Visitando “Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi” a Milano

Scrivere qualcosa che non sia stato già scritto su Walter Bonatti – forse l’ultimo autentico mito italiano moderno/ contemporaneo, e intendo col termine “mito” un personaggio che ha saputo andare oltre le proprie doti e la fama relativa per diventare icona dell’immaginario collettivo e simbolo di sogni e aspirazioni ben al di là dell’ordinario quotidiano – è probabilmente più difficile che ripetere una delle sue vie alpinistiche più celebrate. D’altro canto, certi personaggi diventano “grandi” ovvero – ancor più, appunto – miti popolari proprio perché la gente trova continuo interesse in essi, nella loro vita e nelle gesta compiute, e relativi motivi di discussione, riflessione, ammirazione, anche quando tali dissertazioni siano condotte su eventi che chiunque ormai conosce in modo abbastanza determinato.
1.Isola-di-Pasqua-Cile.-Novembre-1969-e14153794995311Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi, la mostra in corso presso il Palazzo della Ragione di Milano, è indubbiamente un’ulteriore e notevole fonte di dissertazioni sulla figura del grande alpinista lombardo. Innanzitutto, le splendide immagini esposte rivelano che, ai titoli leggendari di alpinista ed esploratore che Bonatti si porta appresso, si debba assolutamente aggiungere quello di fotografo: non solo le foto sono spettacolari, ma sovente in esse si ritrova un gusto estetico e una sensibilità verso la composizione di matrice artistica che ci si aspetterebbe soltanto da grandi professionisti dell’immagine – da gente, insomma, che ha studiato a lungo fotografia e che di conseguenza è profumatamente pagata per quanto realizzato. Bonatti, si sa, realizzò i suoi reportage fotografici quali corollari dei viaggi d’esplorazione, a loro volta questi affrontati sulla scia delle letture dei grandi autori letterari che egli elesse a modello fin dalla gioventù: Salgari, Melville, London, Stevenson e alcuni altri. Bonatti stesso dichiarò più volte che le sue esplorazioni nascevano anche (a volte soprattutto) dal desiderio di andare a constatare di persona quanto di vero, o di verosimile, vi fosse in quei suggestivi romanzi d’avventura, dunque le fotografie da essi ricavate sarebbero quasi da considerare elemento non fondamentale dei numerosi viaggi: testimonianza necessaria anche per ragioni “funzionali” al contratto in essere con il settimanale Epoca, che gli pubblicava i reportage, ma non “lo” scopo del viaggio, almeno a livello personale. E probabilmente così era ma, lo ribadisco, la bellezza e il valore artistico che Bonatti seppe ottenere dalle sue immagini lasciano quasi stupefatti, e dimostrano di nuovo la grandezza di un uomo che seppe veramente realizzare i propri più grandi sogni e di farlo in senso assoluto, oltre che attestare la grande sensibilità che sapeva riporre in ogni propria avventura: altra dote tipica, d’altro canto, solo delle persone più grandi – e qui lo intendo anche e soprattutto dal punto di vista umano.
A proposito di umano, di uomo ovvero appartenente al genere umano quale Bonatti era, come tutti noi: trovo che un’altra cosa molto bella e importante che si può ricavare dalla mostra milanese sia il particolare rapporto che Bonatti ha ricercato e (ri)trovato con la Natura. Conscio che l’armonia più autentica e profonda con il mondo naturale fosse (e sia ancor più oggi) qualcosa di ormai dimenticato o perduto per l’uomo moderno, credo che si possa intravedere nelle immagini di Bonatti il tentativo – riuscito, senza dubbio – di staccarsi il più possibile dal proprio genere di appartenenza, per così dire, o forse di elevarsi sopra di esso ovvero di togliersi di dosso tutte quelle convenzioni sociali e quei meccanismi mentali, ideologici, comportamentali e antropologici contemporanei in genere per ritrovare, appunto, la capacità di sentirsi – anzi, di essere realmente parte della Natura, creatura vivente tra mille altre creature viventi relazionanti e interattive con ogni elemento naturale e in grado di “conversare” con essi, di ricevere informazioni, di risintonizzarsi sulla stessa frequenza vitale. Non è qualcosa di assimilabile all’attuale atteggiamento ecologista-ambientalista, non c’entra nulla con questo, ovvero non con la sua accezione odierna più abusata: è qualcosa di infinitamente più ancestrale, profondo, articolato. Bonatti ha saputo tornare alla Natura ma non da animale sottomesso ad essa e non da umano dominatore di essa, ma in base a un rapporto del tutto paritetico e vitale, dal momento che la vita è comunque un elemento che non può essere alto o basso, possente o debole, inferiore o superiore, più importante o meno di altra vita: è una, e nella sua essenza fondamentale è uguale per tutti. Che poi essa si sviluppi in infinite forme è altro discorso, ma il senso di essa è comune per qualsiasi entità che, sul pianeta, si possa definire vivente.

