“Bestia” a chi?

Nei giorni scorsi ho letto un intervento di Mauro Corona sulla vicenda dell’orsa Daniza, nel quale lo scrittore imputava quanto accaduto alla palese incapacità dell’uomo di convivere con la Natura e di conoscerla per imparare a rispettarla. Le sue parole, e la riflessione sul rapporto tra noi umani – esseri più intelligenti e dominanti del pianeta per autoproclamazione, più che per meritorietà evolutiva – e gli animali, mi ha fatto tornare in mente un’avventura vissuta parecchio tempo addietro – almeno un quindici anni fa, diciamo – della quale scartabellando tra hard disk e vecchie cartelle di files ho ritrovato quanto allora mi venne da scriverne…

billy-the-goat300Quella volta me ne andai sulle montagne al confine con la Svizzera per salire una cima di oltre tremila metri, naturalmente da solo – naturalmente per me, che ritengo la montagna come ideale ambiente per la contemplazione, un’arte da perseguire senza troppi disturbi intorno. Rido, per quell’esperienza assolutamente buffa ma anche emblematica, che mi portò molto vicino alla vetta ma a circa cento metri dalla stessa dovetti tornare indietro per il sopraggiungere di neri e minacciosi nuvoloni da temporale estivo – era fine Luglio – e si sa quanto possa essere nefasto un temporale estivo a oltre tremila metri, e come la calura di fine Luglio possa in breve trasformarsi nel gelo himalayano di una tempesta di neve fuori stagione. Comunque, per fortuna, non arrivò niente del genere, e scelsi di scendere per una via che non conoscevo, se non per averla letta su una guida e immaginata in qualche modo nella mia fervida mente. Bene, insegnamento numero uno, che trassi da quel giorno in montagna: non è detto che una guida, in quanto tale, dica la verità. Stando ad essa ci doveva essere, in quel vallone, un sentiero che era poco meno che una tangenziale, largo, comodo e agevole: se c’era, doveva essere evidentemente invisibile, o forse era sommerso da uno strato colossale di giganteschi massi da disgelo, sui quali dovetti saltare qua e là e scalarli e discenderli facendo attenzione a non finirci dentro – tra due degli stessi, voglio dire. Comunque il bello doveva ancora venire, un poco più a valle, e il bello in questione era un bel gregge di almeno duecento capre di montagna, dalle corna assai lunghe e dal pizzetto ben appuntito, che vistomi discendere in maniera molto istintiva su quelle praterie d’alta quota, presero a corrermi incontro, tanto che io mi sentii improvvisamente il bersaglio vivente di una mandria di rinoceronti a digiuno da tre mesi finalmente felici di provare su una creatura vivente l’effettiva acuminatezza delle punte delle proprie belle cornone! Apriti cielo – e discendi elicottero a salvarmi, che non venne in realtà – presi a correre con già nella testa il terrore per la visione di un fondoschiena preso a cornate da quelle terrificanti caprone d’alta montagna, forti della loro misantropia nei confronti della società e soprattutto della componente misos, odio, e quindi nemiche giurate dell’uomo in quanto sporco invasore del loro territorio inviolabile. E corri, e corri, veloce su un terreno accidentato sul quale neanche un carrarmato supererebbe in velocità una lumaca, e loro dietro con la scaltrezza dell’abitudine di movimento su un pendio talmente dissestato.
E ora che faccio? – dico io, sconvolto anche dal fatto che il dover scappare lontano dalle capre poteva comportare il pericolo di perdere definitivamente anche il più piccolo scampolo di sentiero per il rientro a valle, nonché il ritrovarmi sul bordo di un precipizio alto solo quel due, o tre, o quattrocento metri…
Ogni tanto mi rigiravo dietro, per controllare il movimento di quell’accozzaglia apparentemente disordinata di quadrupedi ruminanti cornuti d’alta quota, e ne vedevo sempre davanti uno, che dedussi fosse il “capo” del branco, anche dal fatto che le sue corna erano smisuratamente grosse e lunghe, ben più di quelle di tutti gli altri esemplari: non mi distoglieva lo sguardo di dosso, e i miei occhi si incrociavano sovente nei suoi, azzurri e inopinatamente (almeno nella sensazione da essi fornita) umani.
Correvo già da sei o sette minuti, e le quattro e passa ore precedenti di cammino sostenuto cominciavano a farsi sentire nelle gambe e nei polmoni, tant’è che mi dissi d’improvviso: beh, Davide sconfisse Golia, chè io Davide non potrei sconfiggere duecento Golia cornuti? No che non potevo! – domanda idiota. E corsi (scappai) ancora più veloce.
