I bandi per la montagna di Regione Lombardia: ottima cosa. No, anzi: non così tanto.

Leggo che Regione Lombardia ha stanziato 17 milioni di Euro per i progetti del bando “Valli Prealpine” al fine di «contrastare lo spopolamento e rigenerare i territori di montagna, con il potenziamento e la valorizzazione di beni e di servizi pubblici a favore delle comunità locali» e mi dico: ottima cosa! E lo è, in effetti, come lo sono i recenti bandi lombardi per l’agricoltura di montagna (17 milioni) o per i rifugi (5 milioni). Ma appena dopo penso che, pur mettendo insieme gli investimenti di tutti questi bandi “virtuosi”, la somma rappresenta solo una piccola parte di quella che la stessa Regione Lombardia ha stanziato, o intende stanziare, per infrastrutture sciistiche in zone poste a quote inferiori di 1800-2000 m, al di sotto delle quali lo sci non è più scientificamente garantito in forza dei cambiamenti climatici in corso. Soldi sostanzialmente buttati, insomma, ovvero tolti a molti altri progetti ben più necessari e utili alle comunità residenti in quei territori e realmente funzionali a combattere lo spopolamento e sostenere l’attrattività abitativa.

Si consideri i soli progetti di nuovi impianti tra Lizzola e Valbondione, per i quali Regione Lombardia stanzierebbe 19 milioni, di Piazzatorre (da Regione 14 milioni), Maniva (12,5 milioni), Montecampione (13 milioni)… con il totale siamo già ben oltre le cifre per quei bandi “virtuosi” sopra citati. Ce ne sono sicuramente altri di questi bandi, così come ci sono decine di altri progetti sciistico-turistici parimenti opinabili in corso in Lombardia, tra nuovi impianti di risalita, opere per l’innevamento artificiale, strade, parcheggi e altri interventi a corredo; ciò senza contare i progetti estivi (soprattutto le tante ciclovie assai discutibili) e gli stanziamenti per le prossime Olimpiadi di Milano-Cortina. Insomma, la bilancia è inesorabilmente squilibrata a favore di questi secondi, non dei primi.

Va bene così? Forse sì: ma nello stato in cui si trovano i nostri territori di montagna (e scrivo «nostri» per indicare non solo la montagna lombarda ma tutte le montagne italiane), non dovrebbe avvenire il contrario cioè una preponderanza di finanziamenti pubblici per progetti, opere e interventi a reale supporto della quotidianità delle comunità di montagna e dei servizi di base a loro necessari (si pensi ai continui tagli del trasporto pubblico che serve i comuni montani, per dirne solo una) destinandone una parte ben minore a supporto del turismo e solo dove sia sensato e logico intervenire. Senza dimenticare poi che gli stanziamenti pubblici nel settore turistico vanno spesso a vantaggio di soggetti privati che lavorano (giustamente) per il lucro, non a diretto favore delle comunità locali: che poi ci possano essere ricadute positive – il tanto celebrato e a volte fantomatico “indotto” – è verissimo, ma è evidentemente qualcosa di ben diverso dall’intervenire direttamente per finanziare scuole, ambulatori di sanità pubblica, bus o per manutenere le strade locali oppure sistemare le situazioni di dissesto idrogeologico.

Tutto questo lo evidenzio non tanto per dar contro a quei progetti sciistico-turistici – se pur la loro notevole irrazionalità rende inevitabile farlo – quanto per obiettività rispetto alla realtà effettiva delle cose oltre che osservanza del più ordinario e necessario buon senso. Il quale, non mi stancherò mai di ripeterlo, è un elemento fondamentale nella gestione politico-amministrativa e socio-culturale dei territori delicati come quelli di montagna. Combattere il loro spopolamento e sostenerne lo sviluppo a lungo termine non significa spendere tanti soldi ma spenderli razionalmente dove è realmente necessario senza inseguire affarismi, propagande, ideologismi e tornaconti particolari, visto anche che, finanziariamente, non siamo la Svizzera o il Lussemburgo. E vedere aprire nuove seggiovie lungo le piste da sci nel mentre che nei rispettivi paesi si vedono chiudere le scuole o eliminare i bus non è cosa degna di un paese realmente civile e democratico.

Il ritiro dei ghiacciai svizzeri come non s’era mai visto prima

Foto di Perspective Nature su Unsplash.]

Qualche tempo fa il quotidiano svizzero Tages-Anzeiger ha pubblicato in un articolo alquanto eloquente i rilievi e le simulazioni grafiche con le quali il Politecnico Federale di Zurigo e l’Università di Friburgo mostrano l’evoluzione da oggi al 2100 di cinque tra i più noti ghiacciai svizzeri, che ad oggi rappresentano forse  la più efficace raffigurazione visiva di ciò che sta accadendo a quegli apparati glaciali e, in generale, a tutti ghiacciai delle Alpi. Gli autori dello studio sono Matthias Huss e Enrico Mattea, tra i maggiori studiosi accademici ed esperti elvetici di glaciologia, con ideazione e progettazione di Mathias Lutz e Marc Brupbacher.

