Io la tristezza la nascondo. Ecco, l’unica volta che recito, non davanti alla macchina da presa, è il fatto di non manifestare tristezza perché, partecipare gli altri alla mia tristezza, ho capito che non importa niente a nessuno delle mie tristezze, perciò non mi confido mai e dico: “Tutto bene, tutto bene”. Me la tengo per me.
[Fonte dell’immagine: Arquivo Nacional, pubblico dominio, da Wikimedia Commons.](Alberto Sordi, che oggi avrebbe compiuto 100 anni, in un’intervista con Enzo Biagi nel programma televisivo Cara Italia del 1998. Un grandissimo, Sordi, di quelli che così, probabilmente, non ne nascono più e per il quale l’omaggio non è solo doveroso ma imperituro. Eppoi, se posso aggiungere, in questa cosa sulla tristezza mi ci ritrovo parecchio, trovandola di classe ed eleganza notevolissime, già.)
Non c’è niente di più gretto dello sciovinismo e del razzismo. Per me tutti gli esseri umani sono uguali, pecoroni se ne trovano ovunque e per tutti ho lo stesso disprezzo.
Come sempre suole accadere in un lungo viaggio, alle prime due o tre stazioni l’immaginazione resta ferma nel luogo di dove sei partito, e poi d’un tratto, col primo mattino incontrato per via, si volge verso la meta del viaggio e ormai costruisce là i castelli dell’avvenire.
[Lev Tolstoj nel maggio 1908. Foto di Sergej Michajlovič Prokudin-Gorskij, pubblico dominio; fonte: qui e qui.](Lev Tolstoj, I cosacchi, in Racconti, traduzione di Alfredo Polledro, Orsa Maggiore Editrice, Torriana, 1994.)
[Fotografia di E. Desmaisons, fonte dell’immagine: qui.]Mi è ricapitata qualche giorno fa sotto gli occhi, grazie a un volume che stavo leggendo, quella che forse è e resta una delle più fulminanti “recensioni” a un libro mai scritta: è l’analisi che il geniale e insuperabile Voltaire fece da par suo del Discorso sull’ineguaglianza di Jean-Jacques Rousseau, per il quale la compilò il 30 agosto 1755:
«Ho letto, signore, il vostro nuovo libro contro il genere umano; ve ne ringrazio; piacerete agli uomini le cui verità svelate, e non riuscirete a correggerli. Dipingete con colori ben veri gli orrori della società umana la cui ignoranza e la cui debolezza sembrano promettere tante mollezze. Non era mai stato usato altrettanto spirito nel tentativo di renderci bestie. Leggendo la vostra opera viene voglia di camminare a quattro zampe. Tuttavia, avendo perso quest’abitudine da più di sessant’anni, mi è purtroppo impossibile riprenderla.»
Ecco, una delle migliori recensioni (non lo sarebbe, una “recensione”, ma è come se lo fosse) scritta più di due secoli e mezzo fa: libro mirato, colpito e affondato! La sua parte finale, soprattutto, è un capolavoro di sarcasmo, di quello che forse più nessun critico letterario oggi sarebbe in grado di formulare quantunque moltissimi “best seller” che poi finiscono in vetta alle classifiche di vendita se lo meriterebbero assolutamente – di sicuro più che il celeberrimo Rousseau.
Oh, be’, forse anche perché di critici letterari veri non ne esistono quasi più. Già.