P.S. – Pre Scriptum: il presente articolo è stato pubblicato ieri, 19 aprile 2023, su “Il Dolomiti”, la cui redazione ringrazio di cuore per la considerazione che vi ha riservato.
[L’Uomo-Orso di Jelsi, Campobasso/Molise.]Se riusciamo a trarci fuori dallo specifico caso “Orsa Jj4-Andrea Papi” e da tutto il dibattito conseguente – sarebbe finalmente il caso di farlo, peraltro, visto quanto spesso assuma gli aspetti di una mera caciara – possiamo cogliere un altro aspetto del tema a cui il caso afferisce che non è stato granché considerato dai vari commentatori ma che a mio modo di vedere risulta fondamentale o quanto meno interessante da analizzare. Ovvero, il fatto che ciò a cui abbiamo assistito in questi giorni non è altro che una manifestazione in chiave contemporanea – nel bene e nel male di ciò – e niente affatto indiretta della relazione ancestrale tra uomo e natura, cioè tra mondo antropizzato e “civilizzato” e ambiente naturale selvaggio non (ancora) dominato dall’uomo se non marginalmente. Una relazione congenita all’antropizzazione umana dei territori naturali e della montagna in particolar modo, in questo periodo “interpretata”, loro malgrado, dal povero runner trentino da una parte e dall’orsa “problematica” dall’altro: ma, attenzione – qui è uno dei punti focali della questione – da un animale, l’orso, da sempre antropomorfizzato e presente nella narrazione storica dei territori in questione, dunque facilmente nonché inesorabilmente empatizzabile, sia in chiave positiva che negativa.
[L’Homo Salvadego della Val Gerola, Sondrio/Lombardia.]Mi vengono in mente le secolari figure mitologiche dei vari Homo Silvanus, Homo Salvadego, Omm Selvadech, Wildermann e tutte le altre facenti parte dell’etnologia alpina/appenninica e montana in generale (basti pensare allo Yeti tibetano o al Sasquatch nordamericano): tutte creature ominidi più o meno animalesche, tutte più o meno riconducibili alle fattezze dell’animale selvatico e relativamente antropomorfo per eccellenza delle montagne, l’orso appunto. Non a caso molti dei mascheramenti folclorici tradizionali dell’Uomo Selvatico/Wildermann sulle nostre Alpi riproducono le fattezze di orsi: se ne contano decine di casi nei vari carnevali alpini e non solo in essi (ma similmente riguardo lo Yeti himalayano, come non citare Messner il quale sostiene la teoria che sia un grosso orso?). Dunque, posto ciò, mi viene da pensare di conseguenza a tutta la letteratura più o meno vernacolare al riguardo e la sua interpretazione principale: l’identificazione e la determinazione, o la separazione, dello spazio abitato dall’uomo e di quello dominato dalle creature selvatiche e conseguentemente tutta la cultura storico-antropologica scaturente da tale relazione, che rimanda alle più ancestrali e ataviche paure dell’essere umano per ciò che sa di non saper o non poter dominare, anche quando quelle figure non assumano soltanto aspetti negativi. Un tema di matrice universale, sia chiaro, che vale per l’orso e per la natura selvatica come per l’oceano, i deserti, lo spazio, il buio eccetera, e che ancora oggi, a ben vedere e nonostante il livello tecnologico, culturale e di dominazione sul pianeta conseguito dall’uomo, è ben presente e attivo nel suo animo fino a influenzarne non solo l’emotività – il che sarebbe anche naturale – ma pure la razionalità. E che ci suscita comunque un notevole fascino, kantianamente “sublime”, qualcosa che ci attrae anche perché ci intimorisce (e viceversa): un aspetto assolutamente proprio dell’ambiente montano nei suoi vari aspetti, d’altro canto.
