In ogni caso ci tengo a ribadire: delle persone “normali” c’è da stare veramente molto attenti. E, possibilmente, dalle stesse pure ben lontani (in ogni senso).
Ecco.
Tag: paura
Mistica silvestre notturna
Qualche giorno fa ho dovuto partecipare alla riunione di un gruppo di lavoro per un progetto editoriale di interesse locale. L’incontro si è svolto in un borgo montano vicino casa, al punto che andarci in auto e recarmici a piedi avrebbe praticamente comportato lo stesso tempo. Ci sono andato a piedi, dunque, percorrendo una antica mulattiera che risale una bella valle boscosa al cui apice si trova il borgo. Tuttavia ciò comportava il ritorno lungo quella stessa mulattiera immersa nel fitto bosco a notte fonda… Beh, nessun problema: con il notebook e la documentazione necessaria, nello zaino ho infilato anche il mio fedele frontalino – sempre meglio che guidare lungo strette e tortuose strade di montagna.
Non è la prima volta che percorro un bosco di notte (in fondo nei boschi cerco di ritrovarmici il più spesso possibile) ma, appunto, quella di cui vi sto dicendo è stata la più recente, ovvero quella che mi ha reso nuovamente del tutto evidente (ed emozionante) quanto il percorrere il bosco di notte – una bella, fitta e rigogliosa faggeta, nel tal caso, frammista a castagni e qualche betulla – sia un’esperienza che, per molti aspetti, ha qualcosa di mistico.
S’era fatta quasi l’una, ormai. Il cielo non era limpido – aveva smesso di piovere da non più di due ore. Ho acceso il frontalino, ho cominciato a scendere lungo la mulattiera accompagnato solo dal mio respiro e dal flebile rumore dei passi, ovattato dalla presenza delle foglie che il temporale ha fatto cadere sull’antico tracciato – in parte cementato, in parte con ancora la selciatura originaria vecchia di 200 anni, forse. Un profluvio composito di fragranze generate dal terreno e dalla vegetazione ancora bagnata di pioggia mi avvolgeva, suscitandomi anche olfattivamente innumerevoli percezioni.
Il bosco di notte è un’entità dalla possanza e dall’austerità sopite eppure intensissime. Il suo silenzio in realtà non è mai tale, sempre delicatamente smosso da più o meno piccole vibrazioni sonore, dialoghi animali, fruscii leggeri delle chiome se c’è vento, minimi segnali udibili di vita che scorre ininterrotta e ben più fremente di quanto verrebbe da pensare. A volte ti coglie la vivida sensazione di essere osservato ma, nel caso, da occhi niente affatto pericolosi: getti il fascio di luce tra gli alberi, l’alone luminoso sembra che venga sfumato e dissolto dall’oscurità come finissima polvere nel vento. Ovviamente non vedi nulla, niente occhi, nessuno sguardo misterioso, tuttavia la sensazione resta; di contro, ti accorgi di come sia divertente lanciare periodicamente il fascio luminoso nel buio ventre silvestre, creando ovunque bizzarri giochi di luci e ombre, forme fantastiche, quinte evanescenti, luccichii apparentemente insoliti… Certo, nulla di tanto banale come certe storie cinematografiche dell’orrore – o del presunto tale! – ambientate in foreste rabbrividenti più che un girone infernale e che, alla fine, non fanno altro che giocare con le nostre più superficiali fobìe indotte e con le più banali insicurezze che crediamo di riflettere e dunque di vedere in un ambiente “non ordinario” come il bosco – lo stesso accade con la montagna o il mare, come vecchie e bizzarre leggende generate secoli fa dalla superstizione popolare narravano – ma che in verità vengono fatte albergare in noi, e nella nostra immaginazione, dalle storture della società in cui viviamo.
Insomma, no, niente di tutto ciò. Il bosco notturno non ha nulla di spaventoso o soltanto di inquietante. Offre, semmai, una differente frequenza vitale con la quale sintonizzarsi, un’esperienza di comunione con l’elemento naturale più genuina e autentica proprio perché meno mediata dalle nostre “sicurezze” diurne, la possibilità di godere, anche solo in modo leggero, di uno stato contemplativo, che volendo può essere tanto intenso da divenire quasi mistico, appunto, d’un misticismo panteista di segno ancestrale e misterioso, tanto quanto piacevole e affascinante.