Quello che Bonatti ci mostra con le sue immagini è un equilibrio vitale alla massima potenza, un altro, ennesimo esempio di grandezza umana (appunto da intendersi ora nella suddetta accezione ampliata e riarmonizzata col mondo d’intorno) quanto mai illuminante e ispirante, oggi ancor più degli anni in cui Bonatti compì le proprie imprese esplorative. E’ la testimonianza di uomo che ha vissuto come raramente altri hanno fatto la propria vita, in modo profondo, autentico e sempre leale, con sé stesso e con il mondo, divenendo un vero e proprio mito, come ho affermato fin da subito. Oppure, se vogliano essere più pratici ma ugualmente oggettivi, un maestro di vita – quando poi ci fu pure chi se ne andava in giro per il mondo su un furgone con scritto sul copriruota “Bonatti is God”, come il grande alpinista americano Steve House
Bellissima mostra, imperdibile direi, e non solo per chi ha seguito Bonatti nelle sue imprese “solite”, alpinistiche o esplorative. E altrettanto bello è stato constatare il grande affollamento di visitatori, pure con coda all’ingresso del Palazzo della Ragione: prova ulteriore che i miti sono sempre tra noi, e sempre è bello (re)incontrarli ad ogni occasione utile. Chissà poi quanto sarebbe stata contenta la “sua” Rossana, di vedere così tanta gente venuta a omaggiare il “suo” Walter…

Edward Abbey, “I sabotatori”

cop_i-sabotatoriOk, è scientificamente provato che la razza umana, dopo aver ingannato chiunque capovolgendo la classifica che la metteva all’ultimo posto tra quelle viventi sulla Terra in quanto a intelligenza e con ciò arrogandosi il diritto di comandare su tutto e su tutti, sta distruggendo il pianeta sul quale vive. Dunque, che fare? Discutere con i personaggi fautori di questa distruzione? Come parlare ad un muro. Cercare con azioni politiche di fermare lo scempio? Propugnabile, se non fosse che molto spesso i politici si fanno corrompere da quelli. Quindi?
Beh, un altro sistema ci sarebbe ma non si può dire, pena l’accusa certa di sovversione, dunque piuttosto che dirlo meglio scriverlo: forse ha pensato questo Edward Abbey quando mise per iscritto il testo de I sabotatori (Meridiano Zero, 2001, traduzione di Stefano Viviani, prefazione di Franco La Polla; orig, The Monkey Wrench gang, 1975), romanzo che potrebbe pure passare per manuale d’azione, per così dire, sulla questione; e non sto affatto esagerando, visto come questo testo, e l’influenza intellettuale di Abbey stesso, almeno in parte, effettivamente influenzò alcuni movimenti piuttosto oltranzisti dell’ambiente ecologista angloamericano, Earth Firts! in primis.
Appunto, ecologia, difesa dell’ambiente “attiva”. I sabotatori – anche il titolo è fin da subito programmatico – è la storia di una piccola e raffazzonata banda di “ecologisti radicali” la quale un bel giorno decide che l’uomo lì intorno alle loro terre sta veramente esagerando con la sua totalitaria antropizzazione, cancellando la bellezza e l’anima di un territorio tra i più selvaggi e incontaminati di tutta l’America…
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Leggete la recensione completa de I sabotatori cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Le “Regole”: la gestione del paesaggio a regola d’arte