[L’Orso di Segale del carnevale di Valdieri, Cuneo/Piemonte.]Si può dunque discutere a lungo sulla presenza e la convivenza possibile o meno tra uomini e animali selvatici sulle montagne di oggi rispetto a come andavano le cose un tempo o riguardo le politiche di gestione da mettere in atto oppure no, tutti temi legittimi e anzi pragmaticamente necessari. Di contro, ribadisco, a me pare che una certa parte del tema finisca sempre e comunque a coinvolgere quella relazione difficile, cioè mai risolta e mai equilibrata, tra uomini e natura, tra mondo antropizzato e ambiente selvatico. Che è poi quella tra l’umano e il non umano, posta la nostra posizione di dominanza pressoché assoluta sull’intero spazio nel quale al momento siamo arrivati. In forza di ciò, per fare un altro esempio ipotetico ma emblematico, l’eventuale contatto con una civiltà aliena, se mai potesse accadere, sarebbe comunque traumatico: rappresenterebbe la manifestazione al massimo livello di ciò che accade ai livelli inferiori nel contatto con il “non umano” terrestre (ma anche tra umani “diversi”, purtroppo), il dover avere a che fare con qualcosa di sfuggente, di incontrollabile, potenzialmente letale ma anche per questo profondamente affascinante.
Questa relazione atavica e spesso problematica, al netto delle posizioni variamente ecologiste e animaliste tanto significative e importanti quanto sostanzialmente limitate, è appunto ancora ben presente nelle considerazioni legate al recente fatto di cronaca trentino, la cui sostanza si lega proprio alla presenza di un orso, animale alpino antropomorfo per eccellenza e in questo senso mitizzato da secoli. Sono certo che se ad uccidere lo sfortunato ragazzo trentino fosse stato un cinghiale, un cervo oppure un lupo, animale pur apprezzato e difeso da tantissimi, non avremmo constatato molte delle reazioni registrate dagli organi di informazione (per non dire dei social media), sia in un senso che nell’altro ovvero tra quelli che vorrebbero subitamente abbattere l’orso perché sul suo aspetto pur vagamente antropomorfo vi cuciono più facilmente addosso l’effigie del “nemico” ovvero del “pericolo” (proprio come accade simbolicamente in certi riti carnevaleschi), e quelli che per lo stesso motivo elaborano verso l’animale un’empatia se possibile maggiore, in relazione alle circostanze – che verso altre razze meno “umanizzabili”.
[Charles Freger, Wilder Mann, Ours, 2010-2011.]Certi vicendevoli isterismi di cui si è potuto leggere nei giorni scorsi non aiutano certo l’elaborazione della più equilibrata relazione uomo-natura e il suo evidentemente necessario sviluppo culturale: eppure è un aspetto che, io credo, dovrebbe essere più considerato o quanto meno non trascurato, meglio meditato e messo, insieme a tuti gli altri, a supporto di qualsivoglia iniziativa si decida di attuare, nel caso in questione, nella gestione politica quotidiana dei territori naturali e in generale nel nostro rapporto con la natura. Sulla quale ci siamo “evoluzionisticamente” assunti il diritto di governare (giusto o sbagliato che sia) ma che in verità non siamo ancora in grado di dominare compiutamente – come anche ha evidenziato con alcune sue considerazioni recenti il professor Annibale Salsa parlando di «illusione» riguardo la convivenza tra uomini e grandi predatori sulle montagne contemporanee. Forse è meglio così, forse quella nostra relazione con la natura selvaggia che si compone di razionalità e di emotività deve rimanere tale cioè irrisolta quale forma di auto-salvaguardia reciproca – noi verso la natura, la natura verso di noi – pur nel passare dei secoli e nel progresso generale del pianeta, e la cosa migliore che l’uomo possa compiere al riguardo è proprio il saper mantenere l’equilibrio tra le due componenti senza fare in modo che l’una tolga spazio all’altra e, anzi, salvaguardando quel margine di “mistero” e di incertezza, dunque di timoroso rispetto, che si riscontra nel contatto tra le due. Ciò anche perché nella natura “vera” la sicurezza assoluta e il “rischio zero” non esistono: se esistessero non avremmo più a che fare con una vera natura e in fondo il senso “filosofico” della civiltà umana al mondo e del suo progresso è dato anche dalla sussistenza “ancestrale” della natura selvatica in quanto tale, appunto.
