Gli ammutinati della grande nave Mondazzoli: codardi, prudenti, eroi o che altro?

Il gruppo di "ammutinati Mondazzoli", ora equipaggio della nuova "Nave di Teseo" varata da Elisabetta Sgarbi.
Il gruppo di “ammutinati Mondazzoli”, ora equipaggio della nuova “Nave di Teseo” varata da Elisabetta Sgarbi.

Da bravo insider nel mondo editorial-letterario nazionale trovo parecchio significativo e divertente (ma pure inquietante, a osservare dalla parte opposta) quanto sta accadendo intorno a Mondazzoli, la nuova e possente corazzata dell’editoria italiana nata dalla fusione di Mondadori e Rizzoli per dominare senza rivale alcuno i mari editoriali nazionali. E mi pare divertente oltre che consono pure restare nella metafora nautico-marina, visto che pure altri ben più titolati di me hanno deciso di avvalersene.
Or dunque c’è in corso un bell’ammutinamento con relativo abbandono della nave: prima Antonio Franchini, considerato uno tra i migliori editor italiani ergo punta di diamante di Mondadori, che prima del varo della nuova corazzata ha preso il primo salvagente che ha trovato e se ne è fuggito verso Giunti, vascello da diporto solcante acque apparentemente (per ora) più sicure. Poi è stato il turno di Roberto Calasso, marinaio di lungo corso e grande esperienza delle agitate acque editoriali italiche, che ha calato in mare la propria raffinata scialuppa Adelphi ed è tornato verso (proprie) rive più tranquille. Prima ancora la stessa cosa l’aveva fatta Rosellina Archinto con la propria omonima barca, ancor più piccola e dunque ancor meno bisognosa di irruenti flutti mossi da prue di navi troppo grandi.
Ora invece è la volta di un folto gruppo tra marinai e ufficiali, al comando dell’ammiraglia Elisabetta Sgarbi, che non solo abbandona la corazzata Mondazzoli ma addirittura vara pure una nuova imbarcazione editoriale, La Nave di Teseo (ecco perché poco fa dicevo che la metafora nautico-marina in corso m’appare divertente e consona) sulla quale prendono in largo vecchi e giovani lupi di mare quali Umberto Eco, Sandro Veronesi, Furio Colombo, Pietrangelo Buttafuoco e molti altri – pure con esperienze di navigazione in mari più esotici, come Tahar Ben Jelloun, Michael Cunningham e Hanif Kureishi.
Insomma, tirando le somme di tutto ciò, un ammutinamento bello e buono, appunto. E perché, poi, questa fuga peraltro parecchio urgente da una corazzata così possente e apparentemente dominante, dunque in grado di offrire notevoli vantaggi e risorse per chi a bordo di essa solchi i mari assai agitati, appunto, dell’editoria nazionale, oltre che irti di scogli e secche pericolose? Per un improvviso e irrefrenabile bisogno di libertà di navigazione? Perché qualcuno teme che la pur possente nuova nave faccia la fine ingloriosa della Costa Concordia, e per motivi simili? Per mere ragioni politiche – come già supposto da qualcuno?
Forse, la risposta più valida a questa domanda sta classicamente nel mezzo, e compendia queste come altre ipotesi in merito. Sicuramente, poi, ogni “ammutinato” ha sue buone ragioni e convenienze particolari, vista anche la differente sostanza dei natanti fuggiti. Nel frattempo mi viene di pensare già al futuro, ovvero alle conseguenze di tutto quanto sopra raccontato, e specularci sopra, dacché in ogni caso è in corso una bella tempesta nel mare editoriale italiano, le cui ripercussioni potrebbero risultare pesanti oltre che, almeno al momento, impensabili. E comunque, appunto, volendo speculare, vi dico che a mio parere, tra un tot di anni, la situazione potrebbe essere la seguente: una corazzata Mondazzoli che finirà frequentemente in acque basse – se non in pericolose secche – con i suoi comandanti i quali, constatando di non poter solcare maestosamente i mari editoriali come desiderato, penseranno seriamente di vendere l’intero naviglio a qualche altro armatore – magari estero, magari dotato di una nave ancor più grande e in grado di trasferire tutto il carico sulla propria per mandare la prima allo smantellamento; e tanti piccoli/medi/grandi (ma non troppo) navigli che solcheranno le agitate acque suddette navigando (salvo qualche caso fortunato) sempre più a vista tra scogli, iceberg, onde anomale, magari pure qualche pericolosa mina inesplosa, in certi casi preoccupati di vedere sugli strumenti delle loro plance di comando segnali economici frequentemente rossi e inquietantemente lampeggianti, e angosciati nel vedere il livello delle acque intorno ai propri scafi sempre più basso.
Già, perché alla fine, che si navighi su imponenti corazzate o su instabili bagnarole, quello che conta è che ci sia dell’acqua su cui navigare, e che ce ne sia a sufficienza. E l’acqua in oggetto, in qualsiasi mare editoriale, è portata da fiumi che si chiamano lettori, lettura, buoni libri, bravi scrittori, cultura diffusa, supporto istituzionale… Se viene a mancare quest’acqua fondamentale, beh, appunto, c’è e ci sarà ben poco non solo di che navigare, ma nemmeno di che nuotare.

