Summer Rewind #10 – Cosa deve essere la letteratura? Una riflessione sul senso della scrittura e sul mestiere di scrittore, oggi.

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 30 gennaio 2014.)

Sono da sempre convinto che chiunque scelga di proporre qualcosa di sua creazione ad un pubblico, piccolo o grande che sia – scrittore, artista, cineasta… – debba necessariamente, anzi, inevitabilmente farsi domande sul senso di quanto produce (e presenta). E non soltanto, ciò, riguardo una mera questione qualitativa, che poi non può non legarsi ad un discorso soprattutto commerciale, ma anche e soprattutto riguardo al valore culturale – in accezione generale – del suo lavoro.
Personalmente, proponendo io cose scritte, mi sono dunque ritrovato più volte a chiedermi cosa debba essere la letteratura, che valore, che funzione debba avere, oggi. E credo che una risposta del genere “deve far divertire chi legge” possa essere ovviamente accettabile e comprensibile ma assolutamente parziale – quantunque già il saper scrivere una storia che piaccia e diverta il lettore non è affatto cosa da poco, visto certe scempiaggini che si possono trovare sugli scaffali delle librerie, non-libri che, nel caso, possono divertite solo non-lettori!
Di recente, a farcire la personale riflessione, è giunta la lettura di questa affermazione del grande scrittore americano di science fiction Harlan Ellison:

Non so come vedete voi la mia missione di scrittore, ma per me non significa essere tenuto a riconfermare i vostri miti consolidati e i vostri pregiudizi provinciali. Il mio lavoro non è cullarvi con una falsa sensazione di bontà dell’universo. Questa meravigliosa e terribile occupazione che consiste nel ricreare il mondo in un altro modo, ogni volta nuovo e straniero, è un atto di guerriglia rivoluzionaria. Smuovo le acque. Vi do fastidio. Vi faccio colare il naso e lacrimare gli occhi.

(Da Terrori mortali, introduzione a Idrogeno e idiozia, traduzione di Umberto Rossi, postfazione di Valerio Evangelisti, collana AvantPop n.7, Fanucci Editore, 1999.)

Immediatamente, dopo aver letto queste parole, mi è tornata in mente un’altra citazione, che ricordavo legata ad una questione artistica ma che, a ben vedere, è assolutamente adatta anche all’ambito letterario qui in dissertazione:

L’arte o è plagio o è rivoluzione.

E’ di Paul Gauguin, il fondamentale pittore francese… Eppoi ne ho ricordato un’altra ancora, a sua volta validissima qui, questa volta proveniente dal cinema ovvero dal celebre regista russo Andrej Arsen’evič Tarkovskij:

L’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.

