Anna Rizzo, “I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia”

«Borghi», «aree interne», «luoghi del cuore»: pensate a quante definizioni utilizziamo abitualmente per identificare tutta quella (gran) parte di paese – cioè di Italia, ovviamente – che non sia città e aree metropolitane e alla quale, spesso se non sempre, ci si riferisce come se fosse una specie di paradiso sospeso nel tempo, dove c’è (si pensa/si è convinti che ci sia) natura incontaminata, aria buona, quiete, paesaggi idilliaci e, appunto, piccoli paesi nei quali siamo portati a pensare e credere che sia bello vivere, a differenza delle città iper cementificate, inquinate, rumorose, pericolose, eccetera.

Vero, sarebbe bello abitare in posti così belli… se avessero medici di base, ospedali vicini, sportelli postali e bancari attivi, scuole aperte, connessioni internet. Ma sovente non ce li hanno, oppure ce li avevano e ora non più perché la spesa pubblica non si può permettere di mantenere certi servizi in centri che hanno un millesimo degli abitanti di una città di media grandezza… però sarebbero (sono) cittadini anch’essi come quelli metropolitani, e dunque? Dunque per non sentirsi persone “inferiori” tocca loro abbandonare il «borgo» nel quale vivevano e trasferirsi dove la dignità della vita quotidiana sia meglio preservata: come si può dunque pensare che altri, giammai abituati a quella ruralità così depressa, possano trasferirsi in quei posti solo perché il bando di turno offre case a un Euro o sgravi fiscali per aprire un’attività commerciale? E poi, acquistata casa e aperta l’attività? Non vi sono banche né poste, la scuola è a 10 km e il medico di base più vicino a 20, le strade sono rimaste all’Ottocento, cinema, teatri o musei non se ne vedono nemmeno con il binocolo, internet o non c’è o c’è solo se fa bel tempo, se piove forte o nevica si resta isolati… Insomma, siamo tutti, o quasi, vittime e complici di un gigantesco inganno politico e mediatico che da decenni ha costruito un immaginario delle cosiddette «aree interne» del tutto distorto il quale, alla lunga, sta paradossalmente (ma forse nemmeno troppo) contribuendo alla loro fine, anche più rapida di quanto naturalmente sarebbe potuto accadere.

Anna Rizzo, antropologa illuminante che ormai da tempo seguo – anche se non con l’assiduità che vorrei – delle aree interne dell’Italia offre ne I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia (il Saggiatore, Milano, 2022) una disamina lucida, vibrante, lontana anni luce da ogni retorica, appassionata, intima, rabbiosa ma di quella rabbia di chi comprende l’inestimabile valore di un tesoro da troppo tempo trascurato, insozzato, dilapidato che tuttavia si vorrebbe far credere luccicante come non mai []

(Potete leggere la recensione completa de I paesi invisibili cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Sulla questione del taglio dei boschi in montagna (anche a Morterone, sul Resegone)

Nei giorni scorsi numerosi amici mi hanno scritto per segnalarmi i lavori di taglio del bosco in corso sul versante di Morterone del Resegone, anche attraverso immagini fotografiche le quali hanno scatenato un gran dibattito soprattutto sui social, ricco soprattutto di espressioni di biasimo per quei lavori forestali (immagini che in parte vedete lì sopra, prese dalla pagina Facebook del Rifugio Azzoni, autore del mirabile/famigerato post ironico che ha scatenato tutto quanto). Probabilmente la vicenda a molti è ormai nota dunque ora non la riassumerò di nuovo (chi invece non ne fosse a conoscenza trova parole al riguardi qui e qui), e ringrazio molto della considerazione quegli amici che me ne hanno dato notizia. Non avendo personalmente constatato lo stato di fatto, sul Resegone, ho chiesto a amici ben titolati – funzionari Ersaf, professionisti dei lavori forestali, tecnici della comunità montana competente – qualche prezioso chiarimento al riguardo per capire meglio la situazione e a mia volta ringrazio loro per avermeli forniti. Tuttavia, non avendo al momento ancora visitato la zona e aver visto con i miei occhi, vorrei qui esprimere alcune considerazioni di carattere generale che però ben si adattano anche al caso specifico di Morterone.