Il paesaggio è un elemento culturale, dunque la sua salvaguardia rappresenta pienamente un’azione culturale: sostengo ciò ad ogni buona occasione, qui e altrove, e non mi stancherò mai di farlo.
Posto ciò, resto sempre assolutamente incantato nonché stupito – nel bene e nel male – ogni qualvolta abbia modo di constatare cosa fossero (e in parte cosa sono tutt’oggi) le Regole, il sistema di gestione autonomo della proprietà rurale collettiva diffuso nelle zone dolomitiche di Veneto, Trentino e Friuli (nonché in minima parte, ovvero con forme parzialmente assimilabili, in altre zone delle Alpi).
Fin dal XIII secolo, quando le prime Regole nacquero, hanno permesso un’ottimale amministrazione collettiva di quasi tutto il patrimonio agro-silvo-pastorale di proprietà comune delle famiglie originarie e destinato sia al godimento diretto sia al finanziamento delle opere di pubblica utilità, il tutto caratterizzato da inalienabilità e da indivisibilità. Non solo, ma anche grazie a queste ultime peculiarità citate, le Regole hanno permesso l’ideale conservazione delle caratteristiche del territorio, con indubbi vantaggi dal punto di vista ecologico oltre che, ovviamente, paesaggistico.

masi-la-valTale regime tradizionale non era esente da pecche – come, ad esempio in alcune (ma non in tutte), il divieto per le donne di partecipare alla gestione di esse nonché alla trasmissione dei diritti regolieri, prescrizione eliminata solo in tempi recenti – tuttavia, nella pratica, per secoli è stato uno dei migliori esempi sulle Alpi di rapporto armonico tra la Natura e le attività antropiche sussistenti in essa, al punto che i regolieri ancora oggi – ove le Regole conservino una qualche valenza giuridica – difendono la loro autonomia dall’amministrazione pubblica di matrice statale, che più volte ha manifestato la tendenza a cercare di assimilare queste terre comuni a quelle di un demanio comunale: a ciò i regolieri hanno tenacemente opposto il principio che invece la Regola si tratti di una proprietà privata esclusiva degli abitanti originari.

1885___SourceUna sorta di antico senso civico rurale a salvaguardia di un territorio inalienabile e indivisibile, il tutto difeso da un forte reclamo di autonomia – se non autodeterminazione – e libertà consapevole, come quella di chi vive e conosce un paesaggio da secoli. Una cosa stupefacente, appunto, nel bene – per i mirabili risultati ottenuti e da tutti visibili – e nel male, per tutte le innumerevoli volte nelle quali viceversa si può constatare come il paesaggio naturale, messo invece nelle mani di amministratori incompetenti, incapaci, menefreghisti, truffaldini quando non criminali, venga puntualmente distrutto, sia nelle sue forme naturali che nella sua essenza culturale e antropologica, con i risultati che poi abbiamo di fronte sempre più frequentemente: sfruttamenti impropri e rovinosi delle risorse naturali, scempi ambientali, dissesti idrogeologici, frane e alluvioni, eccetera eccetera eccetera.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAEppure, di metodi, sistemi, principi e idee per fare bene qualcosa, soprattutto se qualcosa di interesse collettivo, e dunque dai vantaggi dei quali tutti possiamo/potremmo usufruire, la storia antica e recente, ma pure la realtà contemporanea, ne offre a iosa. Basta (ri)prenderli e (ri)metterli in pratica: una cosa estremamente semplice e lampante. Probabilmente troppo, per chi invece mira ad ottenere tornaconti personali o lobbistici cercando di tenere nascosto il tutto. In fondo, la cultura diffusa in una società si soffoca anche così: corrompendo e/o eliminando gli elementi primari e alla portata di tutti che la possono agevolare – anche perché, poi, serve almeno un poco di cultura per comprendere che è in atto un tale scellerato meccanismo… Sarebbe finalmente il caso di capirlo, una volta per tutte!