Insomma: punti di vista che in qualche modo supportano un’ottima risposta, io credo, alla suddetta domanda sul senso della letteratura, la quale sono convinto si leghi pure a doppio filo alla questione relativa alla bontà della produzione letteraria contemporanea, soprattutto nostrana ma non solo, che ho già trattato qui nel blog.
L’opera letteraria, infatti, non può limitarsi al mero intrattenimento – non deve farlo, perché nel caso verrebbe meno al proprio primario scopo culturale, o meglio socioculturale, ma deve invece riconoscersi il diritto/dovere di smuovere il pensiero, la coscienza, l’animo e lo spirito del lettore. Suo massimo risultato deve essere il saper raggiungere il più ampio pubblico possibile e, al contempo, di suscitare emozioni nel maggior numero di lettori, proprio come dice Tarkovskij – e si intende buone emozioni, quelle che restano nella mente e nell’animo e divengono energia per il pensiero, nuova consapevolezza, ampliamento, per così dire, della nostra visione e comprensione del mondo e della realtà.
L’opera letteraria di valore deve saper rivoluzionare la letteratura stessa dalla quale scaturisce, anche in minimissima parte – o deve quanto meno tentare di farlo. E’ ovvio che non tutti i libri editi possono essere dei capolavori, delle pietre miliari al punto da influenzare la produzione letteraria successiva, ma ogni singolo libro deve provare a proporre qualcosa di nuovo: nella storia, nei temi, nello stile, nel linguaggio… – in qualsiasi cosa faccia parte di esso e lo componga. Se ciò non accade, facilmente ha ragione Gauguin: si finisce per scopiazzare cose già fatte, molto probabilmente deprimendone il valore originario (come succede quasi sempre quando si imita qualcosa). Non solo, il risultato generale è anche peggiore: una massa di opere edite che si accontentano di riproporre quanto già fatto/scritto in passato non otterrà altro che una sostanziale involuzione del panorama letterario del quale fanno parte – una eventualità forse già in accadimento, dalle nostre parti.
Sia chiaro: non sto nemmeno affermando che ogni libro edito debba essere avanguardia pura o sperimentazione esasperata, e d’altro canto è cosa inevitabile che, in presenza di un libro di valore e di successo, molti altri tentino di riprodurne le sue migliori peculiarità: ma se ciò avviene perseguendo un primario fine letterario, ciò alla lunga probabilmente continuerà il processo evolutivo generale; se invece avviene per meri fini commerciali, sfruttando lo stile e la “moda” di un certo testo per produrne innumerevoli altri, quasi sicuramente ci si infilerà in un vicolo cieco dal quale uscirne risulterà a dir poco improbabile. Ribadisco: non si pretendono rivoluzioni letterarie epocali, ma quanto meno il tentativo di proporre qualcosa di nuovo, o almeno di non ordinario, non la solita minestra cotta e ricotta solo perché vende – ma che alla lunga ingozza il lettore, che di sorbirne ancora non ne vorrà più sapere.
C’è da tornare al senso stesso del mestiere di scrittore, in fondo, proprio come afferma Ellison: bisogna essere guerriglieri rivoluzionari della parola scritta, della realtà descritta e poi dal lettore letta, dunque della sua (e di noi tutti) realtà, quella effettiva. E ciò non significa stupire con effetti speciali, con narrazioni iperboliche ed eccessive: non si deve cercare il sensazionalismo – per carità, mica che pure la letteratura finisca per accodarsi all’idiozia sensazionalistica della TV e dei media generalisti! (visto che, ahinoi, già più volte è accaduto!) – si deve cercare il senso, l’essenza della realtà (pure se si scrive le storie più fantastiche che si possano immaginare) che quasi sempre è qualcosa di assolutamente rivoluzionario e sconvolgente per il solo fatto che, con uguale frequenza, ci viene tenuta nascosta, per come altrimenti da’ fastidio.
Lo scrittore è – o deve essere – colui in grado di immergersi nel corpo della realtà e delle sue cose fino a raggiungere il nucleo centrale di esse, di aprircelo, di squarciarcelo e di mettercelo davanti agli occhi e all’animo con le sue parole. Anche – lo ripeto ancora – anche quando scrive una storia leggera e divertente. La questione non è ciò che si scrive, ma come lo si scrive e perché lo si scrive: il senso dell’opera letteraria è strettamente legato al senso del lavoro di scrittura da cui è scaturita e dunque – non può essere altrimenti – al senso dell’attività letteraria che l’autore si è prefisso di perseguire e portare avanti.
Ecco, per me questa è letteratura, questo significa l’essere scrittori, ciò deve essere affinché un libro non sia paragonabile ne più ne meno a un videogioco, a un talk show televisivo o a una partita di calcio – si intendano queste cose per come vengono proposte oggi, in un modo ormai totalmente avulso dal loro senso e scopo originario e, sempre più spesso, per altri fini alquanto opinabili. Il libro è l’oggetto culturale per eccellenza, non mi stancherò mai di denotarlo: in quanto tale, se rinuncia a trasmettere buona cultura, ovvero a sollecitare il pensiero – a smuoverlo, a sconvolgerlo, a rivoluzionarlo, appunto – se perde questo suo senso fondamentale, insomma, beh, non diviene altro che una scatola vuota. E di scatole vuote in forma di libri (o presunti tali, libroidi per dirla con Gian Arturo Ferrari) le librerie già traboccano: è un caso, secondo voi, che pur con tutti ‘sti libri in circolazione, spesso esaltati come “capolavori” dai loro editori, di gente che legge ce ne sia sempre meno?
Per me no, ovvio.

