Cari amministratori pubblici del Monte San Primo…

[Immagine tratta da gulliver.it.]
Spettabili Amministratori della Comunità Montana del Triangolo Lariano e del Comune di Bellagio,

quando venni a sapere per la prima volta del Vostro progetto di “sviluppo turistico” del Monte San Primo lo feci leggendo un articolo di giornale che uscì intorno alla data del primo di aprile e per questo pensai subito a uno scherzo, anche parecchio divertente: cinque milioni di Euro da investire per sciare poco sopra i mille metri di quota, con tutto il corredo di nuovi impianti, innevamento artificiale, strade, parcheggi, in una località in passato già chiusa più volte proprio per carenza di precipitazioni nevose e per problematiche a ciò correlate. Scrissi al riguardo questo articolo per rimarcare quanto una notizia del genere fosse assurda ovvero, all’apparenza, uno scherzo veramente ben congegnato… salvo poi scoprire che era – è tutto vero, già (si veda qui sotto). Il che, peraltro, non ne diminuiva e non ne diminuisce la stramberia, anzi, la accresce a dismisura.

Cari amministratori suddetti, a voi che dichiarate alla stampa che con il progetto in questione «Rilanciamo il turismo» dovrei innanzi tutto chiedere se veramente pensate di poter rilanciare la frequentazione turistica del Monte San Primo spendendo tutti quei soldi pubblici (pubblici, ribadisco) nella tipologia di opere previste. Ma non ve lo chiedo in quanto, sensatamente, sono io a non poter pensare che voi crediate sul serio alle vostre stesse proposte, perché nel caso – permettetemi la franchezza nel massimo rispetto verso di voi – mi parrebbe il frutto di un’alienazione politico-culturale piuttosto preoccupante o quanto meno di una sprovvedutezza notevole. Sono invece più propenso a ritenere le vostre proposte come il frutto di una superficialità dettata sia dalla necessità di “concretizzare” i finanziamenti ipotizzati e non farseli sfuggire, sia dalla volontà di annunciare opere che, come spesso accade in questi casi, generino anche potenziali vantaggi elettorali facilmente spendibili nel breve periodo, sia – permettetemi anche qui – da una scarsa ovvero tralasciata conoscenza antropologica del vostro territorio, così dotato di innumerevoli possibilità di sviluppo turistico – nel senso più virtuoso del termine – da far sembrare l’opzione sciistica ancor più degradante di quanto non possa ordinariamente essere.

D’altro canto non posso nemmeno credere che voi accettiate di assumere la responsabilità della realizzazione di opere tanto obsolete nel loro concetto di fondo e così decontestuali con la realtà geografica e climatica del Monte San Primo – eseguite con soldi pubblici, è bene ricordarlo di nuovo – che sono inevitabilmente destinate a una sorte disgraziata e a diventare, probabilmente, delle piccole cattedrali nel deserto (ma invero grandi nel contesto del luogo) se non degli inesorabili ennesimi rottami nel giro di breve tempo. Se così fosse, mi auguro veramente che voi sappiate formulare delle valide giustificazione da sottoporre alle future generazioni, a fronte della pesante impronta che avrete voluto lasciare sul territorio del San Primo e sul suo paesaggio identitario nonché rispetto agli ammonimenti precisi e dettagliati che avrete voluto trascurare e ignorare per perseguire i vostri intenti, come quelli certamente condivisibili del Circolo Ambiente Ilaria Alpi, dei quali ha dato vario risalto la stampa locale – qui, ad esempio.