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Urbanistica inurbana. Come anche piccoli gesti di grande ignoranza distruggono il nostro paesaggio.

Il paesaggio è cultura – non lo scopro certo io – dunque la cura del paesaggio, in senso naturalistico, ecologico, architettonico, urbanistico quindi estetico, è una pratica culturale, e delle più importanti. Ed è una di quelle che, più che una particolare preparazione accademica – necessaria, senza dubbio – abbisogna di intelligenza e buon senso. Senso civico, e non solo.
Posto ciò, ogni volta che ho l’occasione di osservare il territorio antropizzato dall’alto – da un aereo, ma pure dalla vetta di un monte – resto ogni volta puntualmente basito di quanto disordine urbanistico i nostri territori edificati dimostrino. E’ evidente che da molto tempo a questa parte chi è stato responsabile della pianificazione urbanistica – di qualsiasi amministrazione pubblica facesse parte – ha lavorato ad cazzum (scusate l’aulico latinismo!), ignorando totalmente qualsiasi ordine non solo estetico e, non posso che pensare, distribuendo licenze edilizie senza alcuna attenzione a cosa queste comportassero poi, in tema di modificazione del territorio. Un’ignoranza che, peraltro, è tale anche verso quella cura che invece da secoli l’uomo ha dovuto e voluto conseguire con l’ambiente nel quale viveva, assolutamente conscio che da questa cura potesse generarsi una parte importante del suo benessere (in senso civico e sociale, ovviamente più che in senso economico – ma anche sotto questo aspetto, a ben vedere!) quotidiano.
Così ora buona parte del nostro territorio antropizzato offre la visione di case e palazzi vari sparsi a casaccio, sovente intramezzati da edifici ad uso industriale e da strade dal senso viabilistico piuttosto oscuro: un guazzabuglio totale, che appunto regala poi la vivida impressione di un territorio sotto molti aspetti entropico, privo (privato) di bellezza paesaggistica, lasciato ad uno sbando urbanistico i cui effetti si protraggono inevitabilmente per lungo tempo. Senza contare la scarsissima attenzione verso l’estetica architettonica di molti edifici e la loro armonia con quanto hanno intorno, di naturale e di antropico.
Ma voglio far capire in modo ancor più evidente quanto sto sostenendo. Due immagini, di seguito, tratte da Google Maps, scelte in modo vieppiù casuale – anche se ho voluto cercare zone a me piuttosto conosciute, dunque fate conto che siamo sul territorio lombardo. Ad esse ho voluto aggiungere alcune linee rosse al fine di evidenziare la struttura urbanistica applicata a tali zone antropizzate e rivelarne l’armonia o la disarmonia.
Una zona agricola:
Senza nome-True Color-04Visibilmente regolare e armoniosa, nella sua struttura, con rarissime eccezioni.
Ora una zona cittadina:
Senza nome-True Color-05Altrettanto visibilmente disordinata e priva di alcun criterio, con rarissime eccezioni. Peraltro, si può tranquillamente trovare di peggio, in giro per l’Italia.
E non mi si venga a dire che in un caso c’è spazio mentre nell’altro manca, o altro del genere. Balle! Non è una questione di sussistenza di spazio disponibile, ma di sfruttamento virtuoso o meno – ovvero basato sull’intelligenza e sul buon senso, appunto – di esso. Poi certo, il terreno regolare è più facilmente lavorabile, senza dubbio: ma perché, l’impianto cittadino regolare non sarebbe a sua volta meglio gestibile, sia a livello architettonico che urbanistico? Domanda retorica, ovvio.
Ora, giusto per farvi capire come, ahinoi, questa deleteria incuria urbanistica sia un male (uno dei tanti…) alquanto italiano, ecco un altro estratto da Google Maps: in questo caso si tratta di una città nordeuropea – una città che conosco piuttosto bene, e che a sua volta non ha certo così tanto spazio da sfruttare, anzi, la città italiana sopra mostrata ne ha ben di più.
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Inutile commentare, credo.