Le simulazioni mostrano quanto i ghiacciai potrebbero fondere entro la fine del secolo in corso nel caso in cui non verranno attuate politiche di mitigazione degli effetti del cambiamento climatico e nel caso che invece tali politiche saranno attuate, e in ogni caso l’animazione le rende particolarmente impressionanti, mostrando anche come le montagne che ospitano i ghiacciai analizzati cambieranno d’aspetto e nel proprio paesaggio. I testi a corredo sono in tedesco, ma la traduzione automatica in italiano offerta da Google è decente e li rende ben comprensibili.

I cinque ghiacciai analizzati sono quelli del Rodano, del Morteratsch, dell’Aletsch, del Gorner (questi due rispettivamente il primo e il secondo più grande ghiacciaio delle Alpi) e del Silvretta. Qui sotto vedete alcune immagini della simulazione animata riguardante il Ghiacciaio del Morteratsch, il più grande del massiccio del Bernina in Engadina, a poca distanza dal confine con l’Italia (lo vedete com’è oggi nell’immagine in testa al post); cliccateci sopra per vederle animate.

A compendio delle simulazioni presentate, gli autori dello studio così riassumono la realtà attuale dei ghiacciai svizzeri e alpini:

Ad eccezione di pochissimi ghiacciai che hanno origine oltre i 4.000 metri, nel peggiore dei casi tutto il ghiaccio che li forma scomparirà. Con il peggiore sviluppo climatico ipotizzabile (quello senza efficaci politiche di protezione del clima) non solo i ghiacciai ma anche l’intera popolazione soffrirebbero di gravi disagi: l’aumento della temperatura in Svizzera sarebbe ben al di sopra della media mondiale di 4,4 gradi, il che porterebbe a tutta una serie di altri effetti e di problemi come temperature estreme, caldo, siccità e forti piogge. La reazione dei ghiacciai al raggiungimento dell’obiettivo di 1,5 °C (dunque con la messa in atto di efficaci politiche di protezione del clima) è molto diversa: mentre alcuni ghiacciai (Unteraar, Plaine Morte, Forno) scompariranno quasi completamente entro il 2100, altri riusciranno a conservare più della metà del loro volume attuale (Gorner, Fiescher, Allalin).

Risalta con tutta evidenza, nello studio, la necessità di svincolare il nostro modello economico dall’utilizzo dei combustibili fossili per cercare di ridurre il più possibile le emissioni di CO2 entro il 2050 secondo quanto stabilito dall’Accordo di Parigi del 2015, con il quale si è stabilito di non superare il limite di 1.5°C rispetto alle temperature pre-industriali. Per tale motivo lo studio mostra di contro gli effetti cagionati anche dallo scenario climatico peggiore, quello che non vedrà sostanziali decrementi a livello mondiale nell’uso di carbone, gas e petrolio, per il quale si prevede un aumento delle temperature nella regione alpina superiore ai 4,4°C medi globali.

[Tabelle interattive che mostrano le variazioni del volume dei maggiori ghiacciai svizzeri da qui al 2100. Cliccateci sopra per vedere tutte le tabelle pubblicate.]
In ogni caso, come ho scritto più volte in diversi articoli qui sul blog e altrove, la visione delle Alpi che ci aspetta nei prossimi decenni sarà radicalmente diversa rispetto a quella attuale e che fino ad oggi ha determinato l’immaginario comune in tema di montagne e ghiacciai. Osserveremo e vivremo un paesaggio alpino diverso, in certi casi molto diverso rispetto a prima, che renderà inevitabilmente differente anche la nostra relazione culturale e antropologica con esso ma pure la quotidianità vissuta tra i monti. Posta la realtà climatica in divenire e i suoi effetti sta a noi determinare quanto migliore o peggiore sarà, la nostra vita sulle “nuove” Alpi.

N.B.: nel portale web del Glamos, la rete di monitoraggio dei ghiacciai svizzeri il cui responsabile è Matthias Huss, uno degli autori dello studio di cui avete letto, trovate le schede estremamente dettagliate di tutti i ghiacciai monitorati dalla rete nonché una gran messe di dati relativi a tutti i 1.400 apparati glaciali della Svizzera: https://glamos.ch/it/#/C14-10

Siccome sfortunatamente esiste certa stampa, meno male che esistono quelli come Giovanni Baccolo!

Se vi fa male un dente, andate da un idraulico?

No, andate dal dentista ovviamente. Che vi dice perché il dente vi fa male e come risolvere il problema, eliminando il dolore. Solo un cretino per sistemarsi i denti ascolterebbe ciò che gli direbbe un idraulico. Che magari è pure amico suo, dunque «ha sicuramente ragione».

