Morte pop!

C’è un tizio, dalle mie parti, che ha aperto una nuova agenzia di onoranze funebri con uno spirito (imprenditoriale e non solo) all’apparenza ben poco affine a tale attività: immagine professionale ma ben poco contrita, spot radiofonici che andrebbero benissimo pure per un centro estetico o un negozio di profumeria, servizi funebri offerti con leggerezza e brio, festa d’inaugurazione con musica, cocktail e goloso rinfresco (non ci sono stato, dunque mi resta la curiosità che ci fossero pure le ossa dei morti). Insomma, nulla di ciò che verrebbe da collegare a un evento funesto, a parenti in lacrime, ad articoli che a buona parte delle persone solleciterebbero gesti scaramantici…

Beh, che diamine: il tizio fa benissimo! Bisogna una volta per tutte smetterla con questo (primitivo, ergo incolto) tabù della morte. Il che non significa deprimerne l’aspetto emotivo e sentimentale, più o meno razionale che sia (e che chiunque può e deve essere libero di vivere e/o metabolizzare nel modo più naturale possibile, senza che altri possano trarne giudizi di sorta): no, semmai significa accettarne finalmente la naturalità, facendone stimolo ad un’esistenza vissuta nel modo più virtuoso e nobile possibile proprio per la consapevolezza della sua ineluttabile fine. È vero che chi più vive una bella vita (nel senso nobile del termine, ribadisco) più potrebbe temere la morte; ma è altrettanto vero che chi nella propria vita saprà combinare qualcosa di interessante, buono e utile avrà certezza in punto di morte di non aver sprecato il proprio tempo terreno – tant’è che in realtà sono convinto che molti di quelli che temono la morte e fanno di tutto per scacciarne il pensiero nei modi sovente rozzi e stupidi che la società contemporanea offre al riguardo, e i quali arrivano nel momento della dipartita disperandosene platealmente, probabilmente proprio in questo momento “topico” si rendono conto di non aver combinato granché di buono nella loro vita e ciò, dunque, provoca quegli eccessi di disperazione.

Tanto, sia quel che sia, è naturale che la vita finisca, prima o poi.
Sembra terribile, detta così, vero? Bene, allora si faccia in modo di usarla al meglio, la vita che abbiamo da vivere, senza perdere tempo in vaneggiamenti inibitori che, a ben vedere, rendono ben più un tabù il senso della vita che il momento della morte!
Aveva ragione Emil Cioran quando scrisse che “La morte è ciò che la vita ha sinora inventato di più solido e sicuro”, e pare di sentire Totò fargli eco e ribattere: “‘A morte ‘o ssaje ched’è? È una livella”!

P.S.: l’unica cosa, è che devo cercare di non fare al tizio dell’agenzia di onoranze funebri domande altrimenti del tutto ordinarie nelle conversazioni quotidiane, del tipo «Allora? Come va il lavoro?» dacché, se mi dovesse rispondere qualcosa di altrettanto ordinario ma solo in altri contesti come «Bene! Siamo pieni di lavoro!», ammetto che ne verrei un poco inquietato.

Jim Bridwell (1944-2018)

La foto qui sopra mi ha sempre affascinato tanto quanto divertito. Perché di quei tre ceffi ritratti si potrebbe pensare di tutto meno a ciò che realmente sono. Sembrano tre tipici hippies degli anni ’70, gente piuttosto avvezza a sostanze non troppo lecite, magari di ritorno da qualche concerto/happening di rock psichedelico o da una manifestazione contro la guerra in Vietnam a bordo di furgoni mezzi scassati e, si direbbe, tipi per nulla sportivi, tutt’altro…

In verità sullo sfondo della fotografia (celeberrima, per la cronaca) c’è qualcosa che fin da subito genera incertezza e curiosità sui soggetti ritratti: è una mitica montagna dello Yosemite, El Capitan, e una parete che ancora oggi è tra le più difficili al mondo, nel mezzo della quale sale The Nose, leggendaria via di arrampicata. Ebbene: quei tre, all’apparenza ordinari e svagati “Figli dei fiori”, in realtà sono appena tornati dalla prima ascensione in giornata della via. Era il 1975, e quell’impresa per i tempi fu qualcosa di “supereroico”, una roba che nessuno poteva credere possibile. Ci misero 15 ore, quando gli scalatori “normali” (per quanto lo potessero essere quelli che sapevano affrontare una via così tremenda) impiegavano qualche giorno. Quei tre fenomeni erano Billy Westbay, a sinistra, John Long a destra e, al centro, Jim Bridwell, uno dei più forti scalatori americani di tutti i tempi e, forse, il più leggendario d’oltreoceano in assoluto. Alpinista fortissimo, autore di alcune tra le più temute vie d’arrampicata del mondo, spirito libero, estroverso, carismatico, generoso, grande innovatore delle tecniche alpinistiche e inventore di attrezzature, personaggio assolutamente iconico e simbolo non solo di qualche generazione di arrampicatori e amanti della montagna ma, in generale, di un’epoca di grande e rivoluzionaria creatività, il cui pensiero (nonché il relativo atteggiamento mentale e spirituale) è ancora oggi una delle basi fondamentali per il progresso culturale – e non solo – del nostro tempo presente.

