Sono solo canzonette (brutte)

[L’edizione del Festival di Sanremo del 1957, senza dubbio migliore di quelle attuali. Fonte dell’immagine: Wikipedia.]
Con non poco sconcerto, devo capacitarmi del fatto che pure quest’anno c’è stato il Festival di Sanremo: me ne rendo conto ascoltando la radio e certi brani musicali che passano nelle ultime settimane e che i vari speaker identificano poi come “sanremesi”, appunto.

C’è di peggio, però. Ho pure sentito, su una di quelle radio, un tal critico ovvero giornalista musicale affermare che mai come quest’anno il Festival sarebbe stato rappresentativo della scena musicale italiana. Be’, io, ascoltando le varie canzoni, ho maturato la convinzione che mai come quest’anno i brani sanremesi – salvo solo un paio, forse – siano particolarmente brutti. Piatti, insulsi, raffazzonati, banali. Non che potessi pensare il contrario, sia chiaro, ma senza dubbio, se veramente questa è la realtà musicale italiana attuale, con assai meno sconcerto rimpiango Il babà è una cosa seria di Marisa Laurito, ecco!

Sound of Metal

Ho visto Sound of Metal, del 2019, diretto da Darius Marder.

È un film spiazzante, sotto molti punti di vista. Dotato d’una trama molto labile, gioca molta parte della propria espressività su due elementi fondamentali, correlati eppure antitetici: i numerosi primi piani di Steve, il protagonista principale (l’attore inglese Riz Ahmed, molto bravo), che permettono allo spettatore di cogliere con determinata intensità gli stati d’animo che le espressioni del suo volto manifestano via via che egli s’addentra, suo malgrado, nella sua nuova e inopinata condizione di sordo, e un sonoro veramente impressionante anche perché molto giocato sull’assenza dello stesso (soluzione apparentemente ovvia ma resa con molta intelligenza, anche in senso artistico) oppure sulla sua distorsione, come quella generata dall’apparecchio acustico con il quale il protagonista spera di eliminare la propria menomazione – e dal qual effetto acustico viene il senso principale del titolo del film, che gioca sul doppio senso iniziale riguardante la musica metal suonata dal protagonista (la quale poi, per inciso, non è esattamente metal ma più noise punk).

Ma, al proposito: di quale menomazione si tratta, in verità, quella manifestata dal protagonista del film? Solo di quella uditiva o anche di una sorta di menomazione psicologica ed emotiva, che lo porta a non accettare non tanto la disfunzione in sé quanto come essa, in qualità di evento improvviso e inopinato, gli trasforma la vita in maniera ineluttabile? È una sordità dell’animo, per così dire, quella descritta da Sound of Metal, che lo porta formalmente a rifiutare il prezioso aiuto fornito da una comunità di sordi nella quale Steve viene inviato per imparare a vivere al meglio la sua nuova condizione e a generare fiducia in sé e negli altri. Ed è, conseguentemente, un farsi sordo alla fiducia verso chi veramente può aiutarlo, ben più che gli specialisti che gli impiantano l’apparecchio acustico, nonché verso se stesso: tant’è che il finale del film – improvviso e spiazzante a sua volta – è in fondo un atto di “sovversione” e di rivalsa verso il fastidioso rumore che, più che provenire dal mondo esterno così come viene còlto dall’apparecchio acustico, si genera e rimbomba dentro l’animo del protagonista.

Un’opera veramente molto bella nella sua delicata tanto quanto intensa narrazione visiva, girata con tecniche da biopic le quali tuttavia non offrono e richiedono, come sovente invece accade, l’immedesimazione dello spettatore nel protagonista: lo sguardo della cinepresa resta obiettivo e distaccato, di stampo documentaristico ma al contempo sostenuto con notevole forza espressiva (ed emotiva) dal sonoro del film, che meriterebbe veramente l’Oscar al quale è stato candidato – una delle tante guadagnate, peraltro.

Da vedere, senza alcun dubbio.