(In testa al post: particolare da René Magritte, La battaglia delle Argonne, 1959, olio su tela cm.50×61)

Salviamo l’editoria e la lettura…

…Leggiamo più libri!
…Scriviamo meno libri!
Che magari, in tal modo, salviamo pure la letteratura (in quanto “arte”), eh!

Lo scrittore è un “accrescitore” della realtà (Davide Sapienza dixit)

La relazione tra immagina­zione e territorio è l’esplorazione della poetica di una vita da scrittore, l’atto di scrutare dove tutti gli altri sono passati senza notare altro che spazio o oggetti.

(Davide Sapienza, I Diari di Rubha Hunish (Redux), Lubrina Editore, Bergamo, 2017, pag.205.)

Trovo molto bella questa definizione di Davide Sapienza sull’atto della scrittura letteraria. Lo scrittore è un autore, e l’accezione originaria di tale vocabolo è “accrescitore”: lo scrittore deve essere colui che nota ciò che gli altri non constatano, dunque colui che attraverso la propria scrittura, e la narrazione che vi scaturisce, accresce la realtà a cui fa riferimento ovvero il citato “territorio” – sia esso spazio fisico o ambito immateriale, ne arricchisce il senso, il valore, la sostanza, lo spettro dei significati, mettendo il tutto a disposizione del lettore e da esso tutto fruibile.
Ciò rimette al centro della questione “scrittura letteraria” qualcosa che io ritengo del tutto fondamentale: bisogna scrivere quando si ha qualcosa da dire e da comunicare, e qualcosa che sia nuovo dacché frutto del proprio ingegno (“L’arte o è plagio o è rivoluzione”, diceva Gauguin), dunque che possa accrescere il bagaglio culturale e/o emozionale del lettore, accrescendone la conoscenza della realtà che ha intorno – anche in riferimento a opere di fantasia, ribadisco. D’altro canto anche la fantasia è un territorio da esplorare, esattamente come lo spazio fisico – anzi, le due esplorazioni devono procedere in consonanza. Da qui nasce la poetica, da qui si genera quella visione aumentata del mondo che ogni autore, ma in fondo qualsiasi individuo, dovrebbe sapientemente coltivare.

P.S.: cliccate sulla copertina del libro per leggere la personale recensione de I Diari di Rubha Hunish.

Dello scrivere libri, o di un efficace metodo per diventare indigenti

Piuttosto cinicamente (ma in fondo è pure autocinismo, questo) mi viene sempre più spesso da pensare che un metodo molto semplice per ridurre il numero spropositato di libri editi (ove la sproporzione è rispetto al numero di lettori del mercato nostrano, chiaramente, il quale al momento non pare accennare a ridestarsi dal suo coma piuttosto profondo, peraltro indotto pure proprio dal gran numero di libri pubblicati, sovente di assai scarso pregio letterario, che ingolfano gli scaffali delle librerie nascondendo le – più rare – opere invece meritevoli d’attenzione) – dicevo, un metodo molto semplice per ridurre il numero spropositato di libri editi sarebbe quello di far conoscere nel modo più obiettivo possibile agli aspiranti scrittori la realtà dell’editoria nostrana contemporanea: un mondo – per essere piatti – che si proclama nobile e sfavillante ma in realtà è ridotto con le pezze al culo e, a quanto sembra, sconsideratamente destinato a una sempre più prossima implosione.
Ovvero, in breve: volete scrivere libri per diventare ricchi e famosi? Farete probabilmente prima a diventarlo cercando aghi nei pagliai e vendendoli ai sarti, ecco.