Posso ben capire che sia molto più semplice disequilibrare definitivamente la relazione per risolverne la problematicità latente – dunque, nel caso in questione: via tutti gli orsi per lasciar campo aperto alle attività umane oppure via tutti gli umani dai territori frequentati dagli orsi – ma credo che non sarebbe una cosa degna d’una civiltà intelligente e avanzata come ci riteniamo e, nel caso, ne scaturirebbe un gravissimo, forse irreparabile danno (non solo rispetto alla biodiversità dei territori interessati) che colpirebbe anche e gli umani e forse essi più di altre creature. Visto che di disastri al pianeta e ai suoi ecosistemi ne abbiamo già fatti a sufficienza, e generalmente li abbiamo commessi proprio quando ci siamo disinteressati o dimenticati della nostra relazione con la natura e del generale portato di essa, sarebbe il caso di rimettere meglio in sesto le cose per il bene di tutti: umani, animali, natura, mondo, vita.
Diversi amici (che ringrazio molto) mi hanno segnalato, sulla questione “orsi in Trentino” rispetto alle cronache dei giorni scorsi, l’intervento sul quotidiano “Alto Adige” del professor Annibale Salsa, da sempre una delle figure più illuminanti sui temi della montagna. Intervento ovviamente interessante (lo potete leggere interamente cliccando sull’immagine qui sopra) che ha nella chiosa, a mio parere, la sua parte più importante:
L’antropocentrismo assoluto ha certamente arrecato danni per un eccesso di volontà di potenza della tecnocrazia. Tuttavia, non per questo, dobbiamo demonizzare l’essere umano in quanto tale. Riguardo alle politiche della montagna si tratta di scegliere, con onestà mentale, che tipo di montagna vogliamo. Una montagna selvaggia dove le attività umane sono bandite e dove gli abitanti sono una presenza scomoda o, viceversa, una montagna abitata ben sapendo che una convivenza perfetta fra uomo e grandi predatori è un’illusione.
Una conclusione con la quale il professor Salsa mette sostanzialmente in luce l’evidenza che, nella realtà di fatto, alla questione non c’è una soluzione “ideale”: ma non tanto perché non la si sappia trovare, semplicemente perché, forse, non esiste proprio. Nella realtà di fatto, ribadisco, non in senso assoluto – che è una condizione però alla quale mi pare siamo già andati oltre da un bel pezzo. Al solito, in questo per molti versi incauto paese, tocca gestire problematiche generate da mancanze istituzionali croniche: in tal caso, le evidenti mancanze, piccole e grandi, nel processo di gestione del patrimonio faunistico selvatico. Tuttavia, al di là di questa triste ma inesorabile presa d’atto, Salsa osserva giustamente che sarebbe bene una volta per tutte mettere da parte qualsiasi «illusione» di sorta, come anche nel mio piccolo e insignificante ho provato a segnalare nell’articolo scritto sulla questione qualche giorno fa: l’orso fa l’orso, l’uomo fa l’uomo. La tragedia non era impossibile che accadesse ed è possibile che accada ancora. Affinché non succeda mai più, come qualcuno desidererebbe, o spariscono gli orsi o spariscono gli uomini, oppure si controlla la loro popolazione in maniera adeguata e con le dovute risorse, umane e finanziarie, contemplando la possibilità, che dovrà essere resa la più remota possibile ma che non si potrà mai debellare del tutto, del tragico incidente, così come accade, per logica naturale, in ogni paese che abbia territori popolati da animali selvatici potenzialmente pericolosi per l’uomo ovvero per qualsiasi altra causa in un contesto naturale non antropizzato. In Natura il rischio “zero” non esiste (altra illusione troppo spesso pretesa da certo marketing turistico, e meno male che quella è e non una certezza), e se lo si vuole ridurre allo zero-virgola si agisca in tal senso, con onestà mentale come osserva Salsa e possibilmente senza causare ulteriori danni. Se l’orso fa l’orso, l’uomo faccia l’uomo ovvero la creatura intelligente ma veramente tale, non solo a parole vuote di sostanza. Perché, forse, mi viene da pensare, stiamo facendo di un “non problema” un dilemma fondamentale peraltro senza nemmeno essere in grado di risolverlo: questo rischia di rendere la morte di Andrea Papi un fatto non solo tragico ma pure vano, e ciò sarebbe una ulteriore inaccettabile mancanza.
