L’Italia è una Repubblica fondata sulla caciara

L’Italia è una Repubblica diversamente democratica, fondata sulla caciara. La sovranità appartiene al caos, che la esercita alle spalle e alla faccia della Costituzione.

Tra i tanti possibili, questo è uno dei modi con cui si potrebbe modificare l’articolo 1 della Costituzione Italiana – un modo direttamente ricavato dalla constatazione della realtà di fatto che caratterizza la politica (nell’accezione originaria del termine ovvero la gestione della polis, della cosa pubblica) nostrana. Siamo già oltre (noi italiani sempre troppo avanti, vero?) la post-verità, la società post-fattuale, o meglio: al solito quella realtà di fatto la rappresentiamo alla nostra maniera, con un mix di infantilismo, gigionaggine, menefreghismo, cattofascismo/cattocomunismo, decerebrazione mediatica e imbarbarimento culturale, e i nostri politici, assolutamente bravi nell’interpretare al meglio il noto motteggio “ogni popolo ha i governanti che si merita”, non perdono quasi mai occasione di “istituzionalizzare” il tutto nelle povere (per ciò che tocca loro sentire) aule parlamentari. Basta constatare i recenti casi riguardo la legittima difesa, la vicenda della presunta collusione tra ONG e trafficanti di migranti o (per citare un caso apparentemente secondario ma ben dimostrante come la qui disquisita “fenomenologia” sia diffusa in modo assoluto) l’emendamento presentato nel DdL sulla concorrenza per “regolamentare” le chiamate di telemarketing – leggete qui i dettagli al riguardo – e la situazione vi apparirà del tutto chiara.

Nel mio essere un perfetto signor nessuno è da anni che lo affermo: l’Italia soffre da decenni (forse da secoli) di una totale incapacità di risoluzione dei propri problemi culturali (e voglio compendiare in questo termine anche gli ambiti politici, sociali, morali, etici e quanti altri, che a mio modo di vedere sono sempre e comunque derivazione – ovvero causa/effetto – della cultura di fondo del paese), e dunque che fa, di tali irrisolti problemi? Molto semplicemente, e altrettanto tragicamente, li cronicizza al punto da renderli normalità.

La criminalità organizzata è un esempio tra i più lampanti di tale cronico modus operandi: si è mai provato seriamente – e ripeto, seriamente – a sconfiggere mafia, camorra, ‘ndrangheta e compagnia criminaleggiante? A mio parere no, e dunque che si è fatto? La si è “normalizzata”, a discapito di quei tutori dell’ordine e di quei magistrati che invece hanno operato veramente contro di essa, spesso lasciandoci la vita. Ormai è normale che vi possano essere episodi di corruzione e collusione con le organizzazioni criminali nelle istituzioni pubbliche, no? Nemmeno più ci facciamo caso, quasi.

Altrettanto chiaro tra quelli recenti è il caso del nuovo testo di legge in tema di legittima difesa: un tema che rapidamente è stato strumentalizzato, inquinato da proclami populisti d’ogni segno e sorta, trattato attraverso infinite irrazionalità e proposte irrealizzabili, infarcito di stupidaggini varie, trasformato in una indegna caciara da bar di quint’ordine, appunto. Morale: non solo il problema della legittima difesa non lo si sta risolvendo, non solo non lo si affronta con la dovuta razionalità e l’altrettanto dovuta cognizione di causa, ma lo si sta peggiorando ovvero riducendo ad uno stato caotico che finirà per cronicizzare il problema stesso, con gravi ripercussioni sociali.

Purtroppo, in Italia, il principio di fondo che regola la trattazione delle questioni di rilevanza nazionale, così come quelle su minore scala ma sovente di uguale importanza per i cittadini, è quello delle tifoserie del calcio – non a caso oppio del popolo italico, inesorabilmente: nessun vero confronto civile, educato, costruttivo, solo dialoghi tra sordi, sfottò, insulti, corpo-a-corpo, risse verbali e non solo verbali, da cui alla fine si genera inevitabile confusione su confusione, anche istituzionale – e istituzionalizzata in proposte di legge sovente assurde e sostanzialmente avverse al benessere sociale dei cittadini che le devono subire.
Ed è un grave, gravissimo problema culturale, questo, prima che di qualsiasi altra natura. Ne sono fermamente convinto, come sono certo che solo analizzandolo primariamente da questo punto di vista si può fare qualcosa per avviarne una soluzione il più possibile definitiva.

La finisco qui, per non apparire troppo tedioso e arcigno. Anzi no, la finisco con una domanda – spontanea, dal mio punto di vista, posto quanto ho appena scritto: ma così facendo, noi italiani dove vogliamo andare, eh?