Bene, direi che non c’è molto altro da aggiungere. Anzi no: voglio aggiungere qualche dato (lo traggo dal sito di Legambiente), riguardante la stessa Lombardia, che fa ancora meglio capire una delle conseguenze peggiori di quanto sopra esposto. Nell’Hinterland nord di Milano, quello più densamente sfruttato e che fa capo alla città di Monza, il 53,2% dei 40.000 ettari si cui si estende il territorio è urbanizzato: in otto anni, ovvero dal 1999 al 2007, la Brianza ha edificato 1.310 ettari e ha consumato 1.447 ettari agricoli, pari a una superficie di 2,4 volte quella del Parco Nord Milano. A livello regionale complessivo, negli ultimi anni il suolo è stato consumato al ritmo di 140.000 metri quadrati (l’equivalente di circa 20 campi di calcio) al giorno, per un totale di quasi 5.000 ettari l’anno coperti da cemento ed asfalto, distrutti dall’edilizia residenziale e commerciale, da strade, impianti industriali, centri commerciali e capannoni. Tutti sparsi sul territorio in maniera sregolata, illogica, senza nessun criterio, nessuna intelligenza, nessuna umanità.
Non serve affermare che una pianificazione urbanistica assennata e armoniosamente legata al territorio su cui agisce ridurrebbe e di molto tale cementificazione, quando invece la scriteriata confusione da decenni divenuta “norma” l’ha aumentata ben oltre il necessario.

Che dalle nostre italiche parti in politica – anche a livello locale purtroppo – ci vadano molto spesso degli incompetenti, è cosa ormai assodata. Che tali incompetenti trovino pure campo libero per palesare in modo assoluto quanto lo siano (tra altri idioti pubblici, interessi personali, favori ad amici e parenti, raccomandazioni, mazzette…) è altrettanto e drammaticamente appurato. Insomma, sia quel che sia, ora ci ritroviamo un territorio, attorno a noi, molto spesso deturpato e imbruttito oltre ogni limite.
Forse, e una volta per tutte, dovrebbe essere molto meno assodato che noi cittadini – noi che votiamo quegli incompetenti per poi subirne l’incompetenza – lasciassimo rovinare il nostro paesaggio, le nostre città e i nostri paesi in questo modo così tragico.

“Bestia” a chi?

Nei giorni scorsi ho letto un intervento di Mauro Corona sulla vicenda dell’orsa Daniza, nel quale lo scrittore imputava quanto accaduto alla palese incapacità dell’uomo di convivere con la Natura e di conoscerla per imparare a rispettarla. Le sue parole, e la riflessione sul rapporto tra noi umani – esseri più intelligenti e dominanti del pianeta per autoproclamazione, più che per meritorietà evolutiva – e gli animali, mi ha fatto tornare in mente un’avventura vissuta parecchio tempo addietro – almeno un quindici anni fa, diciamo – della quale scartabellando tra hard disk e vecchie cartelle di files ho ritrovato quanto allora mi venne da scriverne…

