisti rispetto alle problematiche relative alle altre tre cartine e a tutto ciò che vi è di correlato. Vi sembrerà strano, inopinato, imprevedibile, incredibile, ma anche qui la zona più rossa di altre è sempre la stessa – ed è peraltro una mappa che resta immutata da decenni.

Che bizzarrissima “coincidenza”, non vi pare?