A proposito di domande, cari amministratori pubblici in questione, visto che volete proporre un progetto di sviluppo turistico basato su una proposta sciistica a quote comprese tra i 1100 m e i 1500 m al massimo – ciò nel caso i nuovi impianti raggiungano la dorsale che racchiude la conca del San Primo – piuttosto vi dovrei sottoporre altre domande, del tipo: sapete quale sia la quota neve media sulle Alpi negli anni recenti? Sapete quale sia la durata media di permanenza della neve al suolo? Sapete quali siano le temperature medie invernali alle quote suddette, e quale incremento delle stesse si sia registrato negli ultimi anni? Sapete quanto costi l’innevamento artificiale a kmq e a stagione di un terreno come quello da voi indicato per la fruizione sciistica? Sapete di quanta disponibilità idrica vi sia bisogno e quale sia la potenzialità al riguardo del territorio in questione? Avete ipotizzato un piano finanziario di gestione dei costi e della sostenibilità economica della stazione sciistica che vorreste attivare, nel breve e nel medio-lungo termine, e di quante giornate-sci avreste bisogno per non operare in perdita, dunque con probabile necessità di ulteriori stanziamenti di soldi pubblici a coprire i debiti? E, ultima-ma-non-ultima domanda: avete pensato a proposte alternative per la frequentazione e lo sviluppo turistici dell’intero comprensorio del Monte San Primo ovvero a una progettualità al riguardo strutturata, sistemica e ampliata nel medio-lungo termine atta a creare un’economia turistica locale che si possa reggere da sola, in armonia con il luogo e svincolata da variabili, come quelle legate al clima, che ne possano decretare il fallimento?

Avete valide risposte a queste domande, cari amministratori pubblici locali?

Infine, mi dolgo preventivamente ma inesorabilmente per il fatto che, come sempre accade in queste circostanze, il dibattito intorno al progetto in questione diventerà sicuramente un muro-contro-muro tra amministratori locali e ambientalisti, con tutte le consuete italiche strumentalizzazioni ideologico-politiche del caso: una confusione sovente funzionale a far che certe opere controverse vadano comunque avanti nel mentre che si resta impegnati nella polemica. Peccato, perché lo sviluppo dei nostri territori, e in particolare di quelli preziosi e delicati di montagna, necessitanti di particolari cure e sensibilità, abbisogna innanzi tutto di cultura, conoscenza del territorio, visione del futuro, capacità progettuali, consapevolezza civica e, forse ancor più di ogni altra cosa, di buon senso, eppoi di un valido dibattito basato su tali doti che coinvolga tutti, e soprattutto chi abbia valide competenze nell’ambito in questione. Ecco: secondo me, costruire infrastrutture sciistiche sul Monte San Primo, alle quote prima rimarcate e nella realtà climatica che già constatiamo e affronteremo con maggior gravità nei prossimi anni, per di più spendendo soldi pubblici, non è una manifestazione di buon senso, per nulla. Anzi, significa perdere un’ottima occasione, da parte vostra, di proporre un’idea di futuro per i vostri territori innovativa, sistemica, sostenibile, contestuale e virtuosa, il tutto per rincorrere chimere economico-turistiche (e politiche) che si sono già rivelate inconsistenti lustri fa. Significa, per dirla in parole povere, correre il rischio di restare nella storia locale come quelli che hanno contribuito al degrado del territorio con un progetto illogico e ingiustificato che non solo non ha sviluppato il San Primo ma lo ha ridicolizzato agli occhi di tanti.

[Quest’immagine mostra i tracciati degli skilift e delle piste un tempo presenti sul Monte San Primo; quello tratteggiato che sale a Terrabiotta, riferito a un impianto ancora più vecchio del quale restano solo i ruderi, ricalcherebbe il percorso del nuovo impianto – seggiovia o skilift – ipotizzato dal progetto. Si notino le quote del territorio interessato.]
“Buon senso”, sì. Che non è di destra o di sinistra, non è pubblico o privato, non è di questa parte o di quell’altra: è di tutte le persone assennate, siano esse cittadini comuni o rappresentati delle istituzioni, e tutti dovrebbero promuoverne l’evoluzione e la diffusione a favore del bene comune. Purtroppo, come già scriveva il Manzoni quasi due secoli fa, anche oggi e fin troppo spesso «il buon senso se ne sta nascosto per paura del senso comune»: quel senso comune che voi vorreste imporre ma che, come ogni cosa ingiunta, è una manifestazione di debolezza culturale e morale nonché di una malcelata malevolenza verso i propri stessi territori abitati, vissuti e amministrati, con il cui Genius Loci evidentemente non si è più capaci di dialogare.

Cari amministratori del Monte San Primo, veramente voi vorreste tutto ciò?

Grazie per la considerazione che riporrete in questa mia disquisizione, della cui prolissità chiedo perdono così come per qualche passaggio che forse riterrete troppo duro nei vostri confronti ma che sappiate frutto di pura e consapevole sincerità.