Tuttavia a quel punto ero proprio scoppiato, e per di più stavo perdendo i riferimenti del panorama che mi potevano consentire di ritrovare il sentiero smarrito. Giunsi su un sassone, ci saltai sopra e mi voltai di scatto, rivolgendomi al caprone-capo (per… ovvio diritto gerarchico, ecco) come mi sarei rivolto ad una ipotetica moglie che m’ha fatto le corna cento volte e poi vorrebbe ancora aver ragione.
«COSA C***O VUOOOIIIIIII?!?!?!?» gridai al cornutone con la voce roca e affaticata dopo siffatto correre in alta quota; lui, manco m’avesse compreso, si bloccò, guardandomi con quegli occhi azzurri e penetranti. Di colpo, come per un comando inudibile, tutte le altre capre, obbedienti come mai umano saprebbe essere in maniera così automatica, si bloccarono, e lo scampanellare disordinato dei loro collari si trasformò di colpo in un totale silenzio da duello nel selvaggio West.
Ora, datemi del pazzo, dell’esaltato o dell’allucinato, ma lì, da quell’attimo in poi, in quello sguardo incrociato tra due mondi, due regni naturali, due tipi terrestri ma tra di loro extraterrestri, capii una volta di più che spesso l’uomo ritiene la bestia bestia e sbaglia, di grosso pure, se non altro a non ritenere anche lo stesso del contrario. Capii che probabilmente quel caprone di montagna e le sue sodali cornute non erano assolutamente ostili, ed anzi, in quegli attimi nei quali ci confrontavamo nella più soave quiete che solo un vallone isolato dalla civiltà può donare, forse volevano solo darmi il “benvenuto” tra loro, se così posso dire. Capii che spesso, o forse sempre, la mente umana distorce le cose nella maniera più consona all’interesse di una sola parte e di quel solo momento, ed offre visioni della realtà private della capacità di valutazione anche dell’essenza vera di quella stessa realtà. E se io pensai erroneamente a quelle capre come a creature ostili ed in cerca di attaccabrigaggio, ora cerco d’immaginare a cosa pensavano loro per il caso contrario, con la loro mente animale certo più pura e libera dai condizionamenti deviati di una società profondamente corrotta come quella umana, e a cosa penserebbero se si trovassero per gran caso e sfortuna nel bel mezzo di una città moderna e socialmente “avanzata” come quelle in cui viviamo senza batter ciglio o quasi, tra auto puzzolenti, inquinamento capillare, maleducazione varia e assortita e comportamenti umani peggio che animaleschi…
Fatto sta che come ho detto si bloccò, quel gregge, restò qualche attimo fermo, poi si spostò un poco più a monte – sempre col caprone-capo in testa: così, mi diede modo di continuare verso valle, imboccando un canale che scendeva in modo piuttosto agevole. Mi fecero passare, insomma. O almeno io sono convinto che sia così, e nulla mi può far pensare altrimenti, anche se la cosa può ben apparire casuale e illogica.
Mi diedero una gran lezione di vita, già, quelle capre lassù nel vallone sperduto tra i monti di confine col loro bearsi di una condizione vitale ancora autenticamente naturale, ben diversa da quella arrogantemente semi-divina ma in realtà decadente alla massima potenza della razza di cui un rappresentante (io), fortunatamente dissociato da essa, spero (spero…), avevano di fronte: la loro condizione etologicamente isolata le aveva purificate da qualsiasi istinto violento e rabbioso, e non vi era odio in loro se non per chi le avesse attaccate direttamente. Un tale istinto triviale, invece, faceva capolino in me nel mentre che da loro fuggivo: fortunatamente, la mia passione per la Natura e gli ambienti selvaggi mi impedì di far decadere l’impulso logico di autodifesa verso la becera violenza, per alzare un bastone da terra, o un sasso, e scagliarlo contro quel bestione dagli occhi profondi e immensamente più umani di un umano qualsiasi. Per di più, avrei sicuramente scatenato la sua reazione difensiva, certo più giustificata della mia e assai più dolorosa, immagino… Egli, il caprone selvatico, saggiamente non-umanizzato ovvero non corrotto dall’uomo e dalle sue usanze, mi spiegò, senza parole, che la realtà effettiva delle cose non sempre è quella che i nostri occhi vedono, in quanto non è l’occhio che vede ma sempre è il cervello. Quando funziona, certo. (Ogni riferimento all’uomo moderno è puramente voluto).