Innanzi tutto, la coltivazione del bosco – risorsa naturale che si rinnova costantemente, seppur in tempi medio-lunghi – è un’attività che fin da quando l’uomo ha abitato stanzialmente le montagne viene praticata, un tempo ben più di oggi vista la maggiore importanza del legno per la vita dei montanari. Le valenze di natura umanistico-culturale del bosco (e della montagna in genere) si sono sviluppate e diffuse in tempi più recenti mentre secoli addietro erano prerogativa delle più antiche religioni europee; oggi il bosco è considerato non solo un elemento estetico fondamentale per l’elaborazione della “bellezza” del territorio montano e della relazione con il suo paesaggio ma pure un fattore turistico sovente importante – con i rischi che ciò comporta, in primis di una considerazione del bosco più superficiale che approfondita, ma è comprensibile. La crescente sensibilità ambientale verso la Natura acuisce – fortunatamente – l’attenzione diffusa verso il bosco, facendo più sensibile anche lo sguardo dei frequentatori in caso di modifiche visibili al suo aspetto naturale, come ad esempio in occasione di lavori forestali – a prescindere che siano ben fatti o mal eseguiti. Così, uno squarcio nel bosco dovuto al taglio di alberi è recepito di primo acchito dalla sensibilità comune come una cosa brutta e dunque “sbagliata”: ciò avviene soprattutto in montagna, territorio di particolare pregio estetico e delicatezza ambientale nel quale tuttavia, bisogna rimarcarlo, il bosco è da decenni in avanzamento costante. Nello specifico del territorio regionale lombardo, l’81% del bosco è situato nelle aree montane, il 12% nella fascia collinare e il 7% in pianura: è dunque nelle zone più antropizzate che ci sarebbe bisogno di maggiori superfici boscate e invece qui i boschi diminuiscono sempre di più, distrutti dall’incessante consumo di suolo, mentre sui monti i boschi aumentano appunto. Questo naturalmente non giustifica eventuali interventi malfatti dal punto di vista forestale, ecosistemico e paesaggistico, ma può aiutare a contestualizzare meglio la questione generale; d’altro canto l’avanzamento del bosco in aree montane non è sempre una cosa positiva, soprattutto nelle zone abitate e manutenute per secoli dall’uomo e poi abbandonate.

Posto tutto questo, mi pare che il caso di Morterone entri nel solco di altri episodi simili nei quali, anche più che la mera conformità dei lavori eseguiti e la loro legittimità amministrativa, si evidenzia un modus operandi politico piuttosto nebuloso riguardo il quale, probabilmente, sarebbero da indirizzare i biasimi pubblici. Voglio dire: i lavori sul Resegone sono stati regolarmente autorizzati, insistono su terreni privati e non sul demanio di competenza Ersaf e vengono eseguiti per commercio del legname, dunque nulla che, piaccia o meno, possa essere contestato e che appaia fuori dall’ordinario, formalmente. Semmai si potrebbero opporre osservazioni sulle valutazioni d’impatto estetico di tali lavori, analizzando il valore paesaggistico dello specifico luogo in questione e l’importanza della presenza boschiva per l’elaborazione culturale del territorio, peraltro abitualmente frequentato dagli escursionisti, non certo sperso in una zona disabitata e lontana dalla vista. Ciò per elaborare un più attento protocollo a tutela dell’aspetto del paesaggio locale evitando così la realizzazione di grandi “buchi” nel tappeto forestale che inevitabilmente destano disapprovazioni in chiunque se li trova davanti agli occhi. È qualcosa che già si considera, questo? Se sì, è forse da sviluppare meglio al fine di migliorare conseguentemente i lavori forestali in relazione al paesaggio locale? C’è anche una mancanza di dialogo tra le istituzioni politiche alle quali fanno capo i lavori e il pubblico che frequenta la zona il quale ne è così sensibile? Lavori del genere, visivamente impattanti, forse vengono troppo spesso imposti al paesaggio senza averne data prima un’adeguata informazione? O magari lo si fa apposta proprio per non sollevare anticipatamente critiche che potrebbero ritardare quando non bloccare i lavori?