P.S.: ah, ma guarda… stupidamente mi rendo conto ora che pure il nome di battesimo dell’attuale comandante della corazzata Mondazzoli è “Marina“! La metafora nautica è completa, dunque!

INTERVALLO – Messina, Libreria itinerante “Libertina”

libertina1Libertina è una libreria itinerante per ragazzi ospitata in una roulotte che da Messina si sposta di città in città per tutta la Sicilia, al fine di diffondere la letteratura per ragazzi con un’offerta di più di 600 titoli, inclusi anche libri per bambini non vedenti (testi tattili, in alfabeto Braille o con il linguaggio in simboli Wls) o dislessici (con font e carta particolari).
Il progetto è nato nel dicembre 2014 da un’idea di Giovanni Mauritano, originario di Messina, un libraio di 47 anni proveniente dalle grandi catene Feltrinelli e Mondadori. Giovanni nelle sue esperienze in libreria ha sempre curato la sezione per ragazzi, e riprendendo l’idea dei vecchi cantastorie ha deciso di riportare la magia per strada affascinando i più piccini non solo con i libri ma anche con reading e laboratori letterari dedicati.

libertina2libertina3libertina4Cliccate sulle immagini per visitare la pagina facebook di Libertina (dalla quale ho tratto le stesse foto qui pubblicate).

Perché il futuro del nostro mondo dipende (anche) dai libri e dalla lettura (da una “lectio magistralis” di Neil Gaiman)

NeilGaimanDa tempo Neil Gaiman è diventato uno dei più noti e fervidi ambasciatori dei libri e della lettura, attraverso interventi pubblici sempre intensi e sovente illuminanti.
Come quello tenuto il 14 ottobre 2013, quando la Reading Agency, un’agenzia no profit del Regno Unito che si occupa di promuovere la lettura e l’alfabetizzazione, ha invitato lo scrittore a tenere una lectio magistralis sull’importanza delle biblioteche, della lettura e dell’immaginazione, in particolare per giovani e bambini. L’intervento, che si è tenuto nella sede londinese dell’istituzione, è stato poi ripreso da molti giornali – in particolare da un lungo articolo del Guardian – mentre in questo caso il brano che vi voglio proporre lo traggo dal sito fumettologica.it, che vi ha dedicato a sua volta un articolo (firmato da Donato Sambugaro) che di citazioni della lectio magistralis di Gaiman ne contiene molte altre, con relative considerazioni.
Il brano è in buona sostanza la parte finale dell’intervento dello scrittore inglese, nella quale egli indica gli “obblighi” ovvero i doveri (in verità piaceri intensi) che tutti noi – lettori e scrittori – dovremmo mettere in pratica affinché il mondo e la sua civiltà non possano e non debbano fare a meno dei libri, per non sprofondare in una condizione di barbarie culturale, intellettuale, sociale e quant’altro inesorabilmente letale.