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15 pensieri riguardo ““Bestia” a chi?”

    1. Buongiorno Luca, di primo acchito ti dico che ti è andata bene!o forse la tua voce è talmente potente che ha spaventato l’animale. La questione tutela e rispetto degli animali è molto delicata e sta a cuore anche a me, ma c’è un ma….spesso succede quel che è successo alla bimba diFiano Romano di tre anni sbranata dal suo cane un pastore tedesco. Che però dicono (il nonno) aveva già dato segni strani di squilibrio,tant’è che avevano deciso di portarlo in un canile. Occorre comunque prudenza e attenzione verso gli animali, bisogna saper leggere i segnali che mandano prima che sia troppo tardi. Un cane di grossa taglia o un orso non sono criceti che corrono sulla ruota e come animali grandi, da rispettare vanno trattati. Per non incorrere poi in uccisioni inutili. Il tuo racconto in ogni casa mi ha emozionata anche stavolta! Buona mattinata, Fabiana.

      1. Buongiorno, Fabiana!
        Hai ragione, non dovremmo mai dimenticarci che abbiamo di fronte un animale, non un uomo, ergo un essere che ha differenti comportamenti rispetto ai nostri, a fronte di simili situazioni. Sinceramente non credo a che gli animali siano malvagi per natura, tuttavia hanno certamente un istinto di sopravvivenza ben più spiccato del nostro, e che manifestano in occasioni che noi invece – dal nostro punto di vista di umani, come detto – crederemmo del tutto normali e tranquille. Insomma, è quasi sempre una questione di “dialogo”; d’altro canto, nemmeno tra umani si riesce spesso a dialogare in modo… umano, appunto!
        Grazie delle tue osservazioni, Fabiana, e buona mattinata a te! 🙂

    2. Ah, se me lo dicevi allora cercavo di instaurare un rapporto più… cordiale, con quelle cornutone! Che veramente a volte, quando le incrocio sui monti, sembra che ti guardino e stiano per dirti qualcosa – anche se l’impressione è semmai che ti vogliano prendere in giro, visto quanto sono brave loro a muoversi sui più pericolosi bricchi e noi invece niente affatto! A meno che non si sia concorrenti del Rock Master – ma anche lì, se potessero partecipare, credo che le capre di montagna si difenderebbero bene!
      Ciaooo Aleeeeeeee!!! 😉 🙂

  1. Anch’io da montanara un po’ ti capisco. Tra gli animali che mi incuriosiscono di più in situazioni del genere ci sono però le mucche.
    Grandi, grosse (ogni volta che le rivedo mi sembrano più grosse della volta precedente) e con quel fare di calma assoluta in tua presenza, quasi tu fossi un errore della montagna – un errore del tutto naturale, magari in buona fede, eh – da ignorare completamente. Secondo me pensano qualcosa del tipo “via, che magari se non la guardo questa scimmia senza peli sparisce dalla circolazione”.
    …e poi quando muggiscono con quella carica innaturale, seppur ferme nella loro stasi… ha qualcosa di sublime. Ma non nel senso di bello, nel senso di sub limen!
    Bel post