Ecco. Tutto il resto mi pare siano solo chiacchiere, legittime ma poco o nulla sensate. D’altro canto l’illusione facilmente genera miraggi e conseguenti isterismi, come si è visto qui e in molti altri casi. Sarebbe una bella manifestazione d’intelligenza anche evitarli, d’ora in poi.
Vi appunto quanto ho personalmente còlto, in modo schematico per farla breve, da tutto ciò che ho letto in questi giorni sulla vicenda dell’uccisione di Andrea Papi da parte dell’orsa Jj4, letture frequenti affrontate per capire il meglio possibile il caso non avendo competenze e titoli per formulare altrimenti una mia opinione:
In primis, il pensiero è per Andrea Papi e per il grande dolore dei suoi familiari. La speranza è che non sia morto invano.
L’orso fa l’orso, l’uomo fa l’uomo. È un’ovvia evidenza che però non sembra tutt’ora così evidente sotto ogni suo aspetto e ogni sua conseguenza.
La tragedia non era impossibile che accadesse ed è possibile che accada ancora. Affinché non succeda mai più, come qualcuno desidererebbe, o spariscono gli orsi o spariscono gli uomini.
Tutte le considerazioni ragionate e articolate che ho letto sono contrarie all’abbattimento dell’orsa, colpevole solo di aver fatto l’orsa (vedi punto 1) quantunque la cosa possa risultare inquietante a qualcuno.
Tutte le opinioni che propugnano l’abbattimento dell’orsa e di altri suoi simili che ho letto appaiono costantemente superficiali, poco argomentate, prive di raziocinio e guidate da un mero, seppur per certi versi comprensibile, sentimento di rivalsa.
In ogni caso l’abbattimento dell’animale non risolverà nulla.
Non sappiamo più essere parte dell’ecosistema al quale apparteniamo al pari degli orsi e di ogni altra creatura vivente. La nostra posizione dominante, invece di renderci saggi governanti del mondo e della Natura, inesorabilmente ci rende pericolosi guastatori dei suoi equilibri, nonostante di essi siamo parte integrante, ribadisco. I diritti dell’uomo dominante sulla Natura comprendono innanzi tutto il dovere di salvaguardare i diritti di tutte le altre creature.
Per non aver paura della Natura bisogna conoscerla e avere consapevolezza di ciò che si fa dove ci si trova. Educazione, cognizione, rispetto, attenzione. Ciò vale rispetto agli orsi, ai lupi, all’andare in montagna, nei boschi e sulle vette, in ogni luogo e in qualsiasi momento. Ed essere parimenti consapevoli che, nonostante tutte le precauzioni possibili e immaginabili, purtroppo qualcosa può comunque andare storto. Ma vale anche in città questa cosa, anzi, di più.
Non può essere la politica ad avere il controllo assoluto della convivenza ambientale e ecosistemica tra uomini e animali – e in generale tra umanità e Natura – e nemmeno il potere decisionale ultimo, ma soggetti scientifici competenti e adeguatamente strutturati ai quali la politica si possa affidare e il cui operato debba sostenere nel modo migliore possibile. Altrimenti le cose non potranno che peggiorare ancora di più.