billy-the-goat300Quella volta me ne andai sulle montagne al confine con la Svizzera per salire una cima di oltre tremila metri, naturalmente da solo – naturalmente per me, che ritengo la montagna come ideale ambiente per la contemplazione, un’arte da perseguire senza troppi disturbi intorno. Rido, per quell’esperienza assolutamente buffa ma anche emblematica, che mi portò molto vicino alla vetta ma a circa cento metri dalla stessa dovetti tornare indietro per il sopraggiungere di neri e minacciosi nuvoloni da temporale estivo – era fine Luglio – e si sa quanto possa essere nefasto un temporale estivo a oltre tremila metri, e come la calura di fine Luglio possa in breve trasformarsi nel gelo himalayano di una tempesta di neve fuori stagione. Comunque, per fortuna, non arrivò niente del genere, e scelsi di scendere per una via che non conoscevo, se non per averla letta su una guida e immaginata in qualche modo nella mia fervida mente. Bene, insegnamento numero uno, che trassi da quel giorno in montagna: non è detto che una guida, in quanto tale, dica la verità. Stando ad essa ci doveva essere, in quel vallone, un sentiero che era poco meno che una tangenziale, largo, comodo e agevole: se c’era, doveva essere evidentemente invisibile, o forse era sommerso da uno strato colossale di giganteschi massi da disgelo, sui quali dovetti saltare qua e là e scalarli e discenderli facendo attenzione a non finirci dentro – tra due degli stessi, voglio dire. Comunque il bello doveva ancora venire, un poco più a valle, e il bello in questione era un bel gregge di almeno duecento capre di montagna, dalle corna assai lunghe e dal pizzetto ben appuntito, che vistomi discendere in maniera molto istintiva su quelle praterie d’alta quota, presero a corrermi incontro, tanto che io mi sentii improvvisamente il bersaglio vivente di una mandria di rinoceronti a digiuno da tre mesi finalmente felici di provare su una creatura vivente l’effettiva acuminatezza delle punte delle proprie belle cornone! Apriti cielo – e discendi elicottero a salvarmi, che non venne in realtà – presi a correre con già nella testa il terrore per la visione di un fondoschiena preso a cornate da quelle terrificanti caprone d’alta montagna, forti della loro misantropia nei confronti della società e soprattutto della componente misos, odio, e quindi nemiche giurate dell’uomo in quanto sporco invasore del loro territorio inviolabile. E corri, e corri, veloce su un terreno accidentato sul quale neanche un carrarmato supererebbe in velocità una lumaca, e loro dietro con la scaltrezza dell’abitudine di movimento su un pendio talmente dissestato.
E ora che faccio? – dico io, sconvolto anche dal fatto che il dover scappare lontano dalle capre poteva comportare il pericolo di perdere definitivamente anche il più piccolo scampolo di sentiero per il rientro a valle, nonché il ritrovarmi sul bordo di un precipizio alto solo quel due, o tre, o quattrocento metri…
Ogni tanto mi rigiravo dietro, per controllare il movimento di quell’accozzaglia apparentemente disordinata di quadrupedi ruminanti cornuti d’alta quota, e ne vedevo sempre davanti uno, che dedussi fosse il “capo” del branco, anche dal fatto che le sue corna erano smisuratamente grosse e lunghe, ben più di quelle di tutti gli altri esemplari: non mi distoglieva lo sguardo di dosso, e i miei occhi si incrociavano sovente nei suoi, azzurri e inopinatamente (almeno nella sensazione da essi fornita) umani.
Correvo già da sei o sette minuti, e le quattro e passa ore precedenti di cammino sostenuto cominciavano a farsi sentire nelle gambe e nei polmoni, tant’è che mi dissi d’improvviso: beh, Davide sconfisse Golia, chè io Davide non potrei sconfiggere duecento Golia cornuti? No che non potevo! – domanda idiota. E corsi (scappai) ancora più veloce.
Tuttavia a quel punto ero proprio scoppiato, e per di più stavo perdendo i riferimenti del panorama che mi potevano consentire di ritrovare il sentiero smarrito. Giunsi su un sassone, ci saltai sopra e mi voltai di scatto, rivolgendomi al caprone-capo (per… ovvio diritto gerarchico, ecco) come mi sarei rivolto ad una ipotetica moglie che m’ha fatto le corna cento volte e poi vorrebbe ancora aver ragione.
