La politica è morta, abbasso la politica!

Sempre di più le democrazie occidentali producono – per sconcertante paradosso – un potere politico ormai completamente basato sulle caste, sull’autoreferenzialità, sul presenzialismo mediatico come unico contatto con gli elettori, sul più ridicolmente bieco populismo, sulla ciancia vuota e futile,  sull’insulto reso slogan – ultimo confronti delle presidenziali francesi docet. Ovunque, da destra a sinistra, i programmi sono ormai scomparsi, la finalità di guidare civicamente e moralmente i paesi è dimenticata, la “politica” nel senso originario del termine del tutto estinta: il fine principale dei politici contemporanei – sovente l’espressione peggiore della società da cui provengono – è preservare e accrescere il proprio potere, non più a vantaggio del paese governato ma a suo totale discapito. È vero: “ogni popolo ha i governanti che si merita”, ma tale desolante verità è un circolo vizioso sempre più autodistruttivo e letale, nel quale ad averne la peggio sono e saranno sempre, per primi, i singoli individui e comuni cittadini. A meno che, finalmente, quel popolo comprenda, con piena consapevolezza civica e morale, di non poter e dover meritare i governanti da cui si ritrova comandato… Ma forse è pura utopia, questa, ancor più di quanto sostenne Thoreau nella sua (vitale, oggi più di allora) Disobbedienza Civile: il governo migliore è quello che non governa affatto. Anche se, aggiungo io, non vedo come ci si possa ritenere una civiltà realmente avanzata se continuiamo a farci comandare da un sistema di potere politico tanto esanime, qualsiasi esso sia.

“È così che la massa degli uomini serve lo Stato, non come uomini coraggiosi ma come macchine, con il loro corpo. Sono l’esercito permanente, la milizia volontaria, i secondini, i poliziotti, il posse comitatus ecc. Nella maggioranza dei casi non c’è nessun libero esercizio del giudizio e del senso morale, sono al livello del legno, della terra, delle pietre. Suppongo che se facessimo degli uomini di legno sarebbero altrettanto utili. È un tipo d’uomo che non richiede maggior rispetto che se fosse fatto di paglia o di un impacco di sterco. Ha lo stesso valore dei cani e dei cavalli. E tuttavia, normalmente, quegli uomini sono considerati buoni cittadini. Altri – come la maggioranza dei legislatori, dei politicanti, degli avvocati, dei preti e dei tenutari di cariche – servono lo Stato soprattutto in base a ragionamenti astratti; e poiché fanno assai di rado distinzioni morali, hanno la stessa probabilità di servire Dio che, senza volerlo, di servire il diavolo.”

Ueli Steck, 1976-2017

Andare in montagna è il modo perfetto per pensare e imparare. Le regole sono semplici e molto chiare. Mi piacciono, sono facili da capire. Se non ti porti un sacco piuma buono, avrai freddo. Se non sei abbastanza forte, non ce la farai. E per me è importante condividere questo buon spirito dell’alpinismo con gli altri.

Per chi si occupa di montagna, anche in modo marginale, ovvero per tanti che la frequentano, Ueli Steck era ormai una figura leggendaria nonostante l’ancora giovane età. Lo era per il suo incredibile curriculum alpinistico tanto quanto per la notoria generosità e nobiltà d’animo – e, in fondo, lo era pure per la sua celeberrima passione/dipendenza verso il caffè, che beveva in quantità altrettanto leggendarie.
Nel suo alpinismo c’erano le sfide impossibili, le salite estreme, le prestazioni stupefacenti, la razionalità maniacale della preparazione fisica e mentale. Ma c’era pure un atteggiamento per certi versi ascetico verso la montagna, la concezione quasi artistica delle linee di salita, una visionarietà di matrice romantica: in fondo egli stesso si definiva uno degli ultimi alpinisti romantici, distaccandosi da quell’appellativo di “Swiss Machine” che non gli piaceva – gli era stato inesorabilmente affibbiato per le prestazioni ottenute ma, in qualche modo, rischiava di adombrarne la carica umana.
È stato certamente uno degli alpinisti più emozionanti e ispiranti degli ultimi tempi, Ueli Steck. A suo modo un creativo, un artista della scalata, appunto, di quelli che sulle montagne non portava solo il corpo e la mente ma pure, e forse soprattutto, il proprio spirito: il vero “pennino” della sua arte alpinistica, quello con cui tracciava linee di salita sulle montagne che diventavano da subito grafie arrampicatorie dal potere narrativo intenso e raro.