Non solo: ormai luminosamente corrotti dalle nostre tante luci artificiali urbane, ci siamo dimenticati che l’occhio umano riesce ad abituarsi al buio piuttosto rapidamente e, così, ad acuire la capacità visiva notturna in modo sorprendente. Dopo nemmeno una mezz’ora di cammino e nonostante il cielo coperto, dunque non così luminoso, ho spento il mio frontalino e ho proseguito in un buio assai meno buio, semmai più simile alla luminosità dell’ora blu – forse aiutato in ciò dal fatto che, a quel punto, s’era attivata del tutto anche la capacità visiva del mio spirito, ben più sensibile di qualsiasi organo oculare. Infine, magia nella magia, quando ero ormai quasi fuori dalla parte di bosco più fitta, mi sono pure ritrovato circondato di minuscole e sublimi stelle, danzanti tutt’intorno in un momento che, banalmente ma inevitabilmente, mi verrebbe da definire fiabesco… Lucciole, ovviamente, a decine e decine, che sullo sfondo buio della vegetazione mi davano veramente l’impressione d’essere capitato in un bizzarro planetario naturale, dal moto piuttosto entropico ma altrettanto incantevole.
Ecco. Se mai vi dovesse capitare – o se mai vorrete farlo capitare – provateci anche voi a camminare in un bosco di notte. Portatevi una pila, senza dubbio, ma lasciate invece a casa quelle vostre eventuali paure. E’ tutta roba indotta e inutile, portarvele appresso significherebbe caricarvi d’una fastidiosa zavorra che vi danneggerebbe l’esperienza. Provate, dunque: così, forse, anche voi percepirete una inopinata, mistica sensazione di armonia e di lontananza intensa con il resto del mondo “luminoso”, anche se sarete a poca distanza dalla civiltà – e constaterete quanto aveva ragione Hermann Hesse quando scrisse che “Camminare all’aperto, di notte, sotto il cielo silente, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell’animo.”
L’Europa odierna, la dignità negata, e 8 secoli di civiltà buttati al vento

“In futuro sarà lecito per chiunque uscire dal nostro regno e rientrarvi, sano e salvo, per terra e per mare, fatta salva la fedeltà che ci è dovuta, fuorché in tempo di guerra per breve periodo, secondo la comune utilità del regno, ad eccezione degli imprigionati e dei fuorilegge, della gente di paesi in guerra con noi, e dei mercanti, peri quali valga ciò che è stabilito qui sopra.”

Questa enorme, ottusa e imperdonabile pecca io credo che l’Europa se la vedrà tornare indietro nel prossimo futuro – anche perché sovente chi ne fa le spese sono i bambini, ai quali in tal modo viene “insegnata” una inspiegabile (per loro) crudeltà che finirà per sedimentarsi nell’animo. Chiunque neghi diritti fondamentali di civiltà, umanità e, se è il caso, carità ad altre persone che giustificatamente ne abbisognano, inesorabilmente ne subirà le conseguenze. Lo insegna la storia, e insegna pure che, quando ciò accade, è sempre cosa drammaticamente meritata. Ma credo che a tanti dei politici che malauguratamente governano l’Europa contemporanea – un’entità geopolitica e culturale che potrebbe e dovrebbe fare da guida al pianeta intero mentre invece affoga nei pantani biecamente politici da essa stessa creati (in tema di profughi, particolarmente emblematico, ma non solo) – ciò non interessi granché, dacché sono essi stessi i primi a non capire cosa sia l’Europa, nonché cosa possa e debba fare per sé stessa, la sua gente e per il mondo del quale rappresenta una parte così importante.
Quando una civiltà finisce per archiviare sé stessa (Nicolas Dickner dixit)
Mettendo piede alla biblioteca municipale, Hope lanciò un’occhiata diffidente al banco dei prestiti, dove due vecchie bibliotecarie classificavano delle schede. Secondo lei una civiltà che si preoccupava così tanto di archiviare era, e non c’era dubbio, una civiltà in declino.
(Nicolas Dickner, Apocalisse per principianti, Keller Editore, 2012, traduzione di Silvia Turato, p.67)
Beh, in tema di biblioteche non so se quanto afferma Hope Randall, la protagonista del romanzo di Nicolas Dickner, possa essere realmente condivisibile. D’altro canto è vero: una civiltà che manifesta una evidente compulsione archivistica non ha timore di poter dimenticare il passato, come potrebbe sembrare di primo acchito, ma ha soprattutto paura di affrontare il futuro. Paura di non saper fronteggiare ciò che il futuro le offrirà, così da rifugiarsi per istinto nell’adorazione conservatorista di ciò che è conosciuto e che è parte del passato, appunto.
Un segno evidente di debolezza, insomma. Accresciuto dal fatto poi che sovente, a furia di archiviare, si finisce per accantonare. Che è ancora peggio.
Di certe fobie contemporanee…
La fobia per furti ed effrazioni nelle case sta raggiungendo livelli assolutamente inopinati.
La scorsa notte un ladro è entrato a casa mia.
Appena me lo sono trovato di fronte ho urlato: “AL LADROO! AAAL LAAADROOOO!”.
Quello s’è messo a strillare “Dove? DOOVEEE?” ed è fuggito via, terrorizzato!
La polizia l’ha rintracciato e arrestato, fuori dal suo covo. Non riusciva a entrarci e nascondersi, per lo spavento preso non ricordava più il codice di sblocco del proprio antifurto…
Ma in che razza di mondo viviamo?