
Poi, certo… poi, dopo la vergogna, monta lo schifo. E le reazioni conseguenti. Ecco.

Poi, certo… poi, dopo la vergogna, monta lo schifo. E le reazioni conseguenti. Ecco.
Oggi, 26 novembre, è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Come dite? Era ieri, invece?
Sicuri?
Sicuri che non lo sia oggi, 26 novembre, e domani 27, e il 28 e il 29 e ogni altro giorno dell’anno?
Sicuri che non debba essere sempre, una tale giornata, ovvero che non debba essere mai più registrato alcun femminicidio in nessun giorno dell’anno?
Perché finché ce ne sarà anche solo uno, di caso, la questione resterà aperta e nessuna sconfitta di una barbarie così spaventosa potrà essere annunciata – non è una questione di statistiche, in fondo, di aumenti o diminuzioni dei femminicidi, di trend e quant’altro: ne basta solo uno, di caso, per rimarcare la gravità del fenomeno.
D’altro canto l’Italia è un paese nel quale quasi il 24% delle persone pensa che i casi di violenza siano da imputare a come le donne si vestono. Quasi un quarto della popolazione, nel 2019, in un paese che si dice “progredito”. Uno schifo che va risolto in modo del tutto drastico dal punto di vista culturale, perché è evidente che qui le pene più o meno pesanti non contano ma deve contare un radicale – r-a-d-i-c-a-l-e – cambio di cultura in ogni settore della società civile.
Anche per questo ogni giorno dell’anno è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Per questo, per ogni donna e, ancor più, per ogni uomo.
Come sappiamo fin troppo bene, non molto tempo fa, gli ebrei erano sistematicamente definiti esseri non-umani. E la cosa va avanti: la caratteristica comune ai massacri e ai genocidi, in Ruanda, Cambogia, Iugoslavia e altrove, è che sono sempre preceduti da un periodo di denigrazione e di disumanizzazione del nemico da sterminare. Il razzismo a oltranza, da qualsiasi parte provenga, con il suo rifiuto o divieto di riprodursi tra “razze”, è dello stesso ordine. Sembrerebbe una costante del male nell’uomo. Bisogna quindi stare molto in guardia, quando qualcuno comincia a parlare di altri uomini – che siano bianchi, neri, immigrati, omosessuali o semplicemente stranieri o diversi – come di non-umani. E’ il primo passo per poterli in seguito trattare, con buona coscienza, da cose o da bestie. In realtà sono inumani coloro che predicano e praticano la disumanizzazione o la demonizzazione degli altri, non il contrario.
(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, Milano, 2007, pag.164-165.)
Quella spigolatura uscita su pochi media, in Italia (uno è questo), circa tale David Matheson, membro della particolarmente omofoba Chiesa Mormone che “curava” le persone LGBT ma che era egli stesso omosessuale, personalmente la trovo estremamente significativa per moltissime altre situazioni di manifesta omofobia e di relative prese di posizione contro le persone LGBT e i loro diritti. L’ultima nostrana e palese è quella del quotidiano Libero del 23 gennaio scorso ma, inutile dirlo, l’elenco è parecchio lungo e comprende il diavolo e l’acquasanta, dagli esponenti del clero ai militanti di estrema destra, politici conservatori e progressisti, media di varia natura, credenti cattolici, islamici, ortodossi, eccetera. Tutti quanti che ce l’hanno con i gay, in modo più o meno violento ma nessuno accampando motivazioni concrete e strutturate, poggiandosi semmai su presunti dettami religiosi, etnici, clinici ovvero su giustificazioni alquanto fantasiose e bizzarre, e così via.
Mi torna in mente, a tal proposito, una cosa scritta da Indro Montanelli più di 80 anni fa, all’epoca di quando venne “esiliato” dal regime fascista in Estonia come presidente del locale Istituto Italiano di Cultura, periodo durante il quale fece da corrispondente in loco per alcuni giornali italiani tra cui La Stampa. In uno di questi articoli scrisse: «La teoria della superiorità delle razze nasce dall’oscuro tormento di una propria inferiorità», mettendo sagacemente in luce il nocciolo della condizione psicosociale che in molti casi genera le fobie razziali e di genere. In parole povere: sovente i più intransigenti omofobi attaccano le persone LGBT perché lo sono esse stesse, ma non hanno il coraggio di rivelarlo pubblicamente. È come se rifiutassero la propria immagine riflessa nello specchio della verità ma è un esercizio inesorabilmente vano: non si può negare ciò che si è, questo crea un profondo e oscuro tormento interiore, come scriveva Montanelli, che sfocia in atteggiamenti di odio verso i propri simili che invece sanno vivere liberamente la propria quotidianità, verso i quali essi si sentono inferiori e contro cui ricercano una qualche rivalsa. Ce l’hanno coi “gay” perché lo sono loro stessi ma da pusillanimi, in parole povere. Una rivalsa che è effetto di una volontà di repressione ma che alla fine ottiene il risultato opposto a quello voluto.
Dunque, quando si assiste a manifestazioni di omofobia, può ben essere che in verità si stia assistendo una dichiarazione rivelatrice, una forma di coming out repressa ma inesorabilmente palese.
Ecco: lo sappiano, i tanti omofobi, se proprio non sanno rendersene conto da soli – o se non hanno il coraggio di ammetterselo!
N.B.: l’immagine in testa al post l’ho trovata in un sito di vendita on line di gadget vari (fateci clic), e mi fa pensare che – lo sappiano pure i Mormoni! – di persone LGBT tra i loro fedeli ve ne siano parecchie, alla faccia della loro così palese omofobia!
Comunque mi pare del tutto palese che le frequenti manifestazioni di omofobia delle quali si legge sui media (e di chissà quante non si sa nulla) denotino in verità una omosessualità repressa in colui che se ne rende protagonista, la cui natura erompe inevitabilmente in tal paradossale modo. In pratica: l’omofobo vorrebbe manifestarsi per l’omosessuale che è ma non ne ha il coraggio, dunque odia quelli che invece il coraggio di manifestarsi per ciò che sono ce l’hanno e che, in tal modo, mettono in evidenza la sua pusillanimità. Un po’ come quello che – esempio casuale – non riesce a imparare a sciare e a vincere la relativa paura, così va in giro a dire che lo sci fa schifo e gli sciatori sono dei poveracci sfigati. Ecco.
Insomma, non ce l’hanno veramente con le persone LGBT e con le loro idee: ce l’hanno con loro stessi, con le loro inguaribili debolezze, poverini! E’ una specie di devianza maniacale di natura intimamente autolesionista ma con manifestazioni esteriori facinorose-aggressive. Una “psicosi”, in parole povere: una malattia che va curata, ecco. Magari a colpi di rossetto, cerone e canticchiando brani di Cristiano Malgioglio, eh!