Buon lavoro e buona giornata.

Il Sapiens in crisi

Lo si sa bene ormai che l’Homo Sapiens, autoproclamatosi tale in forza di non si sa bene quale pretesa superiorità e verso chi, ci metta invece un grande impegno a rendere del tutto ingiustificata e ingiustificabile quella altisonante definizione.

Prendete il momento storico attuale, ad esempio: è in corso una crisi climatica che va aggravandosi anno dopo anno e i cui effetti si fanno materialmente sempre più pesanti a livello globale e, nello specifico, sul continente europeo; una crisi riguardo la quale è sempre più indispensabile e urgente agire ma il Sapiens che fa, invece? Pensa bene di scatenare proprio in Europa una guerra che non solo provoca morti e distruzione ma genera un’emergenza energetica mai vista prima. Così, nell’estate più calda e siccitosa di sempre, per cercare di mitigare gli effetti di questa emergenza il Sapiens decide di attingere a fonti (il carbone, ad esempio) che non solo non la risolvono ma peggiorano inesorabilmente l’altra crisi, quella climatica. Ciò anche per non aver dato seguito, se non in minimissima parte, alle sue annose e pompose dichiarazioni sulla necessità di convertire il sistema alle energie alternative e rinnovabili – perché il Sapiens possiede pure una notevole capacità di proclamare intenzioni e volontà che poi quasi mai metterà in atto, a meno che non siano particolarmente deleterie (come quelle belliche, appunto).

Non solo: in alcune regioni del continente europeo abita un Sapiens che, se possibile, mette ancor più fervore nel perseguire l’impegno sopra evidenziato. In Italia, ad esempio, dove nell’estate appena trascorsa la carenza di risorse idriche si è fatta particolarmente grave ma il Sapiens locale, che nel frattempo ha preteso di organizzare i prossimi Giochi Olimpici invernali, finanzia a spron battuto innumerevoli impianti per la produzione di neve artificiale, per i quali serve una quantità immane di acqua che viene tolta alle scorte naturali – e non solo a quelle stagionali – destinate ai suoi simili.

Nel frattempo la crisi energetica si aggrava sempre più e dunque il Sapiens si organizza per razionare usi e consumi dell’energia, con tagli alle forniture e diminuzione delle temperature dei riscaldamenti domestici, dichiarando al riguardo di «sperare l’inverno non sia tanto freddo» (dichiarazione udita dallo scrivente alla radio qualche giorno fa da parte di un Sapiens politico – e non l’unica di questo genere intercettata, peraltro). Sperare che d’inverno non faccia freddo, già. Ma se non dovesse fare freddo sarebbe l’ennesimo segnale di un ulteriore peggioramento della crisi climatica, il che significherebbe che, a fronte del risparmio di una minima parte di risorse energetiche e di un po’ di soldi al riguardo, si manifesterebbe un probabile ulteriore aggravamento delle conseguenze del riscaldamento globale, sicuramente di portata ben più ampia e peggiore di quelle derivanti dall’emergenza energetica e che peraltro finirebbe per aggravare pure questa – come d’altro canto la storia recente ormai insegna. In parole povere il Sapiens, per tentare di salvarsi da un problema di una certa gravità, auspica a se stesso di subire un problema ancora più grave e pressoché irrisolvibile. Si sta scavando la fossa sotto i propri piedi ma, per non rovinare la pala, usa le sue stesse mani.

Ecco. Questa è la situazione del Sapiens contemporaneo, già.

P.S.: per giunta, se d’inverno non facesse freddo come certi Sapiens auspicano, la neve artificiale prodotta sottraendo risorse idriche ai territori pur in presenza di una grave siccità finirebbe per sciogliersi rapidamente, sprecando l’acqua, l’energia impiegata e ovviamente i soldi pubblici investiti al riguardo dai quegli stessi Sapiens. Autoproclamati tali, è bene rimarcarlo.

Crisi idrica, o crisi di “valori”?

