Facce elettorali

Si nota chiaramente che sta avvicinandosi un ennesimo periodo di elezioni.
Infatti in circolazione si vedono sempre più facce come quella dell’immagine qui sotto:

Che s’assomigliano un po’ tutte ma, senza alcun dubbio, è ben difficile non riconoscerle in mezzo alle altre. Già.

Ieri, 1° maggio…

Comunque ieri, in un capoluogo di provincia lombardo (mi ci trovavo per un evento letterario), ho visto gente sfilare nel corteo per il 1° maggio, applaudire con convinzione gli interventi dei vari rappresentanti dei sindacati e poi, nel pomeriggio, l’ho vista entrare nei negozi del centro.
Aperti anche il 1° maggio. Ovviamente.

Ma alcuni altri negozi erano chiusi, per la cronaca.

Ecco.

La grande bellezza nelle mani della grande bruttezza

In Italia è da lustri, ormai, che si susseguono governi la cui azione porta invariabilmente il paese verso due conseguenze: o la rovina, o lo sfascio. Hanno persino l’ardire di chiamarli “del cambiamento”, ma è una situazione che somiglia molto alla sorte del carcerato a cui venga data la “opportunità” di cambiare cella facendogliela passare come un gran privilegio. Così tale carcerato, a furia di passare da una cella all’altra, si ritrova in gabbie sempre più strette, più buie, più fetide.

Personalmente, continuo a non capire come possano, gli italiani, lasciare il proprio paese nelle mani di siffatti esponenti politici di comprovata generale meschinità. Dacché il paese in questione non è uno staterello di scarso pregio ma è tra i più belli in assoluto, tra i più ricchi di storia, d’arte, di paesaggi, di cultura. Un paese dalle infinite possibilità e potenzialità messo nelle mani di chi tali potenzialità le avversa e le reprime, gettando via tempo e forze in questioni inconsistenti e di natura a dir poco infima.

Non lo capisco, insomma, come a fronte di così tanta bellezza si possa dare tanto peso ad altrettanta tangibile bruttezza. Non lo capisco proprio. Questa sì, è una realtà che dovrebbe assolutamente esigere un cambiamento. E vero, finalmente.

Un “non giornale” da chiudere. Punto.

A proposito di menti irrimediabilmente bruciate

Il giornale è un organo di informazione e di approfondimento, dunque deve informare e approfondire le notizie, qualsiasi esse siano e da qualsiasi punto di vista vengano analizzate – basta che sia un punto di vista legittimo, fondato e logico, anche ove miri alla provocazione. Che è efficace quando è sagace, non quando è infamante. Il giornale non è uno strumento di diffamazione, di denigrazione e di calunnia, tanto più di diffusione di palesi fake news.

Il principio è chiaro, dunque è inutile girare intorno alla questione fermandosi sempre e solo ai commenti indignati: il “giornale” Libero va chiuso. Punto. Non c’è da aggiungere null’altro.

Dacché tale azione non rappresenta affatto una qualche forma di “censura” ma, al contrario e in modo totalmente legittimo, l’affermazione del necessario e doveroso diritto alla giustizia (non solo nella e dell’informazione) e del senso civico proprio di ogni società emancipata, a difesa dell’opinione pubblica e della cognizione culturale comune – ma pure a difesa delle stesse idee che la redazione in questione vorrebbe sostenere e invece finisce inesorabilmente per infangare e infamare. Il tutto, per giunta, nei confronti di una pubblicazione che non è un giornale in forza di quel chiarissimo principio sopra esposto, appunto.

Roghi fortunatamente spenti a Parigi, e roghi irreversibilmente ardenti altrove

La vicenda del rogo di Notre-Dame a Parigi ha dimostrato una volta ancora – “grazie” ai media, tradizionali e web – una realtà ormai lampante, e spaventosa. Le fiamme che hanno bruciato la cattedrale parigina sono state spente, la struttura è danneggiata seriamente ma si è salvata, la ricostruzione fortunatamente potrà avvenire e farà tornare Notre-Dame all’antico splendore.

Il rogo che invece brucia le menti di troppe persone, le cui fiamme si sono ben “viste” – ovvero lette – un po’ ovunque sui media suddetti, ha ormai causato danni irreversibili, e la ricostruzione – intellettuale e culturale – temo sia ormai impossibile. Se non partendo da una tabula rasa rigorosa e radicale. Sempre culturalmente parlando, certo.