Torino: Salone del Libro, o Solone? Alla ricerca del senso odierno della kermesse torinese – sempre che vi sia…

d5feac9f0dc3656e28f2ef965ab044afPreciso da subito: a differenza di molti altri, non sono mai stato un denigratore del da poco concluso Salone del Libro di Torino, nonostante abbia sempre considerato le motivazioni dei contrari sovente comprensibili e sostenibili. Tuttavia, voglio dire, un evento come quello torinese ho sempre pensato (e lo penso tuttora, pur con i distinguo che puntualizzerò di seguito) che tutto sommato ci stesse, una volta l’anno, in un panorama editoriale comunque importante come quello italiano, anche se di esso inglobava – e ingloba – i suoi elementi più popolani e provinciali, per così dire, dando la costante impressione di una gigantesca sagra paesana nella quale ti aspettavi di veder spuntare oltre uno dei suoi angoli il banco di vendita delle salamelle – che poi è a suo modo effettivamente spuntato, da un paio d’anni a questa parte, con l’ingresso delle zone dedicate alla moda della cucina.
Posto ciò, e accettando tale sua natura da ipertrofico mercato rionale, appunto, non si può non tornare a considerare la realtà alla quale il Salone fa riferimento coi suoi dati concreti i quali – lo sapete bene – fotografano ormai da tempo una situazione della lettura in Italia sempre più asfittica e depressa. Dunque, ugualmente non si può tornare a non porsi un dubbio già altrove sollevato in passato senza che mai qualcuno abbia saputo diradarlo in modo efficace – cosa peraltro assai ostica, visti i suddetti dati: ma il Salone del Libro di Torino, oggi, ce l’ha ancora un senso? Serve ancora a qualcosa? O è ormai una sorta di circo Barnum del libro, che una volta smontato l’annuale tendone lascia solo un prato calpestato e disseccato? Un evento così grande, e grandemente promozionato, sostenuto, glorificato da più parti, come si può relazionare con la costante caduta verso l’abisso del numero di libri venduti, dei lettori e della generale (nonché al momento apparentemente inarrestabile) crisi del settore editoriale nazionale?
Tali domande quest’anno risultano ancora più consone, stando alle voci sulla fine della gestione organizzativa del Salone da parte del duo Rolando Picchioni-Ernesto Ferrero e sull’eventuale loro successione. Un duo che ha consolidato negli anni una sorta di format espositivo sostanzialmente immutato/immutabile: Torino da tempo è quello che si può constatare ogni volta che si entra nei padiglioni del Lingotto, sempre lo stesso, con varianti minime e comunque prettamente di forma, non di sostanza. Ed è un format senza dubbio profondamente nazional-popolare (volevo scrivere populista ma sono rinsavito all’ultimo), che puntualmente misura il proprio successo sul numero di visitatori conseguito – sempre in prodigioso aumento, anche quest’anno e chissà per qual strabiliante miracolo, mah… – o su altri dati simili, molto di facciata, da titolone mediatico, anziché basarsi su risultati meno appariscenti ma probabilmente più utili alla buona salute del comparto editoriale. Ma, forse, il salone degli ultimi anni – se non da sempre – nemmeno punta ad ottenere frutti strategici di tale natura, e in ogni caso, torno al nocciolo della questione, il dato sulle affluenze record al massimo evento editoriale nazionale contrapposto a quello sul sempre minor numero di lettori, cioè di quelli che gli editori li tengono in piedi, è questione da storcimenti di naso parecchio intensi e dolorosi.
Certo, qualcuno potrebbe di contro obiettare che, senza il Salone di Torino, la situazione potrebbe pure essere peggiore. Senza dubbio, non si può controbattere efficacemente a un’obiezione del genere, semmai si potrebbe rilanciare: e se la formula del Salone alla fine dei conti risulta controproducente, per la vendita di libri e la diffusione della lettura? Sì, proprio così: non più un Salone ma un Solone dei libri, un evento saccente, troppo retorico, troppo ridondante, senza un’effettiva strategia culturale alla base ma con mere, semplicistiche visioni commerciali, una sorta di ipermercato del libro che non faccia nulla per abituare i propri clienti alla qualità dei propri prodotti ma punti tutto sulla quantità. Un evento, insomma, che si proclama paladino dei libri ma che alla fine ne diventa un (pur involontario) persecutore.
Una buona risposta a tutto ciò – batto di nuovo lo stesso chiodo, e continuerò a farlo anche in futuro – può venire dall’editoria indipendente. L’ultima ricerca Nielsen sul mercato editoriale italiano, presentata proprio a Torino durante il Salone, rivela che, a fronte di un’ennesima, drammatica perdita del 4% nel volume di vendita di libri nel primo quadrimestre 2015, la grande distribuzione organizzata ha perso nel il 14,8% di copie vendute, mentre le librerie indipendenti segnano un +2,4%, dato positivo che da anni non si riscontrava. C’è da riflettere su cosa possa significare tutto ciò per un Salone che immancabilmente e palesemente ogni anno offre la massima considerazione ai grandi editori – ovvero ai padroni della distribuzione organizzata e ai diffusori dei tipici libri di essa, che con la letteratura autentica hanno sempre meno di che spartire, anche questo lo sapete bene – relegando nella “periferia” dei suoi padiglioni gli editori indipendenti, nonostante basti una rapida occhiata alle loro proposte per capire quanta ottima qualità vi sia tra di esse ovvero, appunto, quanta buona letteratura, se confrontata ai libroidi messi in bella evidenza dai grandi editori come fossero cellulari alla moda. Una buona cosa che il Salone del futuro dovrebbe cercare di conseguire, insomma, potrebbe proprio essere il riequilibrio tra la componente editoriale industriale e quella indipendente, ponendosi come ponte, come elemento di contatto e di “traduzione” delle rispettive esigenze commerciali e culturali al fine di trovare accordi virtuosi per entrambi. Dovrebbe tornare ad essere un’occasione strategica per tutto il settore editoriale, di analisi e di proposizione, di progettualità e di visioni future – ciò che, nel loro piccolo già dimostrano di fare i piccoli editori anche nell’ambito del Salone stesso.
Ora come ora, risulta evidente che un evento pur in grande stile come quello torinese non stia apportando significativi vantaggi al mondo di cui è rappresentanza. Personalmente credo che non ci sia molto da rallegrarsi nel sapere che anche quest’anno il Salone ha battuto il record di affluenza precedente registrando uno 0,7% in più di visitatori, se poi leggo che si è perso un ulteriore 4% di vendite librarie; preferirei senza alcun dubbio leggere dati opposti. Il circo nazionale del libro può certamente divertire e intrigare per quella singola giornata di visita nei suoi tendoni, ma se poi non lascia dietro di sé nulla di buono rischia realmente di trasformarsi da dilettevole spettacolo circense a futile teatrino di burattini – burattini capaci solo di vantarsi di quanti libri si è venduto senza curarsi di quali libri siano, di quanta cultura della lettura sappiano essi portare con sé e diffondere, e incapaci di capire se anche domani, e non solo oggi, vi saranno ancora motivi validi per quei loro vanti.
Dunque, per concludere: ma sì, ben venga il Salone, anno dopo anno, con tutto il suo carrozzone luccicante e un po’ kitsch; ma poi il libro e i lettori esistono anche nei restanti 360 giorni dell’anno. Non lo si dimentichi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