Qualcuno che ci provi ad essere obiettivo sulla realtà dell’editoria italiana contemporanea peraltro c’è. Non so se lo faccia in base all’intento personalmente rimarcato; io – cinicamente, appunto – sì (e fate conto che, per quanto mi riguarda, a quel cinismo vado oltre ricordando quella nota massima di Emerson, “Chi scrive per sé stesso scrive per un pubblico immortale”). Dunque vi consiglio di leggere questo illuminante pezzo di Luca Bernardi, Quanto (non) guadagna uno scrittore?, pubblicato in origine da L’Indiscreto (vedi qui l’articolo originale) e ripreso da CheFare, da cui traggo anche il sunto che vi propongo di seguito (con un paio di altri significativi estratti dallo stesso articolo, in calce).
Buona lettura – un po’ meno la scrittura, invece…

C’era una volta un esordiente che doveva scrivere un articolo sui guadagni degli scrittori. Facile, pensavo, basterà chiedere a Tizio e Caio quanto prendono di anticipo, quali percentuali ricavano al netto dell’agente, come fanno quadrare i conti a fine mese. Più che un’inchiesta sarà la compilazione di un questionario. E invece…
E invece nessuno vuol far sapere quanto guadagna. “Io te lo direi pure, basta che poi nel pezzo non fai il mio nome”. Me l’avranno ripetuto in quindici questo adagio. Manco stessi scrivendo un articolo sulle logge nere. Insomma nessuna delle mie fonti ha voluto figurare per nome. Perciò, stando alle deposizioni di ignoti, ecco quanto ho raccolto.
Una piccola casa editrice seria pagherà al massimo mille Euro di anticipo (questo lo so anche per esperienza, avendo esordito a novembre con Tunué). Una casa editrice media si attesterà tra i cinquecento e i quattromila. Una grande tra i tremila e i diecimila. Poi ci sono tre o quattro editori che partono da cinquemila Euro e salgono anche molto a seconda della fama dell’autore.
Sembra inoltre che le cifre siano calate rispetto ai primi Duemila. Chiunque bazzichi nell’editoria da un po’ sostiene che la crisi abbia pressoché dimezzato gli anticipi. Nel 2003, per esempio, non era inaudito esordire per una major con un assegno da ottomila Euro. Oggi il ristagno del mercato e la contrazione degli introiti editoriali hanno impoverito ulteriormente chi scrive.
Dunque le grandi investono più delle piccole ma se sei al primo libro, o comunque mostri scarse prospettive commerciali, gli anticipi saranno tutt’altro che faraonici. Anche a esordire con Mondadori oggi è difficile ricevere un anticipo superiore ai cinquemila Euro. Il che significa l’impossibilità, almeno all’inizio, di mantenersi solo scrivendo.
A vivere di romanzi sono ormai in pochi in Italia. Anche perché tra chi venderebbe abbastanza da permettersi di non fare altro ci sono molte personalità i cui libri funzionano sul piano commerciale proprio grazie alla celebrità extraletteraria degli autori.
C’è una seconda fascia di persone che campa tra pubblicazioni di vario tipo, incarichi editoriali correlati, corsi di scrittura, traduzioni, giornalismo, docenze a contratto. Non fanno gli scrittori a tempo pieno ma nemmeno gli idraulici. Per la generazione dei miei genitori sono degli spiantati, per noi ventenni dei modelli di tenacia professionale.
Poi viene chi pubblica libri e scrive su testate online o cartacee ma sopravvive grazie ad altre fonti, professionali e non. Qualcuno li chiama pesi medi. Magari insegnano o fanno i liberi professionisti. Se sono giovani, cioè hanno meno di quarant’anni, hanno spesso famiglie che li aiutano.
(…)
Il quadro è desolante e non occorrono cattedre alla Normale per capire che dietro alla reticenza economica degli scrittori c’è in parte la tentazione di chiudere gli occhi davanti all’indigenza della propria sottoclasse sociale, e forse anche al tramonto di una cultura intesa come prestigio, ovvero quale vessillo di un potere che ormai cerca tutt’altri stemmi e casse di risonanza.
(…)
E che cos’è la carriera per uno scrittore se non l’uscita del proprio Meridiano, le orde di incravattati plaudenti a Stoccolma o le testate che lo inseguono per editoriali su temi di cui fino a un’ora prima ignorava l’esistenza. Certo, la carriera può essere una somma di questi elementi… eppure non si dimentica qualcosa? Be’, forse un conto in banca a sei zeri. E ribadisco che stiamo parlando di carriera, non della corrida tra titani per entrare nel canone, qualsiasi cosa esso sia, o perché il proprio nome svanisca buon ultimo tra quelli di tutti i parlanti nella propria lingua peritura.
Eccoci di nuovo al punto di partenza. Reputazione, alla fine, significa denaro. E senza soldi può darsi carriera? In una società di mercato, no. Nell’editoria, sembra di sì ma alla fine parrebbe di no. Fine della storia. Ma e se come da decenni sostengono i tifosi del post-umano il mercato stesse davvero morendo, non sarebbe allora l’editoria forse il vero laboratorio all’avanguardia, un workshop di lustri sugli scenari del post-lavoro e del post-salario (della post-inedia?) a cui presto o tardi, singolarità più o singolarità meno, la pletora degli universi professionali dovrà inchinarsi?