Purtroppo Bridwell è morto lo scorso venerdì doppio una lunga malattia, a meno di un anno di distanza dall’altra grande leggenda dell’alpinismo americano, Royal Robbins. Figure che a loro modo, e anche dai discosti e vertiginosi recessi verticali montani che frequentavano, hanno saputo compiere una piccola/grande rivoluzione. Personaggi ovvero modelli profondamente esemplari anche oggi, insomma – anzi: soprattutto oggi. Anche per chi di roccia e di scalate non ne sa nulla di nulla.

INTERVALLO (di silenzio) – Taranto, Libreria Gilgamesh

Intervallo di silenzio ma pure di rabbia, questo, dedicato alla morte di un’ennesima libreria indipendente. Questa volta è toccata alla Libreria Gilgamesh di Taranto, che ieri, lunedì 29 gennaio, ha chiuso i battenti dopo 17 anni di attività – ne parla quest’articolo.

Ribadisco: ogni volta che chiude una libreria, muore un pezzo di civiltà. Ovvero, se preferite, è come se ogni libreria rappresentasse per la nostra società – ovvero per tutti noi – un tot di aria respirabile con la quale dare ossigeno alla mente ed energia al corpo. Ecco: ne abbiamo sempre meno, di quest’aria.

Ah già, ma tanto tra qualche settimana ci sono le elezioni, no? E i vari leader stanno fornendo numerose e ottime proposte in tema di salvaguardia della cultura e di qualsiasi elemento che se ne faccia promotore, vero?

Dolores O’Riordan (1971-2018)

Beh, accidenti… non sono uno aduso alle commemorazioni “social”, ma la morte di Dolores O’Riordan mi ha colpito molto. Per motivi personali e in ciò assai banali, forse: fatto sta che, quando nei primi anni Novanta coi suoi The Cranberries (dei quali peraltro non sono mai stato un così grande appassionato – non della band in sé, voglio dire) ottenne il successo internazionale, la trovavo una donna di rarissimo e potente fascino, bella d’una bellezza diversa dai soliti canoni, semplice e al contempo raffinata, molto irish ma nel senso più antropologico del termine. Per di più con la sua voce così particolare che, alla lunga, si è rivelata una delle più influenti di quell’epoca musicale, dalla quale traspariva uno spirito vibrante che trascendeva dalla mera presenza artistica e scenica e, appunto, mi pareva che in qualche modo compendiasse nei suoi tratti lo spazio, il tempo e l’essenza della sua terra – similmente ai primi U2, a mio parere, al cui impegno civile nei confronti della travagliata storia (nord)irlandese i Cranberries si sono accostati, ad esempio con il loro brano più famoso in assoluto.

La sua immagine, a volte passionale e carnale ovvero conturbante, a volte eterea, confortante, quasi elfica, sempre e comunque in qualche modo intrigante, mancherà. È banale dirlo, tanto quanto inevitabile. Come manca ogni cosa che ha saputo essere a suo modo unica e inimitabile, divenendo emozione durevole e ricordo imperituro.

Il biotestamento, e il bioterrorismo

Ben venga l’approvazione parlamentare definitiva della legge sul biotestamento. Il quale non è argomento politico di parte (semmai lo è nel senso originario del termine) né ideologico o dottrinale o che altro, e – mi viene da dire – non è nemmeno una “vittoria”, come (comprensibilmente) viene definita ma, più semplicemente tanto quanto essenzialmente, la presa d’atto giuridica d’un diritto e d’una libertà fondamentale. Una libertà profondamente umana, intimamente legata allo stesso senso della vita (e del vivere in modo intelligente, consapevole, dignitoso) che va ben oltre il valore o la bontà d’una legge, e fortunatamente ancor più va oltre il terrorismo integralista e anticulturale di chi vi si oppone con (pseudo)argomentazioni prive di qualsiasi logica e degne d’un regime retrivo e oscurantista, che si vorrebbe fossero imposte coercitivamente a tutti ma in verità ben lontane da qualsiasi dignità civica nonché da qualsiasi autentica libertà, appunto. Non casualmente, d’altro canto: non si può e non si sa garantire alcuna libertà (dunque, inevitabilmente, alcuna dignità) quando non si è persone libere; e se non si è persone libere, non si è nemmeno persone veramente vive. In fondo, dunque, la legge appena approvata (al di là della sua poca o tanta bontà, ribadisco) è un bene anche per esse, ed è anche questo, io credo, uno dei suoi più significativi valori.