La sQuola ItaGliana

L’Italia si conferma tra i fanalini di coda su scala europea per investimenti in formazione: il 4% del Pil, sotto di quasi un punto percentuale rispetto alla media della Ue (4,9%, pari a una spesa totale di 716 miliardi di euro sul settore) e poco più della metà di quanto investito da Danimarca (7%), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4%). È quanto si può apprendere dalla lettura degli ultimi dati Eurostat, riferiti al 2015 e calcolati sul totale di risorse destinate al segmento “education” dai governi nel perimetro dell’Unione, citato in questo articolo de Il Sole24ore.

Per fare un significativo raffronto, la spesa della Germania resta su valori percentuali abbastanza simili a quelli italiani (4,3%). La prospettiva, però, diventa un po’ diversa quando si guarda ai valori assoluti: il governo tedesco mette sul piatto quasi il doppio di noi, 127,4 miliardi di euro contro i 65,1 miliardi dell’Italia.

In parole povere – e se mi è concesso di essere (inevitabilmente) sarcastico – si conferma l’abitudine della politica italiana di sbattersene altamente della qualità dell’istruzione offerta ai cittadini dai vari gradi del sistema scolastico. Il che, sia chiaro, non significa che di principio la scuola italiana sia pessima (anzi!), semmai che la si vuole via via far diventare tale, strategicamente, per inesorabile “deperimento” delle sue virtù.

Non ci si lamenti, dunque, se poi il livello culturale diffuso nella società civile italiana sia infimo. D’altronde, non si può pensare che una pianta cresca rigogliosa se dall’inizio viene piantata (e alimentata) in un terreno reso sempre più sterile e inquinato.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

La famiglia è la prima scuola (di vita)

16602329_10210986601453526_8561585859859334220_oCredo non ci sia molto da aggiungere a quanto riportato nel “manifesto” di tal istituto scolastico portoghese, no?
Se non che sarebbe da stampare in volantini su carta indistruttibile e con inchiostro indelebile, da stampare in un numero di copie pari a… dunque, quante sono le famiglie italiane con figli che frequentano la scuola, di ogni ordine e grado?
Ecco.
E se a molte di esse non servirà leggerlo – fortunatamente – ai genitori di certe altre andrebbe invece marchiato a fuoco sulla fronte, così che si ritrovino a leggerlo ogni mattina, quando vanno nel bagno di casa per sistemarsi e uscire per portare i propri (sfortunati) figli a scuola.
Perché sì, senza alcun dubbio la scuola italiana è traboccante di problemi, propri e indotti da gestioni politiche indegne, ma la “famiglia media” pure di più, per molti versi.

Non saremo mai adulti se non resteremo un po’ bambini!