Questione pista forestale, ora: a mio parere anche più delicata di quello del taglio del bosco. Tali piste sono necessarie per eseguire lavori forestali ben fatti e, poi, per mantenere costante la coltivazione del bosco, questo è indubbio. D’altro canto è altrettanto evidente che spesso vengano eseguite senza troppa cura per il territorio e per quanto già di etno-antropico – ma armonico – esso presenta, ad esempio sentieri ormai storici quando non mulattiere secolari. Inoltre tali piste, appunto fatte in economia e dunque quasi mai dotate di quelle opere atte a non innescare problematiche idrogeologiche (canaline di scolo dell’acqua, bordature di contenimento, muri di sostegno a monte e a valle), abbisognano di una continua manutenzione soprattutto in questi anni di cambiamenti climatici e relativi fenomeni meteorologici sovente estremi: bastano pochi nubifragi per rendere una pista in origine ben livellata una specie di letto torrentizio dal fondo estremamente sconnesso. Senza contare poi la necessità tanto di un divieto di transito a estranei quanto del conseguente controllo: presente quasi sempre il primo ma regolarmente assente il secondo. Ecco dunque che tali piste diventano in breve tempo piste di downhill o peggio tracciati di enduro, il che le devasta in modi ancora più gravi e irreparabili. Per giunta, se qualcuno più o meno lecitamente comincia a passare, finisce che ci passano tutti.

Ho saputo che la pista di Morterone era nata come provvisoria (dunque con l’obbligo di rinaturalizzazione del terreno a fine lavori forestali) ma è stata resa definitiva da un apposito provvedimento della Comunità Montana della Valsassina, ente competente al riguardo. Perché? Forse è giusto così, forse no e magari ciò acuisce la probabilità di accadimento dei rischi che ho citato poco sopra: ho chiesto lumi al riguardo alla Comunità Montana, la quale al momento non mi ha risposto (ma ci sta, non sono un pubblico ufficiale e nemmeno qualcuno così degno di attenzione anche se una risposta di cortesia potevano quanto meno produrla). C’è un rischio ulteriore peraltro, in presenza di queste piste forestali: dopo qualche anno e senza la necessaria manutenzione si deteriorano inevitabilmente, dunque che si fa? O le si lascia andare alla malora del tutto, così che probabilmente una bella frana prima o poi dissesterà il versante, oppure, già che il tracciato c’è, perché non cementarla o addirittura asfaltarla? E già che ci siamo, perché non prolungarla fino a qualche altro punto del territorio oppure – vista l’attuale proliferazione – in un nuovo e allettante anello turistico per le mtb? Un degrado di diversa forma ma di similare dissestante sostanza.

Insomma, trovare il punto di equilibrio tra convenienze e salvaguardie, tra necessità e conformità ovvero tra uso e tutela di un bene ecosistemico come quello forestale, con tutte le sue valenze e le ricadute materiali e immateriali, non è semplice ma nemmeno così complicato, se si possiedono i corretti strumenti culturali – a supporto delle ovvie competenze tecniche – e si mette in campo la volontà di condividere la gestione politica di un patrimonio fondamentale come i boschi e il paesaggio montano nella sua totalità, elaborata attraverso un progetto di fruizione delle risorse naturali che non sia mirato alle sole convenienze del momento ma sviluppato nel tempo e con precisi target da rispettare. Sono osservazioni che dovrebbero essere ovvie in interventi ambientali come quello di Morterone: mi auguro che sia così. D’altro canto che sorgano cotante vibranti proteste a fronte di lavori forestali in montagna, al netto di quelle fatte tanto per fare e non essere da meno ad altri (frequenti sui social) credo sia un bene: servono per rendere consapevoli i decisori politici che tutto si può fare, formalmente, ma nulla che non sia logico e fatto con buon senso in primis quando si va a toccare un patrimonio che, anche quando insistente su proprietà privata, mantiene la sua prerogativa di paesaggio pubblico, con il quale tutti noi abbiamo una relazione – più o meno consapevole.

