Banderuolismo a gogò

State attenti a essere troppo coerenti con le vostre idee, perché potreste essere scambiati per dei poveri idioti. Siamo nell’epoca del banderuolismo più estremo, dell’ipocrisia divenuta modus vivendi, dell’illogicità come dogma e il tutto per inseguire tornaconti assai biechi. Un’epoca non solo post-ideologica, pure post-ideale, nella quale le idee con contano più e quindi i loro simulacri, in quanto tali, possono essere ribaltati e calpestati a piacimento, facendosene motivo di vanto. E di derisione nei confronti di chi invece sa restare coerente e intellettualmente onesto.

Ma se chi semina vento raccoglie tempesta, chi “vive” di vento produce tempesta. La coerenza genera armonia, l’ipocrisia costruisce conflitto. È bene tenerne conto, sempre.

Giudicare sempre, giudicarsi mai!

Aaah, questa gran passione che noi tutti abbiamo di voler giudicare gli altri, così utile soprattutto per non dover giudicare noi stessi!
Siamo come bagnanti che in acqua sanno stare a malapena a galla ma pretendono di insegnare a nuotare a tutti gli altri. Perché per non rendere evidente quanto si nuoti male, bisogna che nessun altro possa nuotare meglio.

Se la “emergenza migranti” è creata da chi la vorrebbe risolvere – con un contributo di Claudio Vercelli

Claudio Vercelli, uno dei migliori e più stimati storici dell’età contemporanea italiani, ha pubblicato qualche giorno fa su Moked un articolo assolutamente necessario sulla “questione migrazioni”. In esso, Vercelli sostiene un aspetto fondamentale che nel mio piccolo vado pensando e sostenendo da tempo (si veda qui, ad esempio), ovvero che la questione migrazione e migranti deve essere affrontata innanzi tutto attraverso un approccio geostorico e antropologico, altrimenti non verrà mai né risolta né tanto meno gestita divenendo realmente ciò che ora non è per niente, ovvero una “emergenza”. Nessun politico – ribadisco, nessun politico – di nessun schieramento lo ha mai fatto e lo sta facendo, reiterando invece da anni stupidaggini ideologico-qualunquiste-elettorali sempre peggiori che rappresentano le (apparentemente) opposte facce della stessa medaglia, e che non porteranno ad alcuna buona soluzione della questione. Anzi, la stanno sempre più peggiorando, paradossalmente. Questione la quale, ribadisco, non è per nulla affrontata ma soltanto utilizzata per meri e biechi fini propagandistici. Di contro, solo analizzandone e comprendendone innanzi tutto gli aspetti antropologici – ovvero il cosa-come-perché, prima del dove e quando – si possono trarne efficaci soluzioni, d’ogni genere e sorta debbano essere. Altrimenti non se ne uscirà affatto e sul serio ne verremo travolti, dacché sono proprio quelli che dicono di voler risolvere in un modo o nell’altro l’emergenza a generarla, montarla e renderla sempre più grave.

Il testo del professor Vercelli (dal significativo titolo Camminare scalzi – e siamo noi quelli scalzi, sia chiaro, non i migranti o quelli come loro) è diviso in dieci punti – o dieci tesine – che lo rendono (mi auguro!) assolutamente semplice da capire e da meditare. Riporto di seguito i punti 8 e 9, invitandovi a leggere l’intero testo qui.

8) è illusoria l’idea, tanto più in un’età di globalizzazione, di potere fare fronte alla trasformazione sociale e alla transizione demografica (con il travaso di intere coorti generazionali da paesi più giovani a paesi anziani) attraverso politiche esclusivamente sovraniste, ossia basate sul ricorso ai soli strumenti che lo Stato nazionale ha al momento a disposizione. Gli organismi sovranazionali dovrebbero invece concorrere ad una tale gestione. Ma uno dei caratteri specifici del tempo che stiamo vivendo è l’evidente disarticolazione dei soggetti, dei meccanismi e delle iniziative che si basano su organizzazione internazionali, che hanno oggi un’incidenza sempre più contenuta nell’evoluzione delle dinamiche collettive;
9) la stragrande maggioranza dei migranti non è di per sé né buona né cattiva; non costituisce la falange di un’invasione così come non è il soggetto sociale di una trasformazione “rivoluzionaria”: le semplificazioni, al riguardo, sono speculari, che abbiano natura allarmistica o che siano informate ad una lettura ispirata a sentimentalismi che abdicano a qualsivoglia rapporto con il principio di realtà. Salvo poi consegnare ai segmenti più fragili della popolazione gli oneri che derivano dai mutamenti in corso. Ogni processo migratorio impatta inesorabilmente sia sulle società di partenza che su quelle di accoglienza: negare che da ciò derivino conflitti socioculturali è come volersi precludere i dati di fatto. Semmai, la differenza – che costituisce il vero campo di conflitto politico – sta nella natura delle interpretazioni di tali trasformazioni e nelle risposte che quindi si intende dare ad esse; []

L’eloquenza d’una immagine

coca-city-copiaGian Paolo Tomasi, Coca City, 2010.

Un’opera fotografica comparsa su Sette, il magazine settimanale del Corriere della Sera, nel numero dell’8 aprile 2010 e vincitrice della quarta edizione del “Premio Ferrari” come copertina dell’anno.
Ma soprattutto, a mio modo di vedere, un’immagine sempre più rappresentativa ed eloquente della società in cui viviamo. Almeno per come mi capiti di constatare con crescente frequenza l’irrazionalità, l’incoerenza, la sconnessione civica e la dissonanza cognitiva di sempre più individui, già.

O magari sono io lo sconnesso, certo. Ma se devo esserlo da certe parti della società contemporanea – almeno da quelle statisticamente compendiate in questo articolo (uno dei tanti sull’argomento) beh, non me ne dispiaccio affatto, nel bene e nel male. Ecco.

P.S.: cliccate qui per leggere tutti i post che ho dedicato a – o nei quali ho dissertato su – Gian Paolo Tomasi, uno dei più sagaci e illuminanti fotografi in circolazione.