14590377_1104526599601206_7163706707976026977_nNoi adulti, quando ci rapportiamo ai bambini, li pensiamo e li definiamo “infantili”, “ingenui”, “puerili”, “sprovveduti”… li guardiamo con benevola commiserazione nel mentre che pensiamo, tra noi: «Oh, piccolo mio, quante cose che devi ancora imparare, per diventare grande
Beh, diciamocela tutta: la nostra adulta superiorità nei confronti del mondo infantile è un ennesimo segno della profonda ottusità che, a noi “grandi”, ci ammorba l’animo. Ormai insensibili alla loro tenera spontaneità, alle loro giocose fantasie, ai moti di spirito che consideriamo illogici e un po’ sciocchi – «Son cose da bambini, eh!» – non ci rendiamo più conto che è in quella visione del mondo apparentemente elementare ma invero genuina, originale, autentica, priva di qualsivoglia bieco conformismo, pura d’una purezza antropologicamente primigenia, per così dire, che può stare la verità delle cose del mondo stesso, ben più che nelle nostre sovente boriose convinzioni. Crediamo ancora di dover educare i bambini a diventare adulti imponendo loro di perdere, come prima cosa, l’atteggiamento giocoso e infantile, e non capiamo che invece non si sarà mai del tutto adulti, e in senso virtuoso nonché proficuo per sé stessi e per il mondo con cui interagiamo, se non sapremo restare almeno un poco bambini: nell’animo, nello spirito, nel cuore, nello sguardo verso quel nostro mondo. Non comprendiamo più, insomma, che se per certi versi i bambini devono imparare molte cose dagli adulti, gli adulti dovrebbero finalmente tornare a imparare molto anche dai bambini: molto di ciò che, appunto, si è perso lungo il corso della vita nel passaggio dai primi anni di vita fino alla cosiddetta maturità – termine spesso usato proprio in contrapposizione a quanto fa riferimento all’infanzia, tanto quanto viene utilizzato fuori luogo e senza giustificazione.
Sono più che convinto che molta parte delle cose peggiori che presenta il mondo – guerre, violenze, integralismi, prepotenze, diseguaglianze, iniquità, ingiustizie, intolleranze, scontri d’ogni sorta e ogni altra cosa del tristemente ricco campionario umano in tema – sia proprio dovuto all’azione di adulti che hanno totalmente perso il loro lato fanciullesco, che hanno negato a sé stessi l’esigenza di restare per tutta la vita un po’ bambini, privandosi del privilegio di godere della loro spontanea e naturale sensibilità oltre che del senso antropologico del gioco, della fantasia, della creatività, dell’immaginazione e dell’istintività.
Ugualmente, sono di contro convinto che se l’umanità avesse saputo conservare la propria parte fanciullesca, a quest’ora non saremmo arrivati al punto in cui siamo ma ben più avanti. Non avremmo soltanto raggiunto la Luna avendo Marte come meta ancora troppo lontana, non avremmo solo gli aerei e le navi che abbiamo, le città, le case, i computer o i telefonini. No, avremmo molto di più: saremmo già arrivati su sistemi stellari lontani a bordo di astronavi a forma di fette di torta con propulsione a zucchero; avremmo il teletrasporto che si attiva con l’interruttore della luce di casa e telefonini capaci di farci parlare con gli animali, avremmo robot domestici di peluche, macchine velocissime senza volante né ruote che non possono causare incidenti e biciclette in grado di volare; i diverbi internazionali li risolveremmo a chi mangia più caramelle che però non farebbero male, non ci sarebbe l’inquinamento né scorie nucleari perché ricaveremmo l’energia dal moto del pensiero e guariremmo le malattie più gravi mangiando buonissimi lecca-lecca medicamentosi privi di controindicazioni. E in TV ci sarebbero solo programmi di pupazzi animati… – oh, beh, in effetti è già così, anche se quei programmi sono tutto fuorché divertenti e intelligenti!
Insomma: vivremmo in un mondo migliore, più sensibile, più aperto e divertente, consapevoli di poter essere sempre liberi perché dotati della più grande e assoluta libertà a disposizione: la fantasia.
Quindi, quando un bambino ci dice qualcosa o ci pone una domanda all’apparenza ingenua, ridicola e senza senso, proviamo a rifletterci sopra qualche attimo di più. Chissà che, in questo modo, non comprenderemo di essere noi adulti gli ingenui e i ridicoli, e che è la nostra vita così piena di futilità ma vuota di autentica creatività ad essere senza senso ovvero insensata. Vedendo come va il mondo forse ci dovremmo arrivare da soli, ma evidentemente noi “grandi” non ne siamo più capaci.

Basta con la letteratura a scuola! (O no?)

rondoni-contro-letteraturaSì, basta con l’attuale insegnamento della grande letteratura nelle scuole italiane. Perché, visti poi i risultati – culturali e commerciali – è evidente che sia ben più grande il danno che il beneficio!
Non è una mia tesi – forse l’avrete già intuito dacché viene ed è stata rilanciata nelle ultime settimane (qui un articolo dei tanti) da Davide Rondoni, che a tal proposito di recente ha ripubblicato con Bompiani il suo Contro la letteratura, libello in origine pubblicato nel 2010 da Il Saggiatore il quale già all’epoca suscitò parecchie polemiche, tanto da essere poi (così pare) ritirato dall’editore.
In verità, in principio di questo articolo ho parecchio condensato il succo della tesi rondoniana, che lo stesso autore riassume invece con maggior determinatezza in questo brano:

La letteratura è l’unico bene antropologico del nostro Paese. E la scuola la sta distruggendo. A chi difende il vigente sistema di insegnamento dico: voi state difendendo questa situazione. Ne siete dunque corresponsabili almeno quanto quelli che l’hanno generata in migliaia di pubblicazioni, convegni, ore di insegnamento. Per di più pagati dallo Stato. Una montagna di soldi pubblici per ottenere la pubblica fucilazione dei grandi capolavori della nostra letteratura. Una formidabile idiozia. Tutto questo non vi suscita nessun moto di insurrezione? A me sì, e per questo faccio una proposta: smettiamo di insegnare la letteratura a scuola, rendiamola facoltativa. Lasciamo ai nostri figli questa libertà.