Addio Ueli, senza dubbio mancherai a chiunque vada per monti e vette.

Da che parte pende la bilancia del nostro mondo?

Ma se si ponessero su una bilancia le cose buone che il genere umano ha realizzato nel corso della sua storia, su un piatto, e sull’altro le cose cattive che ha compiuto – tutte quante, dalle più grandi alle più piccole, in entrambi i casi -, secondo voi da che parte penderebbe tale bilancia?
E, se dalla parte ove penda la bilancia dovesse dipendere (termini dalla stessa etimologia, non a caso) il nostro destino, secondo voi che fine faremmo?

Dovremmo chiedercelo, ogni tanto. Non è detto che la risposta sia scontata, tanto meno deve essere superficiale o di convenienza. Di sicuro non è affatto un mero esercizio retorico.

I programmi della RAI e il paese “disperato”

Premessa: “disperato” da interpretare (liberamente) come dis-perato, similmente a dis-arcionato ove “arcione” è sinonimo di sella: dunque disarcionato, caduto dalla sella/dal cavallo; disperato, caduto dal pero. Ecco: l’italiano è un popolo costantemente cadente dal pero, ergo disperato.

Posto ciò: suvvia, ma che accidenti viene detto di quel programma RAI nel quale si è disquisito sui buoni motivi per scegliere una donna dell’Est Europa, ora chiuso d’ufficio dai vertici dell’azienda radiotelevisiva nazionale?!? È (era) invece un programma perfetto, ovvero perfettamente consono e funzionale all’audience televisiva media contemporanea. Non era da chiudere, era da premiare per la capacità di intercettare e soddisfare al meglio il suo pubblico!

Sono sarcastico, sia chiaro, ma non ipocrita. Quanti programmi RAI, allora, sarebbero da chiudere perché diffondono simili idiozie degradanti qualsiasi buon concetto di cultura, oltre che di servizio pubblico? Quanti programmi televisivi in generale dovrebbero – ci sarebbe da dire “dovevano”, ma purtroppo il passato non si può cambiare – essere chiusi per come contribuiscano a diffondere il più letale analfabetismo funzionale su temi di interesse civico fondamentale? Vi pare logico, quantunque giustissimo e doveroso, che ci si fermi a sbraitare contro un programma che in fondo rappresenta una pagliuzza in un occhio nel quale da anni è conficcata una trave del tutto arrugginita? Sarebbe come lamentarsi delle tende sporche nelle cabine di una nave che sta affondando, ecco.

Ma in fondo la RAI di oggi, nei suoi canali generalisti, è veramente qualcosa di simile: una barcarola che per soddisfare le voglie più stupide (e sovente indotte, ma qui si apre un altro discorso infinito che ora è meglio non affrontare) dei naviganti a bordo, se ne frega ormai del tutto della rotta da seguire e per questo non rendendosi conto che tale rotta la porterà presto a sbattere contro gli scogli e a colare a picco. Già, lo ribadisco: a mio modo di vedere questa TV sta ormai morendo, ed è un gran bene che sia così – ne parla anche (di nuovo) Gennaro Pesante in questo ottimo articolo. E per caso sfortunato non morirà di sua iniziativa, sarà bene agevolare la cosa: allora sì, le proteste contro il programma in questione avranno portato a un risultato di reale valore culturale. E proficuo per il futuro di tutti, pubblico televisivo e non.

Danilo Mainardi (1933-2017)

“Una società globalizzata si governa meglio se è fatta di persone con poco senso critico, quindi irrazionali.”

(Dall’intervista di Piero Bianucci, Mainardi. La zanzara sulle ali del jumbo su La Stampa, 28 luglio 2001.)

Celebre etologo, finissimo e sagace intellettuale, illuminante umanista, infaticabile divulgatore scientifico, Danilo Mainardi è un’altra figura di cui si sentirà molto la mancanza, in questo nostro mondo sempre più irrazionale e sempre meno dotato di senso critico per il quale ogni fonte di intelligenza razionale è come una fonte d’acqua fresca in un territorio in rapida desertificazione.