In ogni caso conto di salire a breve in zona per constatare di persona i lavori svolti, sperando vivamente che chi li ha giudicati nei modi più negativi si sia sbagliato.

Soldi stanziati per la montagna: meglio “piuttosto” che “niente”?

[Una veduta della media Valtellina, con il Disgrazia sullo sfondo. Foto di Marco Forno su Unsplash.]
Nei giorni scorsi la Regione Piemonte ha stanziato 9,2 milioni di Euro per finanziare «la realizzazione delle “green communities”, ovvero le comunità locali che si coordinano per valorizzare in modo equilibrato le risorse principali di cui dispongono (acqua, boschi e paesaggio) e aprire un nuovo rapporto sussidiario e di scambio con le comunità urbane e metropolitane». Invece la Regione Lombardia ne ha stanziati 5,6 milioni, di Euro, «per l’ottimizzazione della gestione della risorsa idrica nei territori montani, per la realizzazione, il ripristino e la manutenzione straordinaria di piccoli bacini e di sistemi di raccolta e stoccaggio delle acque, nonché dei relativi sistemi di adduzione e distribuzione».

Sono due dei più recenti stanziamenti pubblici rivolti a soggetti pubblici e privati di montagna dei quali si è potuto leggere sugli organi di informazione. Al netto delle tifoserie politiche, si può pensare che siano tanti soldi o che siano pochissimi, oppure si può concludere alla maniera di quel noto motteggio milanese (ma presente anche in altri dialetti), «Piutost che nigot, l’è mej piutost» cioè piuttosto che niente è meglio piuttosto. Bisogna accontentarsi di quel che c’è, insomma.

Tuttavia, al riguardo, è sempre bene contestualizzare le cose, dando loro un peso più obiettivo: ad esempio, considerando che, a costi aggiornati all’anno corrente, la costruzione di una seggiovia 6 posti ad ammorsamento automatico richiede intorno ai 10 milioni di Euro – e non è ovviamente l’impianto di risalita più costoso. Ovvero, l’intero stanziamento piemontese o lombardo destinato a tutti i soggetti potenziali del rispettivo territorio regionale, per le importanti finalità indicate, non basta a coprire il costo della realizzazione di un solo impianti di risalita per scopi sciistici e turistici.

Capirete bene che, a prescindere dall’essere favorevoli o meno alla costruzione di impianti del genere e considerando gli stanziamenti al riguardo di cui si legge spesso sulla stampa, siamo di fronte a una sproporzione evidente nella ripartizione delle risorse destinate alla montagna, sia dal punto di vista meramente finanziario e sia nell’ottica delle finalità di spesa e dei conseguenti benefici generati a favore delle comunità residenti.

A questo punto tocca porsi un’ennesima “domanda spontanea”: siamo proprio sicuri che il “piuttosto” sia veramente meglio del “niente”? O forse c’è il rischio che, a furia di accontentarsi più o meno forzatamente del “piuttosto”, la montagna col tempo sia stata condannata ad un costante stato di precarietà che alla fine di concreto non porta niente (o quasi) ma risulta funzionale a certi soggetti ai quali non conviene che tale situazione possa cambiare?

Qualcuno potrebbe obiettare che, d’altro canto, le risorse a disposizione sono quelle che sono, in un paese finanziariamente debole come l’Italia. Ma se così fosse: embè? Non sarebbe questa una motivazione ulteriore per riequilibrare la proporzione dei finanziamenti nell’ottica di un ben maggiore e migliore spettro di benefici concreti e condivisi a favore dei territori montani? Vi pare logico che per ottimizzare la gestione dell’acqua, tema quanto mai attuale e vitale in prospettiva presente e futura, si possa spendere la metà dei soldi necessari per costruire una sovente meno utile e proficua seggiovia?

Per me no, ecco.