Dunque il vero bersaglio della provocatoria riflessione di Rondoni non è tanto la letteratura in sé (e ci mancherebbe!) quanto il modo in cui viene insegnata oggi nelle scuole, tra arcaiche imposizioni didattiche e sostanziale impreparazione letteraria dei docenti.
Personalmente, trovo difficile non essere concorde con Rondoni, in linea di massima. Anche solo per una più rozza ma inevitabilmente pragmatica considerazione circa lo stato del mercato dei libri in Italia: dato che, stando alle statistiche (inconfutabili dalla realtà oggettiva, ahinoi), sempre meno italiani si dedicano alla lettura, può ben essere che tale disaffezione nasca all’origine, a quando la letteratura ci viene insegnata ovvero al modo in cui viene insegnata. Per quanto mi riguarda, se posso offrire ad esempio la mia esperienza personale, è innegabile che una certa parte della mia dedizione ai libri e alla lettura sia stata ben coltivata dalla fortunata presenza, alle scuole superiori, di un docente di italiano la cui passione per la letteratura era evidente e, non posso che dire, contagiante. Poi, al di là dei meri casi singoli, sulla questione se ne potrebbero correlare infinite altre: dalla (a mio parere) strategica “de-culturazione” della società imposta dalla politica, all’imposizione di modus vivendi che nulla hanno a che vedere con la cultura, alla presenza nel nostro mondo di infinite distrazioni fin troppo rimbambenti aventi effetto soprattutto sui più giovani  – e provocanti poi danni tremendi in età adulta, dato che tutto sommato gli adolescenti leggono ancora: è col passare del tempo che i libri divengono oggetti del tutto estranei alla vita quotidiana!
Rondoni scarica buona parte della colpa di ciò sui docenti, dichiarandoli nella maggior parte dei casi inabili all’insegnamento letterario e invocando la presenza di altri docenti “tecnici”, specificatamente preparati sulla materia e altrettanto bravi a coinvolgere gli studenti nelle proprie dissertazioni letterarie didattiche. Non so se questa proposta possa effettivamente avere successo, nel sistema scolastico nostrano; piuttosto è preoccupante che si debba intervenire in tal senso nel sistema scolastico di un paese evidentemente incapace di trasmettere ai propri giovani cittadini le più fondamentali basi culturali, le quali poi – inutile rimarcarlo – diventano anche identitarie e indispensabili alla costruzione di una società consapevole di sé e del paese che si ritrova a vivere e amministrare.
È chiaro, in senso generale, che ci sia qualcosa che non va nell’insegnamento culturale in Italia, non solo riguardo a libri e letteratura; è evidente che, continuando con la situazione attuale, le cose non potranno cambiare anzi, non faranno che peggiorare di continuo. La scuola può fare molto, per migliorare le cose, ma non a sufficienza se poi, fuori dalle mura scolastiche, i ragazzi trovano una società che rigetta qualsiasi elemento culturale per fare spazio unicamente a scempiaggini varie e assortite, col bene placito di una politica che non solo non investe nella cultura ma fa di tutto per togliersela di torno, come fosse un irritante ostacolo alla salvaguardia dello stato di fatto del sistema di potere – e infatti è proprio così, è un gigantesco ostacolo: dovremmo finalmente capirla ‘sta cosa una volta per tutte e agire di conseguenza, piuttosto che fare i soliti rivoluzionari da happy hour che si fanno belli di populismi e luogocomunismi vari per poi, appena possibile, fare spallucce e rinchiudersi nel proprio piccolo orticello quotidiano, e per qualsiasi cosa che accada fuori di essi: chissenefrega!
In fondo, temo che anche sulla questione “letteratura a scuola” il principio di fondo sia lo stesso: una (pianificata?) incapacità di vedere oltre il domani, di capire che un grande classico letterario non è solo motivo di insegnamento, non è solo fonte di cultura e conoscenza ma è anche elemento fondante di senso civico e consapevolezza politica, sociologica, antropologica, esattamente come oggi lo può essere, ad esempio, il saper ben smanettare con uno smartphone – esattamente così, perché pure questa, oggi, è cultura, ma che non ne elimina qualsiasi altra, semmai vi si affianca e correla. Perché il nostro mondo è fatto di tecnologia contemporanea e di sapienza antica – nel bene e nel male per entrambe – e l’una non regge senza l’altra così come chi si vuole dedicare a cose meramente futili dovrà pur possedere una cultura di contraltare, per non passare indubitabilmente per idiota nonché, peggio, per non essere trattato da idiota da chicchessia – a partire dalla politica in giù.
Servono nuove strategie di diffusione della cultura, serve una presa di coscienza collettiva, forte se non fortissima (anche in senso pratico, intendo dire), sullo stato di fatto della questione, serve una imposizione democratica – ovvero dal basso – nei confronti di chi decide le sorti della cultura nel nostro paese, in senso politico, amministrativo, gestionale. Solo così anche la scuola sarà messa nella condizione di fare bene il proprio mestiere; in caso contrario, potrà pure esserci il più grande e appassionato insegnante di letteratura al lavoro coi più ricettivi alunni, ma il risultato finale sarà inevitabilmente zoppo, se non deficitario. A tal punto, tanto vale eliminarla del tutto, la letteratura a scuola: almeno in tal modo si userà il rozzo ma sempre efficace principio del “desiderare ciò che non si ha e ignorare ciò che si ha”. Un principio da società imbarbarita e troglodita ma alla fine quello diventeremo, se andiamo avanti così.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Intelligenti e incretiniti. I ragazzi di oggi, la società di domani e il destino di noi tutti.