E meno male che esistono, i dentisti, altrimenti dovremmo sdolorare di continuo. Così come per fortuna esistono gli idraulici per sistemarci le perdite di acqua. Ma non i mal di denti, appunto.

Ecco: meno male che esistono scienziati tanto rigorosi quanto appassionati (e appassionanti) come Giovanni Baccolo che dice come stanno veramente le cose, in tema di ghiacciai e clima: come fa in questo post che potete leggere sulle sue pagine social (lo taggo su Facebook, su Instagram è qui), in riferimento ai titoli e agli articoli che vedete nelle immagini. Già, perché quest’anno che fortunatamente ha visto le nevicate primaverili più abbondanti degli ultimi anni, sulla stampa se ne stanno leggendo veramente di cotte e di crude: meno male, appunto, che Giovanni sa rimettere a posto le cose e aiuta chiunque a capire quale sia la realtà effettiva delle cose.

Riguardo invece gli altri (molti giornali inclusi, purtroppo) e alle scempiaggini prive di logica e fondamento che si prendono la libertà di scrivere, be’… ho già detto chiaramente che ne penso, lì sopra.

Di Giovanni Baccolo è uscito da pochissimo il nuovo libro, I ghiacciai raccontano (People Pub), una lettura fondamentale per chiunque voglia capire meglio cosa sta realmente succedendo al clima del nostro pianeta, del quale «i ghiacciai sono il simbolo più completo, il simbolo eccellente.»

Come scrive Giovanni, «Fino a qualche decennio fa, le oscillazioni dei ghiacciai danzavano insieme alla naturale variabilità climatica del pianeta. Come in un valzer, uno andava dietro all’altro e, come succede con le coppie più affiatate, non era facile capire chi stesse guidando i movimenti. Oggi l’armonia è però rotta. Il clima conduce una marcia forzata che ha per meta un luogo poco adatto per l’esistenza dei ghiacciai.»

Un libro da leggere, lo ribadisco. Per saperne di più cliccate sull’immagine della copertina lì sopra; inoltre vi invito a seguire storieminerali.it, il sito web di Giovanni, costantemente arricchito di contenuti interessanti e illuminanti sui temi geoglaciologici e non solo.

Il clima forse collassa o forse no, le montagne sicuramente sì

A proposito di quanto scrivevo questa mattina circa la congettura – esagerata quanto si vuole ma non per questo da ignorare – che il clima stia “collassando”… Ecco: magari il clima no (speriamo!) ma con il cambiamento climatico in corso sono le montagne a collassare sempre di più. Come è accaduto ieri, domenica 14 aprile sul versante engadinese (dunque nord) del Bernina, dal quale si è generata un’enorme frana di almeno un milione di metri cubi di rocce e ghiaccio che è scivolata a valle per circa 5 chilometri annerendo la lingua del Ghiacciaio di Tscherva, in fondo alla celebre Val Roseg.

Pare che la frana si sia staccata alle 7 di mattina a una quota di 3400 metri, in un punto nel quale le temperature ampiamente sotto lo zero dovrebbero ancora tenere ben saldi i versanti – rivolti a nord e dunque in piena ombra, ribadisco. Invece evidentemente non è così. Le immagini che vedete, tratte da questo articolo di “Südostschweiz”, sono assolutamente eloquenti.

Quindi torno alla domanda del post pubblicato qui questa mattina: e se col clima le cose dovessero andare peggio di qualsiasi previsione climatica pur negativa che abbiamo a disposizione? Che facciamo?

Qualche domanda che sarebbe bene porsi, sul clima

Al netto del titolo forse fin troppo semplicistico dell’articolo qui sopra riportato (cliccateci sopra per leggerlo), è innegabile che il weekend appena trascorso sia stato, almeno in buona parte dell’Italia, spaventosamente estivo pur essendo solo a metà aprile e la primavera astronomica sia cominciata da nemmeno un mese. Per inciso, anche gli sbalzi termici così repentini (pochi giorni fa in montagna nevicava, e nei prossimi giorni si prevede un calo repentino delle temperature) risultano altrettanto anormali e inquietanti.

Dunque chiedo per un amico – anzi, per otto miliardi circa di “amici”: e se il clima della Terra stesse collassando? Se i climatologi stessero sbagliando le previsioni sul cambiamento climatico ma in difetto e le cose a breve andassero peggio rispetto a quanto ordinariamente avvertito? Che facciamo? Siamo pronti a questa ipotesi estrema? A me non pare, visto che non siamo pronti nemmeno per le ipotesi più dolci. Quindi?

Non è un esercizio di catastrofismo, sia chiaro, ma una speculazione del tutto razionale e inevitabile, posta la realtà di fatto. Giusto per non subire l’effetto Titanic, che quando salpò da Southampton tutti a bordo erano assolutamente convinti che nulla avrebbe potuto affondare la nave, figuriamoci uno stupido iceberg alla deriva.

Ecco.