La siccità della burocrazia (ma non sulle piste da sci)

[Immagine tratta da www.dissapore.com.]
A proposito di quanto ho scritto solo qualche giorno fa sulla realizzazione di bacini idrici per dotarsi di riserve d’acqua in vista di una nuova e probabile siccità ma nei posti sbagliati (ovvero dove non servono per ciò che dovrebbero principalmente servire):

(Il) cosiddetto “piano laghetti” punta a sostenere vecchi e nuovi progetti di invasi artificiali in tutte le regioni con l’obiettivo di evitare la dispersione di acqua e soddisfare il fabbisogno idrico.
Nonostante l’enfasi con cui era stato rilanciato lo scorso anno, finora i risultati del piano laghetti sono stati scarsi: ne sono stati fatti pochi e in ritardo rispetto alle previsioni iniziali. L’invaso di Castrezzato [in provincia di Brescia, n.d.L.] è la dimostrazione delle difficoltà dovute principalmente alla burocrazia: è il primo realizzato in Lombardia, sei anni dopo la legge regionale che aveva consentito di sfruttare le ex cave come bacini artificiali.

Da Cosa è questo “piano laghetti” contro la siccità, articolo pubblicato su “Il Post” in data 1 marzo 2023: lo potete leggere interamente cliccando sull’immagine in testa al post.

A leggerlo, ecco sorgere un’ennesima domanda spontanea: possibile che la realizzazione di bacini idrici in pianura venga resa tanto difficoltosa dalla burocrazia mentre quella dei bacini in montagna al servizio dell’industria dello sci e della produzione di neve artificiale sia così facilitata, vista la frequenza con la quale vengono realizzati un po’ ovunque?

«Un utilizzo molto cautelativo dell’acqua»

[Immagine aerea di qualche giorno fa del Po nel tratto compreso nella provincia di Pavia, dalla quale è evidente la scarsità di acqua presente nel letto del fiume.]
Un servizio originariamente andato in onda giovedì 23 febbraio, nel notiziario di “Unica TV”, (lo potete vedere qui sopra) riporta le dichiarazioni di Massimo Sertori, assessore uscente agli Enti Locali, Montagna e Piccoli Comuni della Regione Lombardia con delega (anche) alla gestione delle acque, in merito alla gravità della situazione idrica in essere e ai forti rischi di una nuova e drammatica siccità nel corso della prossima estate (ne ho già scritto anche qui). Presso atto della realtà di fatto e della notevole mancanza di acqua nei fiumi e nei laghi lombardi, l’assessore dichiara di aver istituito «Il tavolo sulla crisi idrica già nei mesi di dicembre e gennaio invitando a un utilizzo molto cautelativo della risorsa acqua in erogazione a valle dei laghi».

Ribadisco queste parole:

un utilizzo molto cautelativo della risorsa acqua in erogazione a valle dei laghi.

Ora, al di là dei possibili aspetti tecnici e idrologici sottesi a queste parole, legati al fatto che i laghi prealpini fungono da sempre da serbatoi idrici per le pianure, ad ascoltare le parole dell’assessore mi è sorta spontanea e subitanea una domanda: perché un utilizzo molto cautelativo dell’acqua solo a valle dei laghi e non anche a monte? Dalla quale sorge un’altra domanda conseguente: forse perché l’acqua a monte dei laghi, dunque sulle montagne lombarde, è ampiamente utilizzata per alimentare gli impianti di innevamento artificiale delle piste da sci, alquanto promossi, sostenuti e finanziati da Regione Lombardia e dall’assessorato che fa capo a Sertori, i quali in questo ennesimo inverno avaro di neve naturale hanno funzionato a lungo per consentire l’apertura dei comprensori sciistici con gran consumo delle risorse idriche locali (nonché di energia, a sua volta per buona parte ricavata dall’acqua negli impianti idroelettrici)?

Sono domande assolutamente e inevitabilmente spontanee, ribadisco.

P.S.: sia chiaro che la risposta «ma tanto l’acqua consumata per la neve artificiale poi si scioglie e ritorna disponibile» che forse qualcuno potrebbe dare non è ammessa dacché più volte dimostrata equivoca e insostenibile.

La cosa giusta nel posto sbagliato

Si moltiplicano sui media gli allarmi per una prevedibile nuova siccità che, stante le precipitazioni piovose e nevose le quali da mesi scarseggiano in tutte le Alpi italiane e posta l’emergenza idrica della scorsa estate, mai recuperata, potremmo dover affrontare l’estate prossima. Ciò fa chiedere a gran voce da parte di molti, in primis degli agricoltori, un piano di interventi strutturale che possa assicurare al comparto adeguate riserve idriche. La prima cosa da fare, secondo tutti, è quella di costruire bacini di raccolta dell’acqua: soluzione tanto ovvia quanto utile, non serve dirlo. Una sollecitazione che la politica nostrana, sempre molto vicina ai bisogni della società civile, ha raccolto prontamente già da tempo: infatti di bacini di raccolta delle acque ne sono stati realizzati a decine. In montagna però, e stranamente sempre in località dotate di comprensori sciistici, i quali l’acqua accumulata la consumano totalmente nell’arco della stagione invernale per produrre neve artificiale, non per conservarla e poi inviarla ai campi coltivati della pianura.