Dopo che il 24 giugno scorso la Regione Lombardia ha comunicato lo stato d’emergenza regionale fino al 30 settembre 2022 – leggo sul web -, in data 4 luglio il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo “Stato di emergenza per crisi idrica” fino al 31 dicembre 2022 in cinque regioni del Nord Italia. Tra queste è presente anche la Lombardia, alla quale saranno stanziati 9 dei 36,5 milioni di euro a carico del Fondo per le emergenze nazionali utili a fronteggiare l’emergenza idrica, «La più grave degli ultimi 70 anni» secondo le parole del premier Mario Draghi.

Ora, scusatemi se mi mostro ripetitivo e quindi inesorabilmente noioso, ma non riesco a non chiedere: che logica e quale proporzionalità si possono dedurre dal confronto tra lo stanziamento di 9 milioni di Euro per fronteggiare una così grave emergenza idrica, cioè di carenza d’acqua, a livello regionale e – per citarne un altro stanziamento tra i tanti dei quali ho già scritto – i 12,5 milioni di Euro concessi per un singolo intervento a scopo turistico-ricreativo nel quale è compreso il potenziamento di un impianto di innevamento artificiale, cioè un metodo di consumo di acqua? Ed è solo uno tra i molti casi e dei tanti milioni di Euro elargiti per opere affini (in Lombardia con particolare costanza, vedere alle voci “Elezioni 2023” e “Olimpiadi 2026”), ribadisco.

Dunque? Dobbiamo pensare che, nella scala di valori (economica ma non solo, ovviamente) considerata dalle istituzioni pubbliche e politiche, la carenza di acqua che colpisce pressoché tutti è meno grave e importante del divertimento di pochi sulle piste da sci?

Ma no, certamente! È solo una provocazione, la mia!

O no?

Piovono soldi

Devono essere particolarmente “dotati”, gli amministratori pubblici piemontesi. Infatti riescono in un colpo solo a risolvere due gravose questioni ambientali che ormai si fanno particolarmente evidenti anche sulle montagne del Piemonte: la carenza di neve e pure la mancanza di pioggia!

Ok, certo, non piove acqua ma piovono soldi coi quali non si alimentano gli acquedotti e nemmeno si bagnano i campi, però come l’acqua si possono… “bere”. Infatti, una volta spesi per le opere previste e vista la realtà climatica e economica che viviamo già ora e vivremo ancor più in futuro, non è un po’ come se tutti quei soldi se li fossero bevuti?

[Mappa degli impianti e delle piste dell’Alpe di Mera. Date un occhio alle quote ove sono situate.]
D’altro canto, leggendo l’articolo al quale si riferisce il titolo lì sopra, è evidente il «costante impegno e per l’attenzione al territorio» e le capacità di sfruttare «Il turismo come motore di sviluppo della Valsesia, in inverno e in estate»… infatti è stata pure finanziata una “zip line”. Già.

Neve artificiale e giostre per adulti. Il turismo che “sviluppa” la montagna. L’attenzione al territorio. Fantastico, vero?

Un anno “eccezionale”?

Nel grafico sopra riprodotto (cliccateci sopra per ingrandirlo), che ricavo dalla pagina Twitter dell’IRPI – Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR, i vari circoli colorati identificano gli anni dal 1950 al 2022 in base al rapporto tra temperature e piogge nei primi sei mesi dell’anno, relazionato alla media standard 1991-2010, l’attuale trentennio climatico di riferimento.

Notate due cose:

  1. Innanzi tutto, ovviamente, la posizione del 2022, lassù in alto a sinistra: nettamente il semestre peggiore dal 1950 in tema di alte temperature e carenza di precipitazioni. Notate anche la distanza dell’anno in corso dal 2003, popolarmente ritenuto l’anno climaticamente peggiore di sempre.
  2. Dato meno evidente ma parimenti significativo: quasi tutti gli anni dal 2000 in poi sono posti al di sopra della linea di anomalia nulla delle temperature, ovvero sono risultati più caldi della media 1991-2020. Gli ultimi tre anni, in particolare, sono risultati non solo più caldi ma anche meno piovosi della media suddetta.

Riflessione conseguente: rispetto al periodo precedente il 2022, così tremendamente anomalo, è sicuramente da considerarsi un’eccezione; non ci resta che sperare che tale resti anche in futuro e non si palesi invece come il primo anno di un nuovo periodo climatico ben più problematico, per il quale saranno le medie di riferimento del passato a dover essere considerate una “eccezione”, e in difetto.