Questo è quanto ho ricavato dalle mie numerose letture sulla vicenda. Ecco.
Ormai sono due anni e mezzo che Loki, il mio segretario personale a forma di cane, collabora con lo scrivente e ne condivide il domicilio (ad eccezione del divano del soggiorno il quale, probabilmente in base a un diritto di usucapione inopinatamente assai rapido, è diventato di suo utilizzo esclusivo) e qualche tempo fa, qui sul blog, raccontavo del personale e vividissimo sospetto che gli “animali” come lui capiscano molto di più di quanto noi umani crediamo, pensiamo ovvero supponiamo che essi capiscano – in generale e proprio sugli umani in particolar modo. Ecco, passa il tempo e quel sospetto non solo si tramuta sempre più in una persuasione che viaggia rapida verso lo status di “certezza”, ma pure che tale evidenza sia ben più ampia di quanto ci venga da ipotizzare.
Mi spiego meglio: a stare con Loki, mi rendo sempre più conto che pensare agli “animali” come lui (domestici o meno, non è questa una distinzione valida, qui) come a “creature intelligenti” ma rapportando la loro intelligenza alla nostra, nel modo in cui viene spontaneo fare ma forse anche troppo, è sbagliato, anzi, per meglio dire, è fuorviante. L’intelligenza degli animali è diversa dalla nostra e, in questo senso, potrebbe anche essere maggiore di quella umana (e a volte è assimilabile, ovviamente), solo che forse lavora su meccanismi intellettivi differenti ed è correlata a capacità fisiche altrettanto differenti. Noi umani abbiamo sviluppato nei millenni gli arti prensili e questi, con l’intelligenza a nostra disposizione, ci hanno portato ad esempio a costruire razzi capaci di viaggiare nello spazio, tuttavia siamo noi stessi a stabilire che ciò sia qualcosa che dimostra quanto siamo intelligenti (che invece ci arroghi il diritto di autoproclamarci “razza dominante” sul pianeta è cosa molto meno giustificabile di quanto crediamo, per come la penso io). Ok, è ammissibile e comprensibile ma lo è in base al nostro punto di vista; generalmente non ci viene di considerare che un’intelligenza non umana possa essersi sviluppata in modi diversi, appunto, che poi si manifestano in opere materialmente differenti o magari del tutto immateriali. E se invece fosse veramente così? Se altre creature viventi fossero diversamente (più) intelligenti di noi? Come potremmo capirlo? O, meglio: saremmo in grado di capirlo?
Tutto ciò per dire che a stare con Loki, dicevo, col tempo mi rendo conto di come la sua intelligenza sia qualcosa a sé, cioè qualcosa le cui manifestazioni io possa a volte considerare “intelligenti” e altre volte lo stesso ma in modo meno percepibile e comprensibile se non proprio imperscrutabile, dunque che il “valore” – per così dire – della sua intelligenza sia anche maggiore di quanto io possa credere e sperare e immaginare. Così come mi rendo conto che Loki possiede delle doti che noi umani forse un tempo avevamo ma ora abbiamo sicuramente smarrito – il senso dell’orientamento, ad esempio – oppure una memoria che a volte ha dell’incredibile, senza contare la sensibilità che gli animali hanno nel percepire gli stati d’animo umani, che a volte – altra cosa constatata con Loki – diventa qualcosa che mi viene da definire “preveggenza”, ben sapendo che potrebbe soltanto essere il frutto di una casualità la quale tuttavia, quando i casi diventano numerosi, si fa statisticamente sempre meno probabile. Infine, last but not least, altrettanto percepibile in tutta la sua diversità rispetto agli uomini diventa l’essenza della presenza vicino a sé di un animale come Loki, la differente relazione che si viene a instaurare con esso e che, pure qui, tendiamo a paragonare a quella tra umani commettendo di nuovo un errore – sarebbe forse più assimilabile a quella che si potrebbe ipotizzare tra umani e alieni, se posso fantasticare.