«COSA C***O VUOOOIIIIIII?!?!?!?» gridai al cornutone con la voce roca e affaticata dopo siffatto correre in alta quota; lui, manco m’avesse compreso, si bloccò, guardandomi con quegli occhi azzurri e penetranti. Di colpo, come per un comando inudibile, tutte le altre capre, obbedienti come mai umano saprebbe essere in maniera così automatica, si bloccarono, e lo scampanellare disordinato dei loro collari si trasformò di colpo in un totale silenzio da duello nel selvaggio West.
Ora, datemi del pazzo, dell’esaltato o dell’allucinato, ma lì, da quell’attimo in poi, in quello sguardo incrociato tra due mondi, due regni naturali, due tipi terrestri ma tra di loro extraterrestri, capii una volta di più che spesso l’uomo ritiene la bestia bestia e sbaglia, di grosso pure, se non altro a non ritenere anche lo stesso del contrario. Capii che probabilmente quel caprone di montagna e le sue sodali cornute non erano assolutamente ostili, ed anzi, in quegli attimi nei quali ci confrontavamo nella più soave quiete che solo un vallone isolato dalla civiltà può donare, forse volevano solo darmi il “benvenuto” tra loro, se così posso dire. Capii che spesso, o forse sempre, la mente umana distorce le cose nella maniera più consona all’interesse di una sola parte e di quel solo momento, ed offre visioni della realtà private della capacità di valutazione anche dell’essenza vera di quella stessa realtà. E se io pensai erroneamente a quelle capre come a creature ostili ed in cerca di attaccabrigaggio, ora cerco d’immaginare a cosa pensavano loro per il caso contrario, con la loro mente animale certo più pura e libera dai condizionamenti deviati di una società profondamente corrotta come quella umana, e a cosa penserebbero se si trovassero per gran caso e sfortuna nel bel mezzo di una città moderna e socialmente “avanzata” come quelle in cui viviamo senza batter ciglio o quasi, tra auto puzzolenti, inquinamento capillare, maleducazione varia e assortita e comportamenti umani peggio che animaleschi…
Fatto sta che come ho detto si bloccò, quel gregge, restò qualche attimo fermo, poi si spostò un poco più a monte – sempre col caprone-capo in testa: così, mi diede modo di continuare verso valle, imboccando un canale che scendeva in modo piuttosto agevole. Mi fecero passare, insomma. O almeno io sono convinto che sia così, e nulla mi può far pensare altrimenti, anche se la cosa può ben apparire casuale e illogica.
Mi diedero una gran lezione di vita, già, quelle capre lassù nel vallone sperduto tra i monti di confine col loro bearsi di una condizione vitale ancora autenticamente naturale, ben diversa da quella arrogantemente semi-divina ma in realtà decadente alla massima potenza della razza di cui un rappresentante (io), fortunatamente dissociato da essa, spero (spero…), avevano di fronte: la loro condizione etologicamente isolata le aveva purificate da qualsiasi istinto violento e rabbioso, e non vi era odio in loro se non per chi le avesse attaccate direttamente. Un tale istinto triviale, invece, faceva capolino in me nel mentre che da loro fuggivo: fortunatamente, la mia passione per la Natura e gli ambienti selvaggi mi impedì di far decadere l’impulso logico di autodifesa verso la becera violenza, per alzare un bastone da terra, o un sasso, e scagliarlo contro quel bestione dagli occhi profondi e immensamente più umani di un umano qualsiasi. Per di più, avrei sicuramente scatenato la sua reazione difensiva, certo più giustificata della mia e assai più dolorosa, immagino… Egli, il caprone selvatico, saggiamente non-umanizzato ovvero non corrotto dall’uomo e dalle sue usanze, mi spiegò, senza parole, che la realtà effettiva delle cose non sempre è quella che i nostri occhi vedono, in quanto non è l’occhio che vede ma sempre è il cervello. Quando funziona, certo. (Ogni riferimento all’uomo moderno è puramente voluto).