I libri sono il modo in cui comunichiamo con i morti, il modo da cui impariamo lezioni da coloro che ci hanno preceduto. Io penso che abbiamo delle responsabilità verso il futuro. Tutti noi – come lettori, come scrittori, come cittadini – abbiamo degli obblighi. Ho pensato di elencarne alcuni qui.
Abbiamo l’obbligo di leggere per piacere, in privato e in pubblico. Se leggiamo, o se altri ci vedono leggere, impariamo, esercitiamo la nostra immaginazione. Mostriamo che leggere è una cosa buona.
Abbiamo l’obbligo di sostenere le biblioteche. Di usare le biblioteche, di incoraggiare altri a farlo, di protestare per la chiusura delle biblioteche. Se le biblioteche non vengono valorizzate, si silenziano le voci del passato e si danneggia il futuro.
Abbiamo l’obbligo di leggere ad alta voce per i nostri figli. Di leggergli cose che gli piacciono. Di leggergli storie di cui noi ci siamo già stancati. Di fare le voci, di renderle interessanti, di non smettere di leggere solo perché sanno leggere da soli.
Abbiamo l’obbligo di usare la lingua. Per metterci alla prova, per scoprire cosa le parole significano e come utilizzarle per comunicare chiaramente. Non dobbiamo provare a congelare il linguaggio, a farne una cosa morta e da riverire. Dobbiamo usarlo come una cosa viva, che scorre, e permettere ai significati di cambiare con il tempo.
Abbiamo un obbligo noi scrittori, e soprattutto noi scrittori per bambini. L’obbligo di scrivere cose vere, particolarmente quando creiamo storie di persone che non esistono in luoghi immaginari: per far capire che la verità non è ciò che accade ma ciò che ci dice qualcosa su ciò che siamo. Dopotutto, la narrativa è una bugia per raccontare la verità. E mentre dobbiamo dire ai nostri lettori cose vere, e dare loro armi e armature, e trasmettere quel poco di saggezza che abbiamo guadagnato nella nostra breve esistenza, abbiamo l’obbligo di non fare la predicare o la ramanzina, di non spingere giù a forza nella gola dei nostri lettori bocconi premasticati di moralità, come fanno gli uccelli quando danno le larve ai loro piccoli. E abbiamo l’obbligo di non scrivere mai per dei bambini, mai e in nessuna circostanza, qualcosa che non vorremmo leggere noi stessi.
Abbiamo l’obbligo di capire che come scrittori per bambini il nostro lavoro è importante, perché se facciamo male il nostro lavoro e scriviamo libri noiosi che allontanano i bambini dalla lettura, abbiamo sminuito il nostro e il loro futuro.
Abbiamo l’obbligo – noi tutti, adulti e bambini, scrittori e lettori – di sognare a occhi aperti. Abbiamo l’obbligo di immaginare. È facile far finta che nessuno possa fare niente per cambiare il mondo, che la nostra società sia enorme e che gli individui non contino nulla. Ma la verità è che gli individui possono cambiare il loro mondo, gli individui danno forma al futuro e lo fanno immaginando che le cose possono essere diverse.
Abbiamo l’obbligo di rendere le cose belle. Non lasciare il mondo più brutto di quanto lo abbiamo trovato, non svuotare gli oceani, non lasciare i nostri problemi alle generazioni future. Abbiamo l’obbligo di pulire dopo il nostro passaggio, e non lasciare ai nostri figli un mondo che in maniera miope abbiamo incasinato, deprivato, menomato.
Abbiamo l’obbligo di dire ai nostri politici cosa vogliamo, e di votare contro i politici – di qualunque parte siano – che non capiscono il valore della lettura nella creazione di cittadini consapevoli, e che non vogliono agire per preservare la conoscenza e incoraggiare l’alfabetizzazione. Non è una questione politica, è una questione di umanità.
Ad Albert Einstein fu chiesto una volta come fosse possibile rendere i bambini più intelligenti. La sua risposta fu semplice e geniale: “Se volete che un bambino sia intelligente leggetegli delle favole. Se volete che diventi più intelligente, leggetegli più favole”. Aveva capito il valore della lettura e dell’immaginazione. Spero che potremo dare ai nostri figli un mondo in cui leggeranno, e saranno letti, e immagineranno, e capiranno.

(P.S.: l’articolo completo pubblicato da fumettologica.it lo trovate anche qui.)

Quando Milano era una città acquatica – e se potesse tornare ad esserlo…

naviglio1Per ciò che è rimasto, e per lo stato in cui sovente versa, pensare oggi a Milano come una città d’acqua sembrerebbe una vera e propria stravaganza. Invece un tempo lo è stata, e in modo anche evidente. Tra fiumi, rogge, canali, navigli, darsene, conche, derivazioni e vie d’acqua varie e assortite su tante delle quali navigavano natanti d’ogni sorta che portavano merci fino a pochi passi dal centro (i marmi del Duomo, ad esempio, furono trasportati in città a bordo di chiatte che solcavano il Naviglio Grande: probabilmente le cagnone, lunghe 23,50 m, larghe 4,75 m e che portavano fino a 40/50 tonnellate di merci), Milano non aveva nulla da invidiare a tante altre città notoriamente “acquatiche”. Una peculiarità che non aveva soltanto funzioni meramente pratiche, ma senza dubbio regalavano alla città un’estetica urbana assolutamente specifica e affascinante.
Poi però l’incipiente dittatura dei veicoli a motore – di servizio prima e privati poi – richiese e impose una deprecabile e miope decisione, per la quale la maggior parte delle vie d’acqua cittadine vennero coperte e interrate per fare spazio alle carreggiate di nuove strade. Decisione peraltro comune, nel Novecento, ad altre realtà di trasporto “sostenibile”, un tempo esistenti (si pensi ad esempio alle molte ferrovie che per molti territori rappresentavano il messo di trasporto di cose e persone principale) e poi soppresse ed eliminate per gli stessi – spesso assai interessati – fini.