(Ribadisco: potete leggere l’intero articolo di Luca Bernardi, molto più articolato e ricco di informazioni sul tema, qui.)

Scrivere per non sparire nel nulla, scrivere per non apparire del tutto

Selina Trepp, "Appear to Disappear", installazione, 2009 (http://selinatrepp.info/home.html)
Selina Trepp, “Appear to Disappear”, installazione, 2009 (http://selinatrepp.info/home.html)

Mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo per niente?
Chiunque scriva in maniera sistematica si sarà sentito rivolgere, prima o poi, la solita domanda: «Ma tu perché scrivi?» Domanda inesorabilmente retorica che, in quanto tale, finisce per “chiamare” spesso risposte altrettanto retoriche se non – mi sia consentito di affermare ciò – piuttosto insincere, le quali, in ogni caso, non sfuggono da una ugualmente inesorabile e peraltro umanissima realtà: si scrive per farsi notare. Ammettiamolo, suvvia! Perché, ribadisco, è cosa elementare e inevitabilmente umana, questa; quale sia il senso e il fine di questo farsi notare è un altro discorso, poi, sovente di natura abbastanza meschina ma, sia quel che sia, non mi interessa qui di disquisirne.
Tornando invece a quella domanda solita e al mero perché della scrittura, una risposta finalmente diversa da infinite altre la fornisce – seppur indirettamente, ovvero in un articolo che parla di produzione artistica contemporanea uscito sul nr.31 di ArtribuneJussin Franchina, generandola da quella nota citazione di Nanni Moretti (tratta da Ecce bombo) che anch’io ho messo in testa a questo articolo. Così scrive Franchina – e, ribadisco, prendete il termine “artista” in senso ampio, comprendendo dunque pure l’autore di testi letterari (e la letteratura è una forma d’arte, eh, quantunque, sia sempre più arduo considerarla tale!):

“In ogni artista c’è un conto in sospeso con la scomparsa. Alla paura di sparire nel nulla, l’artista reagisce con un gesto artistico che riaffermi la sua presenza. E, però, al tempo stesso quel gesto è il nascondiglio perfetto per non venire allo scoperto del tutto. L’artista si palesa così, in controluce, andando a scomparire in un posto in cui lo si possa in altro modo vedere. Ogni artista è l’inchiostro simpatico sull’opera che costruisce.”