L’editoria scema, sempre di più (Eliselle dixit)

In cinque anni di esperienza in libreria e in dieci nell’editoria, posso dire che non solo va sempre peggio [la professionalità delle figure va scemando in ogni ambito e in ogni punto della ‘catena’, mentre vanno aumentando in modo imbarazzante lassismo e menefreghismo], ma l’eroicità degli autori [quelli che si fanno il mazzo, mica quelli finti], che nonostante le schifezze che vedono e subiscono continuano a portare avanti la propria passione al di là di profitto [inesistente] e soddisfazioni [solo grazie a quei pochi che riconoscono le loro capacità] andrebbe davvero premiata. Quantomeno con un “grazie per la tua capacità di resistenza, ce ne fossero!”

10628293_10204936920970720_6215415472976937164_nParola di Elisa Eliselle Guidelli, non solo una mirabile e poliedrica scrittrice, ma pure una che l’ambiente editoriale lo vive da dentro e, last but not least (anzi!) una libraria. La quale dunque, in poche parole ma con grande chiarezza e consapevole lucidità, riesce a fotografare bene la situazione generale dell’editoria nostrana e di quei pazzi che per mera e irrefrenabile passione verso la letteratura ci stanno dentro, come in balìa di una specie di leviatano decerebrato che sta finendo inesorabilmente per distruggere sé stesso.
Di sicuro, in antitesi al titolo di questo post (e al senso della citazione riportata) Matilda_1sarà proprio il prossimo lavoro di Elisa Guidelli, Il romanzo di Matilda, del quale potete conoscere ogni cosa qui oppure cliccando sulla copertina (ancora provvisoria, al momento) lì sopra. Perché la buona letteratura, se mai dovrà morire, prima andrà al funerale dei suddetti e sempre più scemanti editori. E mi auguro si divertirà un sacco.

