Poche ore di scalata in montagna trasformano un ladro e un santo in due creature pressoché uguali. La stanchezza è la via più breve per l’uguaglianza e la fraternità, e il sonno infine aggiunge loro la libertà.
P.S.: Alcuni ritengono che, per migliorare la qualità della frequentazione turistica in quota e contrastare i fenomeni di overtourism nei territori montani, si debbano eliminare molte delle comodità che agevolano i turisti contemporanei. Meno funivie, meno strade che salgono in quota, meno ciclovie, meno “rifugi” che offrano servizi da hotel di lusso, eccetera.
Insomma: meno comfort personali e più stanchezza condivisa, per chi sale sulle montagne. Un po’ quello che diceva Nietzsche un secolo e mezzo fa, in pratica!
«Da dove vengono le montagne più alte?» ho chiesto una volta. Poi ho saputo che vengono dal mare. La prova di ciò è incisa nella loro pietra e nelle pareti delle loro sommità. È dal più profondo che il più elevato deve giungere alla sua altezza.
Sulle pagine social del comune di Recoaro Terme dallo scorso 28 settembre si legge che
Come annunciato nei giorni scorsi sono iniziate questa mattina le operazioni di abbattimento del cubo di proprietà della società San Pellegrino. Il cantiere avrà una durata di circa due mesi, durante i quali verranno dapprima rimossi i pannelli in calcestruzzo che ricoprono la struttura per poi passare allo scheletro interno. Sul posto i materiali vengono separati per avviarli anche a percorsi di possibile recupero. Per Recoaro Terme è un vero e proprio evento che permetterà di restituire una nuova vista sulla corona delle Piccole Dolomiti fin dall’ingresso al paese.
Trovo che sia una notizia assolutamente significativa: finalmente in un territorio di montagna si toglie piuttosto di mettere, si elimina cemento invece di aggiungerne, si recupera la veduta e la percezione del paesaggio e delle sue montagne invece di alterarla e ostacolarla. Una bellissima notizia, insomma, anche perché non così frequente.
[Il “cubo” come si vedeva entrando in Recoaro, da Google Maps.]Poi, certamente, bisogna considerare tutto ciò che gira intorno ad essa e le domande inevitabili che abbisognano di buone risposte (come si è potuto costruire un obbrobrio simile? Chi lo autorizzò e cosa si farà perché non accada più in futuro? Come verrà riutilizzata l’area liberata dal cemento? Rappresenta un intervento una tantum oppure il primo di una strategia di rinnovata sensibilità verso il luogo e il suo paesaggio? – eccetera…) ma, tra innumerevoli scempi cementizi e infrastrutturali con relativi consumi di suolo – il preziosissimo e delicato suolo di montagna ma non solo quello, e il Veneto è risaputamente tra le regioni italiane peggio messe al riguardo – che si vedono progettati e purtroppo spesso realizzati, la demolizione del “cubo” di Recoaro è realmente un «evento» importante il quale può e deve rappresentare un esempio, un modello virtuoso, un ottimo consiglio da seguire nonché, ovviamente, un elemento di speranza affinché si possa togliere dalle mani e dalle menti di amministratori pubblici scriteriati e irresponsabili – e dei loro sodali – il destino delle nostre montagne, patrimonio comune di natura e di bellezza che ognuno di noi ha il diritto e il dovere di salvaguardare al meglio.
D’altro canto, così di Recoaro scrisse Friedrich Nietzsche nella lettera all’amico Peter Gast del 17 giugno 1881:
Recoaro, come paesaggio, è una delle più belle esperienze; e questa sua bellezza io l’ho inseguita prodigandovi con zelo e fatica. La bellezza della natura, come ogni altra bellezza, è gelosa, e vuole che si serva lei sola.
Dunque, gratitudini e complimenti a Recoaro Terme per aver (mi auguro) ricompreso la fondamentale importanza della percezione condivisa del proprio paesaggio e avanti così, per il bene delle montagne e di tutti noi.
Il ricordo è come un tessuto in continua lavorazione. Ricordo queste montagne coperte di neve, di un bianco immoto, avvolte nel silenzio, come se i rumori fossero ghiacciati, costretti a rimanere al caldo nelle bocche delle persone, nel muso degli animali, nel profondo delle cose, quasi non volessero uscire per non prendere freddo. Ricordo di aver aspettato che la strada fosse sgombra dalla neve caduta dal versante nord, con i lampeggianti arancioni degli spazzaneve ad illuminare ritmicamente quel pomeriggio che diventava notte, con la gente fuori dalle macchine a battere i piedi, a soffiare nelle mani avvolte nei guardi, a fumare per non sapere cosa fare, per non essere capaci di comunicare. Ora le rivedo che è estate: le stesse montagne, le stesse vette pulite, le stesse rocce, le stesse cicatrici sul versante al sole che si possono leggere come profondi segni di un passato doloroso. Guardo la montagna di cui ignoro il nome dall’altro versante, in ombra, nascosto tra larici e abeti che si muovono leggeri per la brezza. Costruisco un altro ricordo di questo luogo, di questa alta Engadina sempre così perfetta – estate, inverno, autunno – che vorrei qualcosa intervenisse per alterare la scena […]
Da Il barbiere dell’Alta Engadina dell’amico e raffinato scrittore – di viaggio ma non solo – Tino Mantarro, tratto da “Kaiserpanorama“. Cliccate qui per continuare la lettura nel sito della rivista. Poi, leggete i suoi libri e esplorate l’Engadina, una delle terre alpine più belle e emblematiche del mondo, ma fatelo soprattutto a piedi e solamente con il cuore, l’animo e lo spirito, più di ogni altra cosa. Altrimenti rischiate di percepirla solo come “un gran bel posto di montagna”: cosa che è, senza dubbio, ma dopo mille altre cose ben più affascinanti, significative, profonde. Ecco.
Caro vecchio amico, sono di nuovo in Alta Engadina, per la terza volta, e di nuovo ho la netta sensazione che questo luogo come nessun altro al mondo sia la mia vera patria e il mio focolaio d’ispirazione.