La Darsena nell'800, con l'imbocco verso la conca di Viarenna.
La Darsena nell’800, con l’imbocco verso la conca di Viarenna.
Per quanto riguarda Milano, la questione della perdita dell’idrografia originaria cittadina ricorda per certi aspetti altri simili casi, ad esempio quello della cosiddetta Servitù del Resegone, della quale già ho disquisito qui nel blog. Anche in tema di vie d’acqua scomparse valgono le stesse riflessioni che allora facevo, su come un concetto di sviluppo sovente legato a mere convenienze del momento (e ai relativi interessi, spesso di pochi a scapito di tanti) ha portato ad una trasformazione in negativo dell’estetica urbanistica delle nostre città, causando per giunta e non di rado (cosa ben peggiore) una perdita di identità urbana, dell’anima cittadina, del peculiare genius loci, insomma, con inevitabili ricadute sociologiche e antropologiche sugli abitanti della città e sulle loro vite. E queste riflessioni ovviamente valgono per Milano così come per qualsiasi altra città, paese, villaggio, territorio urbano antropizzato che abbia subito simili trasformazioni.
Sia chiaro: le città si trasformano, deve essere così per fortuna che è così da sempre. Tuttavia la loro trasformazione può dirsi proficua soprattutto se viene salvaguardata l’identità cittadina, se il genius loci resta riconoscibile, determinato e determinante. Altrimenti il rischio è quello di non riscontrare più differenze tra una città e l’altra del pianeta, ovvero di una globalizzazione estetica omnimassificante con conseguente dissonanza cognitiva urbana, culturale e antropologica. E’ lo stato per il quale il residente di un luogo si ritrova dissociata da esso, come se fosse straniero a casa propria.

Il Naviglio della Martesana inizia il suo percorso sotterraneo.
Il Naviglio della Martesana inizia il suo percorso sotterraneo.
Tornando a Milano, fortunatamente negli ultimi tempi da più parti ci si è resi conto del danno cagionato alla città, e in alcuni casi si è cercato di mettervi riparo – nella speranza che siano (solite) operazioni di facciata con scopi ben più politico-elettorali che di effettiva rinascita urbanistica. Uno dei progetti più interessanti riguarda il recupero del Naviglio della Martesana, che un tempo collegava il centro di Milano con il fiume Adda. Ne parla questo servizio video di tvsvizzera.it.
Sarebbe certamente un primo e importante passo, tra quelli fattibili e realizzabili, per recuperare anche quella meravigliosa storia d’acque cittadine e riportarla ai giorni nostri, il che rappresenterebbe un valore aggiunto enorme per la città, ben più che tanti pur mirabili – e ribadisco mirabili, ma spesso ben poco identitari (appunto) – grattacieli di prestigiose archistar.

Lavandaie lungo la Roggia Boniforte in via Argelati, nel 1940.
Lavandaie lungo la Roggia Boniforte in via Argelati, nel 1940.
Per approfondire il tema delle vie d’acqua storiche di Milano potete leggere qui un ottimo e dettagliato articolo, tratto dal sito storiadimilano.it.

P.S.: Dal 12 novembre e fino al 14 febbraio 2016, la mostra Milano, città d’acqua, a cura di Stefano Galli, racconterà proprio la storia acquatica della città, attraverso 150 immagini d’epoca provenienti da archivi pubblici e privati oltre a documenti inediti e materiale cartografico per testimoniare la ricchissima presenza d’acqua in città fin dalla sua fondazione, come elemento cardine attorno al quale si è costruita la fisionomia dell’urbe, la sua prosperità e la sua fortuna storica. Per saperne di più visitate il sito web della mostra, qui.