La “bravata” della morte

Essendo particolarmente sensibile alla percezione del livello di senso civico diffuso, non posso non unirmi al coro di chi protesta per come la notizia sottostante venga presentata da molti media: un efferato assassinio spacciato per “bravata” solo perché commesso da due minorenni. Evidentemente, il degrado culturale che sta soffocando la nostra società è probabilmente più grande di quanto pensiamo, con bieca delizia dei media che su ciò ci marciano sopra con il loro ormai cronico e qualunquistico clickbait per il quale nemmeno conta più la tragedia della morte, a quanto si direbbe – tragedia sempre più sdoganata verso il solito morboso sensazionalismo da reality televisivo. E se tale situazione non migliora, in fondo è perché noi tutti, che di quella società siamo parte – ovvero che quella società siamo, per fortuna o purtroppo – non facciamo abbastanza per evitarle l’abisso finale, anzi, sovente contribuiamo ad accelerare la corsa verso l’orlo. A partire dal considerare un fatto come quello in questione – ribadisco – un assassinio frutto di una barbarie culturale, sociale, civica, etica da combattere e debellare con fermezza e rapidità, e non una “bravata”, uno “scherzo finito male”, una cosa tutto sommato banale e ignorabile. La sostanziale accettazione della malvagità, in pratica, ovvero la normalizzazione della barbarie nella società civile. “Civile” dove, poi?

Spiace dirlo ma una bravata semmai si compie, con notevole ottusità, nel continuare a vedere, ascoltare, leggere certi media che hanno ormai da tempo rinnegato al loro compito di informare e magari acculturare – un termine del quale nemmeno più si ricorda il significato. Ecco.

¿? (O del nostro mondo sottosopra)

sottosopraÈ palese che il nostro mondo contemporaneo sia sempre più sottosopra: capirci qualcosa, di ciò che vi succede, sembra essere sempre più arduo. Ormai siamo al punto che chi dovrebbe fare le domande pretende di dare risposte, e a chi avrebbe la facoltà e la capacità di dare risposte tocca fare le domande. Così, chi non ha la cultura per dar risposte (per questo dovrebbe fare domande) diffonde sempre più imbarbarimento, e chi possiede la cultura per fornire risposte non è in grado (suo malgrado, o colpa) di diffonderla, essendo ridotto in vece degli altri a porre domande. Che difficilmente avranno buone risposte e, quando le avranno, non saranno mai risposte condivise, appunto.

Forse è anche per questo se il nostro mondo, in molti casi, non va come dovrebbe e potrebbe andare. O forse, ancor più semplicemente, si tratta di saper mettere il punto interrogativo al posto giusto. Anche questa è cultura, in fondo.

Se gli italiani non sanno l’italiano, non sanno di essere italiani

identicosSono sostanzialmente due le questioni fondamentali che emergono dall’accorato appello dei 600 docenti universitari italiani riguardo l’ignoranza della lingua madre da parte degli studenti italiani (cliccate sul titolo qui sotto per saperne di più). La prima, del tutto ovvia, è prettamente espressivo/comunicativa: il non saper parlare, scrivere e, gioco forza, comprendere al meglio la propria lingua non può e non potrà che generare una capacità comunicativa di livello basso, in senso teorico e pratico: una lingua impoverita o banalizzata inesorabilmente impoverisce e banalizza anche i messaggi che intende trasmettere – e ciò è ancor più grave avendo a che fare con persone che dovrebbero (condizionale d’obbligo) possedere un’istruzione di grado elevato.

cultora-italianoLa seconda questione è comunque ovvia, ma dotata di conseguenze ancor più inquietanti, se possibile: la lingua è il marcatore identitario per eccellenza di una comunità sociale, sia essa nazionale o meno: in parole povere (e riassumendo molto ma solo al fine di rendere chiaro il concetto), ove si parla italiano si è italiani, anche al di fuori dei confini statali in quanto a bagaglio culturale (vedi ad esempio l’elvetico Canton Ticino). Il perdere la capacità di padroneggiare in modo pieno e fluido la propria lingua equivale né più né meno a perdere una parte importante della propria identità culturale; ovvero, per rimarcare la questione dal punto di vista opposto, l’evidenza della perdita della suddetta capacità linguistica è chiaro e inequivocabile segno d’una grave perdita di identità. Il problema dunque non è solo di analfabetismo funzionale o dissonanza cognitiva, ma pure di potenziale alienazione culturale identitaria: c’è una sostanziale incuria del principale strumento comunicativo in nostro possesso che denuncia un’altrettanta trascuratezza culturale di base. È come pretendere di saper sciare e dichiararsi bravi sciatori perdendo la capacità di mettersi gli sci ai piedi e allacciarsi gli scarponi!

Cosa che poi, detto chiaro e tondo, a mio modo di vedere spiega pure perché un paese dalle potenzialità culturali così elevate si lasci andare a fenomeni di imbarbarimento tanto gravi, tipici di comunità sociali dotate di un livello di istruzione estremamente basso ovvero culturalmente e identitariamente alla deriva.

Ok, voi ora potrete dire: forse è soprattutto un problema di sconcertante ma in fondo superficiale ignoranza. Sì, può essere vero ma, ribadisco, è un’ignoranza che uno stato nazionale che voglia preservare e accrescere al meglio la propria cultura non può permettersi nemmeno di far nascere, figuriamoci di far sviluppare fino a livelli così gravi. Per questo, l’appello dei 600 docenti è assolutamente doveroso; mi auguro solo che non sia drammaticamente tardivo.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.