Pubblicare inediti

Questo è un post sulla letteratura. Più precisamente sulla pornografia in letteratura. Quindi se non vi garba l’argomento non dite che non vi avevo avvertiti.
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Perché si pubblicano degli inediti che era meglio restassero tali? La risposta che mi do me la suggerisce Omero (beato lui che non corre il rischio di inediti-parodia!) e la tradizione greco-latina: in Passato sì che gli uomini erano Eroi; sì che erano grandi Loro, e forti e possenti e gloriosi, Loro. Mica come adesso che tutto è rinsecchito e svilito e diminuito: il sapere, la conoscenza, il valore stanno nel Passato. Basta riscoprirlo, ristudiarlo, ri-editarlo….
Viviamo tempi di decadenza? Probabile. Insieme ai tempi, è decaduta pure la stroncatura e la figura stessa dello stroncatore. La causa è da ricercarsi nel marketing editoriale, la conventicola globale del lupo non mangia il lupo, io lo faccio a te e poi tu lo fai a me (le brutte cose innominabili che si fanno tra loro i “poeti laureati” e pure i narratori, laureati e non). Poi non lamentiamoci se la gente che legge s’avvezza a leggere schifezze e, peggio, ad apprezzarle pure. La cattiva letteratura, e in particolare quella di origine sarda, è molto peggio della pessima moneta. La quale, come sanno anche i pescatori cubani, scaccia la buona.

Dall’articolo Inediti di Giuseppe Ravera, pubblicato sul suo blog “Le Nuove Madeleine”, nel quale ragione su come a volte (per non dire spesso e senza pensare di dire solo “qualche volta”) pubblicate inediti solo perché firmati da grandi autori è cosa che alla letteratura fa bene come indossare scarpe nuove e comodissime per attraversare un campo minato. Soprattutto poi se l’inedito del “tal autore” è il tal autore stesso a pubblicar(se)lo.

Potete leggere l’articolo nella sua interezza cliccando sull’immagine (anch’essa “rubata” da lì) in testa al post; questo mio repost pur parziale vuole anche essere un rinnovato invito a leggere il blog di Ravera, sempre foriero di spunti interessanti e riflessioni deliziosamente argute.

Will Self, “Dr Mukti e altre sventure”

In verità io, di Will Self, ora non volevo leggere un’opera letteraria ovvero di finzione, anche se poi l’autore britannico mi era noto unicamente in questa veste. Poi, leggendo London Orbital di Iain Sinclair ho scoperto la sua notevole produzione psicogeografica, prodotta attraverso collaborazioni come columnist con alcuni dei principali giornali britannici e confluita poi in libri purtroppo non (ancora) editi in italiano. Per tale motivo, avendo nel reparto “libri da leggere” della mia biblioteca domestica Dr Mukti e altre sventure (Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2009, traduzione di Vincenzo Latronico; orig. Dr Mukti and Other tales of Woe, 2004), e avendo matura la curiosità di leggere qualcosa di Self, mi sono dedicato a tale opera ovvero raccolta di racconti – cinque, tutti piuttosto lunghi e in particolare il primo che dà parzialmente il titolo al libro.

Will Self scrive benissimo, l’accostamento da molti proposto alla produzione e allo stile di Salman Rushdie non è affatto campato per aria, anche se il surrealismo di Self è meno mitologico e più legato alla realtà contemporanea rispetto a quello di Rushdie. La componente psico- è ben presente, la si ritrova alla base di buona parte dei testi ed è forse l’ambito dal quale l’autore sa estrarre la più evidente componente ironica dei testi – anche se dovete prendere l’attributo “ironica” in modo parecchio lascio: non aspettatevi di ridere a crepapelle nel corso della lettura. Per tali motivi i testi si leggono con un certo piacere e tuttavia, per tutti quanti (eccetto l’ultimo, forse), la cosa che viene da pensare una volta conclusa la lettura è: «Ok, e quindi?» []

[Immagine tratta da lf-celine.blogspot.com, fonte qui.]

(Leggete la recensione completa di Dr Mukti e altre sventure cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La mortalità alle costole

«Non credo che valga la pena per lei fare testamento» mi disse l’avvocatessa. «Dovrà pagarmi per stilarlo, e pagare per depositarlo. Sinceramente… la sua roba non vale praticamente niente.» Il sudore le incollava la camicetta al reggiseno bianco.
«Non mi piace l’idea che lo Stato si appropri delle mie cose. Di nessuna di esse.»
Sul tavolo, un ventilatore frusciava avanti e indietro, spaginando i destini di uomini e donne.
«Capisco.»
Il distributore d’acqua fece un suono di bolle, forse stava andando in ebollizione?
«Sarei dannato per l’eternità al pensiero che anche un solo mio vecchio libro o calzino spaiato contribuisca con la propria essenza materiale al potere dello Stato.»
«Capisco» l’avvocatessa mi guardava via via più sospettosa. «E mi dica, c’è qualche ragione in particolare che la spinge a fare testamento proprio ora?»
«No, assolutamente no. La mortalità, però, ce l’abbiamo tutti alle costole, non crede?»

(Will Self, Dr Mukti e altre sventure, Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2009, pagg.244-245.)

Pranzi kafkiani

Kafka dopo cena andava immediatamente a letto fino alla una. Alla una si metteva a scrivere; alle quattro o alle cinque si ributtava a letto fino a quando doveva alzarsi per andare in ufficio. Il suo modo ideale di vivere e lavorare lo ha descritto in una lettera all’amica Felice del 14 e 15 gennaio 1913: «Ho pensato spesso che il miglior modo di vivere per me sarebbe di trovarmi nell’ambiente più interno di una cantina molto vasta e chiusa, col necessario per scrivere e una lampada. Mi verrebbe portato da mangiare, ma il cibo dovrebbe trovarsi sempre lontano dal posto dove sto, di là dalla porta più esterna della cantina. Il moto per andare a prendermi da mangiare, in veste da camera, camminando sotto le volte della cantina, sarebbe la mia unica passeggiata. Poi tornerei al mio tavolo, mangerei lentamente e con concentrazione e ricomincerei subito a scrivere».

(Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi Edizioni, 1979-2002, pag.80.)