filling-brainTra gennaio e aprile scorsi ho tenuto numerose “lezioni” di un modulo didattico proposto da alcuni enti culturali alle scuole secondarie delle provincie di Lecco e Bergamo – un modulo, per la cronaca, dedicato a “L’evoluzione tecnica dell’arrampicata e dei materiali” e di interesse prettamente locale, visto come la pratica alpinistica sui monti della zona sia consueta e diffusa nonché ricaduta poi in vari modi nella storia industriale delle suddette provincie, quella lecchese soprattutto. Ma, al di là dei temi trattati, voglio piuttosto disquisire delle impressioni scaturite da questa mia esperienza riguardo i ragazzi – facenti parte di un’età scolare compresa tra la seconda media e la seconda superiore – e maturate attraverso non il punto di vista di un docente, dunque di una persona assuefatta all’ambiente in questione e alle sue dinamiche sociologiche, ma di me come persona esterna all’ambito scolastico e a quella parte di società da esso rappresentata, soprattutto in senso anagrafico, tuttavia attenta ad ogni minimo aspetto dell’interrelazione creatasi nelle classi e con gli studenti nonché a qualsiasi loro reazione, anche e forse soprattutto a quelle slegate dal contesto tematico ad essi esposto.
Bene, partirò dall’impressione finale: la nostra società temo stia perdendo una grossa occasione per essere migliore, in futuro. Ho maturato tale convinzione per essermi trovato di fronte, in maniera piuttosto uniforme nelle varie classi, dei ragazzi estremamente aperti e pronti all’assimilazione di nuove nozioni e informazioni tanto quanto assolutamente distratti, anzi, disturbati dalla caotica valanga di stimoli, molti dei quali insulsi se non deleteri, che il modus vivendi contemporaneo rovescia loro addosso. Spesso si sente dire che i ragazzi di oggi siano più tonti, ingenui, immaturi, viziati, puerili di quelli di qualche generazione fa, che ingenui in altro e più evidente modo lo erano ma molti più dotati di quelle semplici nozioni per affrontare la vita quotidiana (sovente maturate dal fatto che la stessa fosse di certo meno agiata di quella odierna), più indipendenti ovvero meno viziati e capricciosi, appunto. In certi casi è vero, senza dubbio, ma – mi è sembrato di percepire – lo è in quanto i ragazzi di oggi non sono preparati a vivere un mondo che inopinatamente corre più di loro, e che non si fa problemi nel trascinarli anche con una certa veemenza (quando non violenza) in ambiti che difficilmente un adulto comprenderebbe, figuriamoci un adolescente. Eppure essi dimostrano in mille modi, da quelli più evidenti ad altri minimi ma definiti, di avere la volontà di capire, di comprendere, di farsi ancora incuriosire da cose che non siano il mero frutto di devianze consumistiche ideate da adulti idioti: ma è come se dovessero riconoscere i propri migliori amici sparsi nella folla in una grande e rumorosa piazza.