    1. Care ragazze le mucche e gioviali giovanotti i vitelli! io quando abitavo in campagna, i miei genitori erano contadini, avevamo la stalle con mucche, vitelli, tori. Poi conigli, gatti, galline, maiali, tacchini, piccioni e anche per un certo periodo di tempo le oche! Quando si esprimevano in coro tutti insieme, in vista di un terremoto o temporale era un concerto di rumpori da assordarmi! Se poi, incazzato nero (anche di colore!) scappava il toro più grosso dalla stalla, per mio papà erano dolori! Corrergli dietro nei nostri campi non era semplice e aveva bisogno di altri due uomini in gamba! Che ricordi accidenti!

      1. Certo che tu, Fabiana, hai avuto una vita molto articolata e affascinante! Non a caso sei ciò che sei… 🙂
        Comunque, ti dirò (sto in tema anche se in modo un po’ differente): anch’io, se dovessi citare una delle cose più care della mia infanzia, potrei pure dire l’odore dei pascoli punteggiati da una miriade di mucche di quando andava in vacanza in montagna. Un’essenza che, al di là dall’essere qualcosa di “poco urbano”, come probabilmente la considererebbero molti, a me invece dava veramente l’impressione di essere dentro la Natura, dentro un mondo parallelo a quello solito ma sotto molti aspetti del tutto diverso. Senza contare che, insomma, mille volte quegli olezzi piuttosto che certe puzze cittadine e industriali!
        Insomma, anche i tuoi credo siano bei ricordi, nonostante i tori imbufaliti!!! 🙂

      2. Ciao dolce e caro Luca: come sono io? Non l’ho ancora capito, se mi dovessi definire ( non voglio metterti in imbarazzo..) come mi definiresti? Certo che ne ho viste e fatte di cose, non sarei a questo punto a raccontarvi tanto di me, non sarei riuscita a scrivere un pezzettino della mia vita. il resto sai e sapete dove si trova, ho vissuto tanto in modo quasi “obeso”, sono sazia di ricordi e sensazioni, ma le più belle devono ancora arrivare. Si dice così, vero? A breve, ripubblicherò “L’uccisione del maiale”, un altro rito sacro per i contadini e per noi bambini, Avveniva ai primi fiocchi di neve che si depositvano sulla mia aia, allora il papà andava in bicicletta a chiamare il norcino…..Il resto lo leggerai con calma, Un abbraccio.

      3. Mia cara Fabiana, forse ti deluderò ma non ti voglio definire. E non solo perché ti conosco poco e solo in modo virtuale, ma perché credo e temo che ogni definizione sia in realtà un recinto nel quale rischia di essere reclusa una persona e una personalità, uno spirito, un’essenza e una vita certamente non comprimibili in così poco spazio – e sai bene che le parole, quantunque possano essere belle e grandi, sono pure e inevitabilmente limitate e limitanti. In tutta sincerità, credo che ciò valga parecchio per una persona come te! 🙂
        L’uccisione del maiale, dici?! Mmm, roba forte, eh! La leggerò molto volentieri! 😉

    2. Grazie di cuore, Fed!
      E’ vero: le mucche, con quel loro modo tanto serafico di porsi, a volte sembrano creature ben più illuminate di quanto a prima vista appaiano. Probabilmente, come dici tu, più che ignorare noi umani ci studiano, osservandoci come lo potrebbe fare un filosofo teoretico, di quelli che dal nulla ti sanno dimostrare l’Universo intero, e arrivando a concepire su di noi cose fino al limite del concepibile: “sub limen”, appunto!
      Grazie ancora, Fed! 😉

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