Buoni motivi per isolarsi dal mondo

[Foto di Robert Hrovat da Pixabay.]

RAGIONI PER LE QUALI MI SONO ISOLATO IN UNA CAPANNA
Parlavo troppo
Desideravo il silenzio
Troppa corrispondenza arretrata e troppa gente da incontrare
Ero geloso di Robinson
Fa più caldo qui che nella mia casa di Parigi
Perché sono stufo di fare acquisti
Per essere libero di urlare e vivere nudo
Perché detesto il telefono e il rumore dei motori.

A pagina 103 del suo Nelle foreste siberiane (Sellerio, 2012), lo scrittore e viaggiatore francese Sylvain Tesson elenca le ragioni per le quali ha scelto di isolarsi per sei mesi in una capanna sulle rive del lago Bajkal, in Siberia, tra l’inverno e l’estate del 2010, a decine di miglia da qualsiasi altra presenza umana; l’immagine lì sopra vi può far capire il luogo. Una scelta sicuramente estrema che tuttavia a molti, credo (soprattutto a chi come me sia un “discepolo” di Thoreau), sarà venuta in mente qualche volta, magari senza finire in capo al mondo (o quasi) come Tesson ma facendosi bastare una baita in qualche valle poco o nulla abitata tra le montagne a qualche ora di cammino dal villaggio più vicino, oppure un isolotto disabitato a sufficiente distanza dalla costa e dalla “civiltà”. Ma se mai decidereste di farlo, per quali motivi lo fareste?

Io per questi:

  • Non avere più l’obbligo di controllare date e ore.
  • Non avere più l’obbligo di dover dire cose a qualcuno ne di dover ascoltare qualcuno.
  • Essere libero di poter fare cose e non di dover fare cose.
  • Leggere un sacco, scrivere un sacco.
  • Dormire tantissimo per recuperare anni di sonno arretrato.
  • “Sentire” il silenzio ovvero ascoltare i soli suoni della Natura.
  • Provare a capire quali cose della mia vita siano veramente utili e quali veramente superflue.
  • Osservare la Natura e il cielo stellato per ore intere.
  • Vivere la solitudine vera per poi (ri)vivere meglio la socialità, quando torno.
  • Capire se la parte selvatica che io credo di avere si manifesti sul serio o sia solo una stupidaggine.
  • Sperimentare la situazione vissuta da Thoreau in Walden ma pure dal protagonista del romanzo Dissipatio H.G. di Guido Morselli.
  • Non doversi curare di ciò che accade nel mondo.

Ecco. Più o meno sono questi, i miei motivi. Magari voi direte: be’, ma per fare alcune di queste cose non c’è bisogno di isolarsi chissà dove per chissà quanto tempo! Forse sì, è vero, ma credo che ciò sia comunque qualcosa che ognuno può e deve decidere personalmente come fare. C’è chi ha bisogno di rumore per riuscire a concentrarsi e chi di silenzio assoluto, ad esempio: dipende da persona a persona insomma, e per esperienza personale credo che l’isolamento, idealmente in montagna, a me aiuterebbe molto a realizzarle in modo compiuto e proficuo. Che è poi ciò che conta, del farle.

E i vostri motivi, invece, quali sono?

«Volete le montagne vuote solo perché voi amate il silenzio!»

Riassumo nella frase che fa da titolo a questo post molte delle contestazioni che vengono rivolte a quelli come me che, prima di esserne oggetto, obiettano certe opere realizzate in montagna con impatti più o meno pesanti ma comunque sempre significativi, visti i territori e gli ambienti coinvolti, e con consonanza, cura e sensatezza verso di essi e le comunità che li abitano visibilmente opinabili.

Ecco, a me in tutta sincerità pare che quella frase equivalga a dire a un cittadino «Volete le città piene di gente e di cose perché voi amate il rumore!»

Embé? La città è un luogo che deve essere pieno di gente e dunque dove inevitabilmente ci sia del “rumore”, (entro limiti accettabili: serve dirlo?), che a tutti gli effetti segnala la vitalità del paesaggio urbano. Parimenti, la montagna è un ambito che non può essere “pieno” come le città, nel quale il silenzio, o per meglio dire il suono ambientale, è parte fondamentale del paesaggio montano.