L’Essenza (un racconto inedito)

Un racconto inedito, tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Buona lettura!

landschaft_1L’Essenza

Le imposte di legno inumidite dalla guazza antelucana rilasciavano lievissimamente un inconfondibile olezzo di bosco allorquando i primi caldi raggi di Sole superavano con il loro consueto ardore la linea delle alte montagne ad oriente per illuminare le case del villaggio, prima quelle più alte sui versanti occidentali, poi via via le altre e l’intera vallata. E quel gentilissimo profumo, delicato eppure così intenso, rappresentava per Matti la più meravigliosa sveglia di fragranza, annunciante meglio d’ogni altra cosa una nuova giornata dal cielo azzurro e sgombro di nubi. Ma non solo: il cinguettare allegro di mille uccelli sui pini appena fuori la casa; lo scampanio delle mandrie ormai ben distribuite per tutta l’ampiezza dei vasti alpeggi intorno; il vociare dei contadini e dei boscaioli e dei lavoratori della montagna intenti nelle proprie attività quotidiane… una nuova, bella mattina!
La madre del giovane giungeva allora velocemente, ben ligia ad un incarico del quale il figlio da tanto tempo l’aveva incaricata e di cui si sentiva doverosamente investita: l’apertura delle imposte della stanza da letto, quelle che davano direttamente sulla maestosa bellezza della Grande Montagna, sulle sue vette, sulle sue pareti e sui suoi ghiacciai, così che i profili di legno scuro della finestra divenivano una favolosa cornice per un quadro che forse mai pur grande artista avrebbe potuto pienamente eguagliare, con la sua arte.
La freschissima e frizzante aria della mattina di montagna penetrava allora nel piccolo locale, come una dolcissima ma fremente scarica di energia, un’energia naturale, ancestrale, indescrivibile eppure capace di dar vigoria ad ogni cosa più di chissà qual’altra forza. Penetrava a cavallo della purissima luce mattutina, resa ancor più preziosa nel suo fulgore dalle immacolate nevi della Grande Montagna, che parevano divenire specchio per ogni luminosità presente nell’Universo, pure di quella stellare oramai nascosta dalla chiarezza possente del cielo diurno.
Matti sentiva questo favoloso prodigio sulla propria pelle, quasi che i brividi causati dalla fresca temperatura fossero in realtà fremiti dovuti proprio a quella misteriosa energia; sentiva tutta la bellezza del momento, tutta la maestosa gloria di un incantesimo rinnovato ogni giorno e ogni giorno diverso dal precedente; sentiva tutta l’incredibile eufonia verso cui tendeva ogni pur minima essenza presente in Natura, così aumentandola come un virtuale crescendo sinfonico. Era come se la Natura melodiasse la sua infinita bellezza in una possente ouverture la cui direzione spettasse, per meriti insindacabili, soltanto alla solennità della Grande Montagna e a niente altro. La mente annebbiata dal torpore del sonno notturno pareva aprirsi come la corolla di un grande cardo all’apparire del Sole, pareva a quella luce agganciarsi come per il moto di un girasole, di quella nutrirsi per un processo di fotosintesi clorofilliana nel quale unica e abbondante produzione fosse quella di emozioni, di fortissime e parimenti dolcissime sensazioni, di impressioni come di immagini che nella loro vaghezza riponevano tutta l’indescrivibile bellezza.
Matti percepiva l’ingresso dall’esterno nella propria piccola stanza della più profonda essenza di ogni cosa e di ogni elemento: ognuno dei flebili bagliori la cui somma e compendio determinava ogni immagine di luce degli elementi del paesaggio esterno, ogni piccola, infinitesima parte olezzante dei profumi della legna, dell’erba umida di rugiada, dei fiori nei campi, del latte munto nelle vicine stalle e del burro conservato nelle cantine delle case e di ogni attività umana, così come di ogni minimo soffio della brezza che allietava la mattina discendendo ben carica di freschezza dagli alti circhi ghiacciati della Grande Montagna. Qualsiasi elemento raccontava la propria essenza, la esplicava con gli strumenti offerti dalla Natura, rivelando ognuno in quell’ancestrale discorso il proprio piccolo ma fondamentale segreto – come nello sfogliare le pagine d’un grimorio medievale, ricco di formule magiche che, nella loro interezza, fornivano la chiave d’accesso ad una dimensione superiore, una dimensione favolosa, mitica quale per Matti era il mondo là fuori dalle mura domestiche, ed in particolare quel mondo al cui centro s’elevava imponente e maestosa la mole turrita e merlata del “castello” della Grande Montagna.
E quella montagna Matti sapeva di conoscere perfettamente, pur se mai v’era salito. Essa si ricreava ogni mattina, ad ogni apertura delle imposte, nell’angusto spazio della propria camera da letto, meravigliosamente concentrata per l’effetto d’una misteriosa magia con tutta la propria bellezza, la propria grandezza, la propria raggiunta irraggiungibilità, come se i ghiacciai e i nevai, le pareti, le vette, i pascoli, gli alpeggi e i boschi, le vallate con i propri zampillanti corsi d’acqua, i pittoreschi villaggi ed i mille sentieri riflettessero la propria naturale avvenenza in quel piccolo spazio, ed unicamente in onore al giovane uomo per quei pochi, stupendi, prodigiosi istanti.
Forse sarebbe salito un giorno, con l’aiuto di qualcuno, pure sulla vetta massima della Grande Montagna: e allora, chissà, la situazione si sarebbe ribaltata, nella constatazione che in realtà nessun muro chiudesse la piccola stanza da letto dalla quale egli per tanti anni aveva volto gli occhi quassù, nessun muro per un’anima capace di riconoscere l’essenza più profonda di ogni piccola grande emozione.