 

Ultrasuoni #16: Gorilla Biscuits

Tra i miei imprescindibili “Dischi Plasmon” – ovvero quei dischi che ascoltavo in gioventù e che non solo mi sono rimasti nel cuore (e nelle orecchie) ma hanno in qualche modo contribuito a farmi diventare ciò che sono – c’è assolutamente Start Today, unico (cioè il solo prodotto) LP di una band unica (cioè peculiare) come i Gorilla Biscuits.
Aprivi la inner sleeve della cassetta, vinile o cd, e ti ritrovavi davanti, nelle foto a corredo (vedi sopra), cinque ragazzotti che più ordinari e mainstream non potevano sembrare, ripresi come se fossero appena usciti dal college e stessero andando a bere qualcosa insieme; avrebbero tutt’al potuto suonare del pop rock, ti veniva da credere. Poi, cliccavi il tasto PLAY sull’impianto audio e ne usciva un suono hardcore punk di potenza, solidità, intensità, dinamismo stupefacenti, da restare a bocca aperta, con brani tanto veloci quando melodici in pieno stile straight edge suonati e cantati con (permettetemi l’ossimoro) una perizia furiosa, dall’impatto complessivo a dir poco devastante. Basti ascoltare un brano come Stand Still:

Potrei definirlo il brano hardcore-straight edge per eccellenza, perfetto nella combinazione delle varie caratteristiche del genere; ma è tutto l’album a non avere un solo attimo di cedimento, di confusione o di monotonia, mantenendosi sempre su livelli acustici e musicali eccelsi. Non è un caso, d’altronde, se i Gorilla Biscuits, con solamente un LP e un precedente EP prodotti (a sua volta di altissima qualità), siano considerati tra le band fondamentali e più influenti del punk americano e Start Today uno dei migliori album in assoluto della storia del genere hardcore. Una vera e propria leggenda della musica estrema, insomma: altro che cinque studentelli sfigati, eh!

Lou Ottens

[Foto di Dmitriy Demidov su Unsplash.]
Ecco, per dire: io Lou Ottens non sapevo chi fosse, fino a ieri sera. O forse l’avevo sentito nominare, anni fa, dimenticandomelo rapidamente. E invece, a ben vedere, essendo la musica una delle passioni più forti e formative nel corso della mia esistenza, e avendo vissuto appieno, negli anni dell’adolescenza, l’epoca d’oro delle musicassette, dalle quali ascoltavo musica e la scambiavo con “amici di penna” di tutto il mondo (quello che si chiamava tape trading, una roba che sembra parte del Mesozoico, a pensarci oggi), ed essendo Ottens l’inventore delle suddette musicassette, be’, non posso che concludere che Lou Ottens sia stato uno dei personaggi maggiormente fondamentali, per dare forma e sostanza all’esistenza del sottoscritto.

Ma credo proprio, riguardo a quanto ho appena scritto, che fondamentale Ottens lo sia stato per qualche altra centinaia di milioni di persone nel mondo. Un uomo che ha fatto la storia del nostro tempo, insomma, ben più di altre figure che riteniamo “storiche” ma, volendone paragonare l’importanza concreta, quotidiana e collettiva, con presupposti assai meno essenziali, in fondo.
Se poi si considera che Ottens diede il proprio contributo anche all’invenzione del compact disc, lo “Chapeau!” bisogna ancor più considerarlo doveroso e imperituro.

Cliccate sull’immagine per leggere un’articolata storia della nascita delle musicassette e del lavoro di Ottens al riguardo, da “Il Post”.

Dubitare senza alcun dubbio

Ognuno di noi convive quotidianamente con il dubbio. Io sono sempre dubbioso in merito ciò che faccio. È una tortura senza fine ed è per questa ragione che ritengo il concetto di felicità quanto meno irrilevante. La felicità è roba per bambini e yuppie. Non combatto per raggiungere la felicità ma piuttosto per cercare di portare a termine un lavoro. A volte le cose migliori nascono mentre il dubbio ci logora: è necessario ripensare e rivalutare costantemente ciò che si sta facendo, senza smette mai di lavorare, sino a quando non si ha la sensazione precisa di aver finito. Questo è un altro aspetto interessante: comprendere quando fermarsi. Di tanto in tanto capitano quei momenti magici in cui tutto va come deve andare.

(John Zorn, intervistato dal magazine Bomb – The Artist’s Voice Since 1981, 2002. Citato in Maurizio Principato, John Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.29.)

ZornQuanto afferma John Zorn – uno dei più grandi musicisti viventi, per la cronaca – vale per qualsiasi lavoro artistico, sia musicale che visivo che (forse ancor più) letterario. Il dubbio, ovvero la costante attenzione interrogativa su che si sia veramente fatto un buon lavoro, e la conseguente riflessione in tal senso, è a dir poco fondamentale per poterlo portare a compimento nel modo migliore possibile e per evitare qualsiasi rischio di superficialità, oltre che di vanagloria.
In fondo, come diceva Nietzsche, “la fede nella verità comincia col dubbio in quelle verità credute fino a quel momento” (Umano, troppo umano II): “verità” cioè aver fatto veramente un buon lavoro, appunto, e non crederlo per mera, interessata supponenza.