Dunque?

Il problema non è amare il silenzio in montagna, che è una sua specificità e una naturalissima ovvietà, ma pretendere che la montagna debba imitare la città, che possa restare “montagna” assomigliando alle città e riproducendone modelli, stili, comportamenti. È pensare che il “vuoto” della montagna sia uno spazio da riempire esattamente come in città di cose, opere, infrastrutture, persone, suoni, rumori e, per questo, che come in città ciò che vi ci si mette dentro debba “rendere” qualcosa. Di contro, non è ritenere che in montagna non si possa fare nulla, ma nemmeno che ci si possa fare tutto perché così si fa altrove, senza capire – più o meno consapevolmente – che la montagna è tale, e chiunque la si ama (anche i cementificatori più dissennati, solo che non se ne rendono conto) proprio perché è a suo modo “vuota”, è silenziosa, è naturale, è tutto quello che la città non può (più) essere.

Per questo in montagna si possono fare tantissime cose ma solo se realizzate in armonia con i luoghi e le loro specificità, se ne rispettino le caratteristiche geografiche, naturalistiche, ambientali, se sappiano relazionarsi con il paesaggio senza invece stravolgerne la geografia, l’anima, la cultura, la bellezza, il benessere di chi ci vive. Che è il benessere della montagna stessa, da nessun altra parte come lassù l’uno legato all’altro, l’uno causa ed effetto dell’altro.

Ma forse, più semplicemente, quelli che pensano che la montagna sia “vuota” non capiscono che invece è piena di tutto, e parlano solo sull’onda di tale inconsapevolezza. Che rimarca altre vuotezze interiori, temo.

Le montagne e la complessità nella semplicità

La montagna è meravigliosa e affascina così tanto chiunque perché, io credo, è complessità nella semplicità, in ogni suo aspetto. A partire dalle forme delle sue vette, che si possono definire più o meno piramidali (e così infatti le raffiguriamo, fin da bambini) che in realtà sono ben più ricche di linee, profili, sagome, strutture, conformazioni, alla immensa varietà geologica, alla biodiversità – sembrano “solo” boschi e prati, invece c’è un universo di vita – ai paesaggi, apparentemente simili e invece sempre unici, fino alla geografia umana, fatta di infinite culture, saperi, tradizioni, lingue, identità che sembrano simili e invece non lo sono mai e proprio in ciò si definiscono – e via di questo passo, con mille altri aspetti che fanno la realtà della montagna e la rendono tanto speciale.

Una tale complessità si può ridurre a semplicità solo per due ragioni: per ignoranza, ovvero ignorando tale complessità, non sapendola cogliere per mancanza o carenza di strumenti culturali, e nel caso non sarebbe nemmeno una colpa. Oppure per malizia, per meschina ipocrisia, perché la complessità della montagna finisce per complicare anche le mire particolari di qualcuno. A volte, pure per l’unione più o meno conscia di entrambe le cose. E allora la colpa è anche doppia.

Ecco dunque che parte la semplificazione: perché si crede che insegnare la cultura della montagna è una pratica troppo lungo e complicata, o perché la cose semplici non richiedono mai troppi pensieri e per ciò sono più facilmente governabili, manipolabili, più funzionalmente duttili ai propri interessi.

Così la semplificazione diventa banalizzazione, dunque svilimento, svalutazione, degrado. In altre parole: semplificare troppo la montagna è una manifestazione di disprezzo verso di essa, la sua realtà e le sue specificità.

Eppure, la montagna è “complessa” così come in fondo lo è la vita nei suoi tanti aspetti. Più si ha la volontà e la capacità di comprenderli, più si vivrà meglio e con appagante benessere – e non ci vuole molto per ottenere ciò: a volte è solo una questione di scelte, di desiderio, di visione e di presa d’atto. Viceversa, la banalità e il disprezzo avranno vita facile, inevitabilmente.

(Nella foto in testa al post: acquerelli di Silvia De Bastiani, mirabile artista che sa rendere la complessità delle montagne “semplice” da osservare, ammirare, comprendere, al contempo senza semplificarne nulla, anzi, dandole ancora più “profondità”.)