Forse i politici nostrani hanno capito male le richieste degli agricoltori, o magari dimostrano qualche carenza in geografia e hanno confuso le zone di pianura con quelle di montagna, chissà. Certo fa specie leggere e ascoltare ovunque i timori sempre più allarmati degli agricoltori, insieme ai dati pluviometrici degli ultimi mesi, e nel frattempo vedere i cannoni che sparano neve a spron battuto lungo centinaia di piste da sci delle Alpi. Ma i politici nostrani sapranno certamente accorgersi del proprio malinteso, e vi porranno una rapida e efficace soluzione. Vero?

[Le immagini del bacino del Passo degli Oclini sono tratte da qui.]

L’ecosistema al “servizio” delle montagne

[Foto di Markus Spiske su Unsplash.]
Come si può leggere su Wikipedia alla relativa voce, i servizi ecosistemici (dall’inglese ecosystem services) sono, secondo la definizione data dal progetto di Valutazione degli ecosistemi del millennio, «i benefici multipli forniti dagli ecosistemi al genere umano».

Sono assolutamente fondamentali, nei territori ove l’equilibrio tra ambiente naturale e spazi antropizzati sia necessario, ovvero in quei territori che, per proprie caratteristiche geofisiche, vedono l’ambito naturale ancora preponderante: e la montagna è ovviamente il territorio più emblematico al riguardo.

Basterebbe da sola tale considerazione a comprendere l’importanza basilare dei servizi ecosistemici per i territori di montagna, e ancor più sarebbe sufficiente la più immediata cognizione di come la presenza umana non possa non relazionarsi con tutto quanto sia parte della biosfera che ha intorno. Ma se ciò non bastasse, è significativo citare quanto ha osservato al riguardo l’economista statunitense Robert Costanza:

Siccome i servizi ecosistemici non vengono “catturati” dai mercati e non vengono quantificati in termini comparabili con i servizi economici ed i prodotti industriali, molto spesso questi servizi non vengono neanche considerati nelle decisioni politiche.

Ecco: la mancanza di considerazione della politica nei confronti dei servizi ecosistemici – e dell’ecosistema in genere – così evidente sulle montagne italiane, rappresenta senza dubbio un’ulteriore conferma dell’importanza di essi nella gestione politica (nell’accezione più nobile del termine) delle montagne e della necessità di renderne strutturale la presenza nella quotidianità delle comunità alpine. Se percepite del sarcasmo in questa mia affermazione sappiate che sì, è così, e comunque il fatto che la politica si disinteressi del tema ne fa un’esigenza civica di cura e gestione ancor più imprescindibili da parte di chi viva concretamente sulle montagna e per le montagne: affinché i loro ecosistemi possano salvaguardarsi ed evolvere costantemente al meglio e parimenti, con loro, possa evolvere proficuamente la vita delle comunità residenti.

Tutto ciò anche per evidenziare l’importanza dell’evento di Torino del prossimo 18 febbraio, la cui locandina vedete qui sopra. Un’occasione di conoscenza sul tema molto interessante e utile, da non mancare per chi sia in zona.

P.S.: notate quanto sia molto più sviluppata la voce inglese di Wikipedia dedicata agli ecosystem services di quella italiana, a riprova di quanto la discussione sul tema nei paesi anglosassoni sia molto più sviluppata e avanzata, cioè di quanto la nostra discussione al riguardo sia invece ancora troppo esigua e sostanzialmente trascurata, per i motivi politici sopra citati.

Ragionando sulla neve artificiale

Riflessione personale a “voce alta”: scommettiamo che se i comprensori sciistici aprissero le piste e lavorassero solo in presenza di neve naturale eliminando totalmente quella artificiale, dunque pur con una stagione sciistica più breve ma al contempo diversificando e implementando la propria offerta turistica con attività invernali sostenibili, contestuali ai loro monti e consone ai tempi che corrono – dal punto di vista ambientale, economico, culturale – alla fine guadagnerebbero di più e farebbero molto più del bene alle montagne sulle quali lavorano, garantendosi per giunta delle possibilità di resilienza imprenditoriale più solide e meno soggette a troppe variabili ineludibili e dannose per i loro bilanci?

(Lì sopra, un articolo di Mario Tozzi su “La Stampa” del 16 gennaio 2023. Cliccateci sopra per ingrandirlo e leggerlo meglio; gli abbonati al quotidiano lo trovano qui.)