Voglio dire: ho trovato ragazzi irrequieti, apparentemente disattenti, svagati, mai annoiati ma a volte deconcentrati, come se faticassero a seguirmi nonostante cercassi di portare i temi trattati ad un livello assolutamente consono alla loro età, e con un linguaggio di conseguenza, ma poi capaci di propormi quasi sempre domande mai banali, spesso argute e partecipi tanto che non di rado mi è capitato di sentirmi proporre da persone adulte, in altri contesti ed eventi, cose infinitamente più futili e insensate. Sono ragazzi, insomma, che non sono affatto più tonti di quelli d’un tempo, anzi, credo siano ben più intelligenti e intellettualmente vivaci dei loro genitori (causa frequente, essi, del loro stato amebico o sdraiato, per dirla con Michele Serra, nonché di certa maleducazione – non rilevata da me nelle classi frequentate ma certamente presente) e lo possono dimostrare, se messi nelle condizioni di farlo. Purtroppo, invece, non solo la nostra società contemporanea non offre loro tali condizioni, ma anzi pare impegnarsi a fondo per annullare ogni vivacità mentale, ogni curiosità naturale, qualsiasi volontà e desiderio di conoscenza e creare in essi una tabula rasa generale per fare posto alle innumerevoli stupidaggini oggi imposte, diffuse e spacciate per stili di vita cool – ovvero per generare dei perfetti, non-pensanti, docili e malleabili consumatori cronici, il tipo ideale e più gradito al sistema di potere che controlla il nostro mondo.
Per tale motivo temo che la nostra società stia perdendo una grossa occasione per costruirsi un futuro migliore. Loro, questi ragazzi, sono il futuro e lo sono già ora: con le loro capacità potenziali, se ben sviluppate, potrebbe veramente apportare grandi benefici alle nostre comunità sociali, invece si preferisce rincretinirli fin da subito, soffocando qualsiasi loro creatività, qualsiasi estro, per farli diventare già a quell’età degli adulti in miniatura. Provocando di contro, assai spesso, situazioni di disagio notevole, con tutti gli annessi e connessi – si notino ad esempio le statistiche sulla diffusione di alcol, droga o sui comportamenti antisociali e violenti…
Non tutto è perduto, però: si può ancora fare molto, ovvero recuperare e ricostruire quell’ambiente socioculturale ideale a far che un adolescente possa vedere con maggior chiarezza nel suo orizzonte futuro, evitando che si trovi di fronte la riproduzione di un confuso, ingannevole, violento, urlante, psichedelico (in senso negativo) e cacofonico schermo televisivo – ciò che spessissimo sembra il mondo in cui viviamo. Ma lo deve volere, la società, o meglio: deve dimostrare di voler riprodursi ancora, da domani nel futuro il più possibile lontano, in quanto struttura sociale, civica, culturale e antropologica, anziché soccombere ad un sistema che, da meramente politico, è divenuto col tempo economico, finanziario, sociale, (pseudo)culturale e sempre più in modo oppressivo e antiumano. Lo dobbiamo volere tutti, a partire da noi singoli cittadini, fino ovviamente alle gerarchie più alte.
Ecco, è proprio qui che, credo, vi sia l’origine di quel timore più volte rimarcato in questo articolo: in questa volontà, o nella vaghezza di essa, nell’astrattezza se non nell’assenza effettiva. Di contro, mai come stavolta non temo di sbagliare – ne andrei fiero d’essermi sbagliato, insomma. E l’unica speranza per ciò mi viene proprio da quei ragazzi, che mi auguro ancora abbastanza svegli da capire quale rischio viene loro fatto correre, quale trappola è loro tesa, e quanto lontano da essa debbano al più presto fuggire, per tornare a correre in direzione della loro stessa vita.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.