La responsabilità che abbiamo verso le montagne

[Foto di Mario da Pixabay.]

Il nostro amore per le montagne non ha come oggetto meri cumuli di rocce, terra e sassi modellati dall’orogenesi, ma dei luoghi carichi di simboli e di storie, di immagini e metafore, di paradigmi culturali che costruiscono e modificano la nostra visione e percezione del mondo e di noi stessi. Le Alpi sono sempre più delle isole di biodiversità naturali e culturali assediate da un’umanità posseduta dalla smania di addomesticare e trasformare ogni cosa in merce. Di asservire per il proprio interesse e divertimento ogni luogo rimasto a testimoniare il valore in sé del pianeta che ci ospita. Per la prima volta nella nostra storia di “Homo sapiens” accade che siamo in grado di sconvolgere gli equilibri climatici cha garantiscono la nostra sopravvivenza specifica. Questo potere, moltiplicato dalla crescita demografica e dagli strumenti della tecnica, ci impone un adeguato progresso etico per frenare l’avidità e l’hybris che ci spingono ad impadronirci d’ogni cosa. Abbiamo la responsabilità di educarci alla sobrietà, ad un comportamento che rispetti gli altri viventi, che ricerchi il modo di produrre benessere senza distruggere le condizioni per renderlo accessibile anche agli altri e ai posteri.

Diego Cason e Annibale Salsa, “Economia montana e politiche territoriali di sviluppo”, relazione presentata al 101° Congresso Nazionale del Club Alpino Italiano, “La Montagna nell’era del cambiamento climatico”, Roma, 25-26 novembre 2023. Trovate la relazione completa, la cui lettura trovo parecchio interessante e istruttiva (anche in forza del prestigio dei due relatori che l’hanno elaborata), qui. Avrò occasione di scriverne ancora, più avanti.

Risposte probabilmente sbagliate a domande concretamente mai poste

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
«Di cosa ha veramente bisogno il territorio che amministro e miei concittadini che lo abitano?»
«Avendo soldi pubblici a disposizione, come li posso spendere affinché se ne ricavino più vantaggi possibile per l’intera comunità e non solo per una parte?»
«L’intervento che sto finanziando con risorse pubbliche è veramente il migliore possibile, il più consono, il più equilibrato per il mio territorio, o ce ne potrebbero essere altri potenzialmente più proficui?»
«Perché ho scelto di approvare l’intervento finanziato? Con quali criteri l’ho scelto, con quale valutazione di vantaggi e svantaggi, con quale analisi dei benefici e dei rischi che ne potrebbero derivare se qualcosa andasse storto?»…

…Eccetera.

Gli amministratori locali che scelgono di sostenere e approvare certi progetti infrastrutturali per i propri territori montani che in base al più ordinario buon senso appaiono opinabili, rischiosi, invasivi, decontestualizzati, secondo voi se le pongono domande del genere prima di approvarli? O, ancora più in generale: se la pongono qualche domanda sui loro territori, sulla realtà che li caratterizza, sulle comunità che ci vivono, prima di decidere cosa fare e come spendere le risorse pubbliche a disposizione?

O pur di “fare” velocemente e potersi vantare d’aver “fatto” entro la prossima tornata elettorale, di spendere in fretta quei soldi per paura che vengano girati altrove, di accontentare o soddisfare interessi particolari tralasciando di considerare quelli della collettività, di evitare l’interlocuzione con la comunità locale evitando così qualsiasi protesta o contestazione… di domande di quel genere certi amministratori locali proprio non se ne pongono?

Temo di no, a constatare la realtà delle cose. Però poi quegli amministratori si danno delle “risposte”, attraverso gli interventi e i progetti che propongono. Ma se non ci sono le domande, di che “risposte” si tratta, quale valore possono avere? Probabilmente nessuno, il che rende quelle (non) risposte quasi certamente sbagliate.

Noi tutti invece quelle domande ce le dovremmo porre di continuo, visto che i soldi spesi per tanti interventi realizzati o in progetto sulle montagne sono nostri: e di conseguenza dovremmo essere in grado di dare, e darci, risposte buone e valide. O forse anche noi trascuriamo un po’ troppo spesso di porcele?