Ha ragione, assolutamente. A mia volta ho sempre pensato che chiunque decida di comunicare pubblicamente qualcosa attraverso qualsiasi forma espressiva creativa – dunque lo scrittore, l’artista visivo, il cineasta, il musicista eccetera – abbia il dovere fondamentale (che è anche diritto, sia chiaro, ma lo è se in primis è “dovere” in modo pieno e giustificato) di lasciare una traccia della propria espressività. L’artista che comunica ma non lascia tracce della sua comunicazione si autocondanna al nulla ben più – nel principio – che l’individuo ordinario che non fa niente di tutto ciò e vive nell’anonimato più totale. Attenzione: con “traccia” non intendo semplicemente la prova concreta del proprio lavoro, ma il senso di esso, il messaggio, la comunicazione vera e propria, appunto. È in effetti una necessità inderogabile, questa, per chi come l’artista abbia scelto di comunicare qualcosa piuttosto di produrre qualcosa come invece fa chi opera nella manifattura: se non vi è comunicazione (e, ovvio, relativa trasmissione/ricezione di quanto comunicato) non vi è presenza, e velocemente pure il media comunicante – il libro, il lavoro artistico, il brano musicale e così via – evapora e svanisce nello stesso nulla.
Jussin Franchina, inoltre, con un ulteriore passo nella sua breve ma intensa riflessione, tocca il secondo e conseguente punto nodale della produzione artistica: l’autobiograficità della comunicazione espressiva pubblicamente trasmessa. Questione molto sentita, in tal caso, nella letteratura più che nell’arte visiva, nella quale in ogni caso è più facile per l’artista mascherarsi dietro la sua opera – a meno che non si tratti dichiaratamente di autoritrattismo, in qualsiasi forma esso sia. Scrivendo, è sempre assai arduo non palesarsi personalmente, poco o tanto, nel testo scritto. Tuttavia, come dice Franchina, lo scrittore di pregio sa costruire narrazioni nelle quali calarsi, direttamente o meno, in modo occulto, essendo presente ma senza essere visibile ovvero essendolo ma in modo alquanto velato se non soggetto a una mutazione di qualche genere che alteri la sua più ordinaria visibilità.
D’altro canto questa ipotesi riguardo la scrittura come necessaria reazione all’altrimenti inevitabile scomparsa pone sulle spalle dell’autore una responsabilità enorme e pesantissima: egli deve (ri)affermare la propria presenza nel modo (per sé stesso) più virtuoso e originale possibile, perché altrimenti il rischio è quello di palesarsi con modalità meschine (vedi sopra), disdicevoli e degradanti. In un modo, insomma, pure peggiore rispetto al mero nulla della scomparsa, la quale non garantisce di restare visibili ma nemmeno di esserlo mostrandosi ricoperti di fango che da soli ci si è scagliati addosso per la inaccettabile qualità dei propri scritti – perché, lo avrete intuito, è da qui che può principalmente prodursi il più degradante fango per uno scrittore (a prescindere poi dal consenso commerciale, anche in tal caso questione “altra” che non interessa ora qui a noi).
C’è di più: la suddetta grande responsabilità posta sulle spalle dello scrittore riguardo cosa (e pure come, ovviamente) si scrive concerne anche il dovere di capire se è in grado di affermare la propria presenza, ovvero di comprendere che quel dovere poco sopra citato è tale – e così può anche diventare diritto – quando non sia indiscutibilmente dovuto, automatico: in ogni aspetto della vita si ha il dovere di fare qualcosa se si è in grado di farlo, altrimenti no, facilmente si genera solo danno. Dunque, si ha il diritto di affermare la propria presenza solo se ci si riconosce il dovere di saperla giustificare nel modo più ampio e alto possibile.
Si ritorna, insomma, a quella che a mio modo di vedere è per la scrittura la madre di tutte le questioni – oggi ancor più che nel passato: lo scrivere (ovvero, intendo dire, il diffondere pubblicamente ciò che si è scritto più che l’esercizio espressivo in sé, che naturalmente è libero e individuale) quando si ha qualcosa da esprimere, da comunicare, da trasmettere. Altrimenti, si produce soltanto autocompiacente vuoto, giustificando l’impressione per la quale molti scrivano soltanto per mettersi in mostra, incuranti persino della bontà di quanto scritto – cosa diffusa a tutti i livelli della produzione letteraria contemporanea: non solo tra i debuttanti, insomma, ma pure tra i presunti grandi e celebrati scrittori. Perché, riprendendo quella iniziale battuta di Nanni Moretti, a volte ci si fa notare di più se non si è presenti, e d’altro canto ci si può pure far notare, ma in senso negativo, a essere presenti mettendosi da sé in disparte, ovvero al di fuori di quanto si possa invece notare positivamente!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.