Di sicuro, più passa il tempo e più mi convinco che Loki – ma, nuovamente, cito lui per riferirmi a tutti gli animali con cui possiamo intrattenere rapporti più o meno domestici – sia una creatura ben più intelligente di quanto possa credere e ciò anche, ribadisco, dal momento che non penso di essere in grado di cogliere e comprendere tutta la sua intelligenza e le relative manifestazioni. Ugualmente, sono convinto che, a raccontarvi ciò, ho scoperto l’acqua calda e riferito cose risapute da tanto e da tanti. Tuttavia, la cosa singolare di queste esperienze così apparentemente note e banali è che bisogna necessariamente viverle per poterle realmente comprendere ovvero, come ho detto, per capire che è praticamente impossibile comprenderle del tutto, anzi, che la constatazione di quanto siano in buona parte inconcepibili e sfuggenti è ciò che le rende tanto importanti e necessarie.
Ad eccezione del divano del soggiorno di casa, ribadisco: in tal caso, ciò che pensa Loki al riguardo l’ho appurato e capito pienamente già da un po’.
Questa mattina, come sempre, scendevo in auto prima delle 7 dalla mia dimora montana verso valle lungo l’abituale strada che per buona parte corre attraverso fitti boschi. D’un tratto sulla sinistra si stacca un sentiero secondario che affonda nel verde arboreo e si dirige verso alcuni edifici rurali. Non so per quale istinto, mentre guidavo, ho guardato nel varco creato dalla traccia nel bosco – non lo faccio quasi mai dacché non ve n’è motivo, quel sentiero non ha granché interesse escursionistico, è solo di servizio alle baite ove porta, fatto sta che ho guardato in quella direzione e sul sentiero, a pochi metri dalla strada e non ancora nascosto dall’ombra boschiva, ho visto un bellissimo capriolo, apparentemente giovane o, forse, una femmina, probabilmente acquattato lì in attesa di non udire più alcuno suono umano per sentirsi sicuro nell’attraversare il tracciato stradale e continuare oltre.
Una visione simile a quella della foto qui sopra, solo un po’ più da lontano.
Che in sé, quest’incontro pur fugace non ha avuto niente di speciale, sia chiaro; non è il primo e non sarà certamente l’ultimo. Però, ecco, a viverlo di primo mattino, all’inizio d’una nuova giornata di ordinaria quotidianità, be’, è sicuramente bello e forse più suggestivo che in altri contesti.
Giusto per caso, qualche giorno fa mi sono ritrovato di fronte, in un testo che stavo leggendo, quel celebre passaggio del Canto di Me Stesso, da Foglie d’Erba, nel quale Walt Whitman scrive parole che, mi viene da pensare, sembrano adatte anche a quella mia visione mattutina – e non solo alla circostanza odierna, d’altronde:
Credo che potrei voltare la schiena e andare a vivere con gli animali, così placidi e contenti,
Mi fermo e li contemplo per ore e ore.
Non s’affannano mai, non gemono per la loro condizione,
Non vegliano al buio a piangere i loro peccati,
Non mi danno disgusto discutendo sui loro doveri verso Dio,
Nessuno è insoddisfatto, nessuno impazzisce per smania di possedere,
Nessuno s’inginocchia davanti a un suo simile, né ad altri della sua specie vissuti migliaia di anni fa,
Nessuno è rispettabile o infelice per la terra universa.
Essi mi rivelano i loro rapporti con me e io li accetto,
Mi recano testimonianze di me, e dimostrano chiaramente che le hanno in loro possesso.
Mi chiedo dove mai abbiano raccolto queste testimonianze,
Forse anch’io sono passato da quelle parti, tempi infiniti or sono, e con negligenza le ho lasciate cadere?