Poi Matti s’accostava alla sedia accanto al letto, si vestiva con la solita cura degli abiti quotidiani. Seguendo col tocco della mano la parete a destra, sulla quale luccicava una stupenda piccozza da ghiaccio – regalo di amici alpinisti – andava in bagno per rinfrescarsi. Fatto ciò giungeva la madre, per accompagnarlo al piano inferiore per la colazione, poi porgeva al giovane il bastone bianco che ne agevolava il movimento nel mondo invisibile, fra tutte quelle cose di cui egli non discerneva la forma ma assai bene percepiva l’essenza – così che egli potesse uscire, camminare un poco, andare per i dolci prati adiacenti alla casa e respirare a pieni polmoni quella fresca aria discendente con la solita, meravigliosa briosità dalla sua tanto amata Grande Montagna.

Mikael Niemi, “L’uomo che morì come un salmone”

cop_uomo_salmoneIl paradiso in terra non esiste. Banale dirlo, ma quando poi si constata che anche quelle zone del pianeta unanimemente considerate tra le più avanzate, economicamente, civicamente, socialmente eccetera – tanto da risultare puntualmente ai primi posti delle classifiche con cui i vari istituti di ricerca rilevano tali peculiarità – hanno pure esse qualche scheletro nell’armadio, si resta inevitabilmente sconcertati. Che poi quell’armadio sia mantenuto chiuso da una situazione generale certamente migliore che altrove – in altri paesi si spalancherebbero in men che non si dica – è cosa certamente rimarcabile, d’altro canto non si può non riflettere – altrettanto banalmente tanto quanto realisticamente – che un certo benessere diffuso non basta per annullare elementi di scontro sociale potenzialmente pericolosi. Anche quando essi possano sembrare del tutto trascurabili, come il parlare nello stesso paese due lingue diverse, una nazionale e l’altra nazionalista, se così posso dire.
L’uomo che morì come un salmone, ultimo romanzo edito in Italia dello scrittore svedese Mikael Niemi (Iperborea, 2011, traduzione di Laura Cangemi; orig. Mannen som dog en lax, 2006) affronta proprio questa tematica e lo fa con cognizione di causa, dato che Niemi è parte di quella minoranza svedese di origine e idioma finnico separata dalla madre patria per motivi di guerre e relative spartizioni territoriali geopolitiche, e ambienta il suo romanzo proprio nella sua città natale, Pajala, sita all’estremo nord della Svezia.
Per trattare il tema suddetto, Niemi sceglie di miscelarlo in una vicenda di genere giallo/noir – ma non così simile al celeberrimo giallo scandinavo con il quale numerosi autori soprattutto svedesi sono diventati famosi – dalle tinte vagamente cupe…

Mikael-NiemiLeggete la recensione completa di L’uomo che morì come un salmone cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!