Chiari-Pisa: 300 km di strada, anni luce di buon senso

11160_asini-1Domenica (8 novembre, n.d.s.) sono stato alla Rassegna della Microeditoria di Chiari, uno dei migliori eventi dedicati alla piccola e media editoria indipendente nazionale il quale tradizionalmente si svolge durante il secondo weekend di novembre. Come sempre una bella manifestazione, buona affluenza di pubblico, ospiti interessanti e parecchi amici editori da ritrovare e salutare.
Anche il Pisa Book Festival, fiera dell’editoria indipendente che si svolge nella città toscana, è un bell’evento, rinomato e celebrato. Mi piacerebbe visitarlo con frequenza annuale, come faccio con Chiari, ma non posso. Così come vorrebbero ma non possono farlo tanti altri, e così come parecchi piccoli ma interessanti editori vorrebbero avere uno stand in entrambi gli eventi, ma non riescono. Perché tutti noi, almeno al momento, non abbiamo il dono dell’ubiquità. Già, perché – spiego meglio – due eventi così interessanti per lo stesso ambito editoriale nazionale, si svolgono nelle stesse identiche date – durante il secondo fine settimana di novembre, appunto.
Ne scrivo ora che tutto è finito per evitare polemiche e mi chiedo – probabilmente ve lo chiederete anche voi: che senso può avere una cosa del genere? Cui prodest? Ne ho parlato per l’intera giornata con tanti operatori del comparto editoriale indipendente presenti a Chiari e con altri lettori abituali visitatori di eventi del genere: beh, francamente non siamo riusciti a darci una buona risposta. Qualche editore, peraltro, ha deciso di essere effettivamente presente in entrambi gli eventi, ma potete ben immaginare le difficoltà logistiche e i sacrifici sostenuti – stiamo parlando di piccole-piccolissime realtà imprenditoriali dove spesso, per contare le persone che lavorano, le dita di una sola mano sono ben più di quanto serva.
Ora: le considerazioni sostenute ieri in merito saranno state certamente superficiali; possiamo pure ammettere che Pisa si sia sovrapposta a Chiari – il cui evento, bisogna dirlo, è da sempre piazzato in quel punto del calendario mentre il festival pisano è più errante, in tal senso – per ragioni inderogabili e incontrovertibili, e in ogni caso qui non voglio muovere alcuna accusa in un senso o nell’altro, ci mancherebbe. Tuttavia, ribadisco, chiunque abbia constatato la cosa non ha potuto evitare un più o meno ampio sconcerto, addirittura paventando motivi di (inopinato) mutuo sgarbo per chissà qual ragione: speculazioni, certo, ma di difficile confutazione, visti i fatti, e soprattutto pressoché inconfutabili agli editori i quali, ribadisco, si sono ritrovati nella maggior parte dei casi a dover drasticamente scegliere l’evento nel quale essere presenti. E fate conto che un piccolo editore conta molto su tali eventi pubblici per farsi conoscere, primo, e per vendere in modo cospicuo i propri libri come altrimenti impossibile, secondo. Due necessità vitali, inutile rimarcarlo.
Posto quanto sopra – e datemi pure del malevolo, dopo aver letto quanto state per leggere – mi risulta difficile non constatare che dietro tale sovrapposizione/contrapposizione vi sia parecchia mancanza di buon senso. Già il settore dell’editoria indipendente nazionale è in balìa di infinite traversie, non solo commerciali, nonché delle mire oligo-monopolistiche della grande editoria e della distribuzione ad essa legata – e facciamo finta di non considerare le sempre più deprimenti statistiche sullo stato della lettura in Italia… Ci manca solo che ci si danneggi vicendevolmente in questo modo, finendo per “rubarsi” pubblico, editori (soprattutto) e attenzione mediatica nazionale!
Di contro – sarò sempre malevolo, vedi sopra – mi viene pure da considerare, sarcasticamente, che tutto ciò è assai emblematico del clima che (purtroppo) si respira nell’editoria indipendente nazionale, nella quale per controbattere la prepotenza commerciale e industriale (nonché politica) della grande editoria si fatica ancora terribilmente a fare rete, a creare un fronte comune attivo e reattivo, a seguire il vecchio e sempre valido precetto “l’unione fa la forza”. Si fatica a capire, per essere chiari (aggettivo e non toponimo, qui!), che se non si farà qualcosa per guarire dalla debolezza strutturale della filiera indipendente e diventare un soggetto il più possibile univoco e prestante ai vari tavoli di trattativa commerciale e politica, ci si presterà soltanto al gioco della grande editoria e delle sue mire di dominanza sempre più assolute.
E, se così posso dire, sarebbe il caso di non far diventare quei 300 km (scarsi) citati nel titolo del presente articolo una distanza ben più ampia, se non incolmabile, tra sorte avversa e buon senso, ecco.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.