Poca spesa, inesorabile “resa” (della cultura). La questione del Museo della Fotografia di Cinisello Balsamo, la solita storia all’italiana…

Museo Fotografia Cinisello-2“Poca spesa, tanta resa (culturale)”: così intitolavo un mio precedente articolo di qualche giorno fa (anche qui nel blog) col quale intendevo mettere in luce la bella realtà del MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, alle porte di Milano, luogo di cultura di provincia, di sicuro piccolo rispetto a certe entità della vicina metropoli lombarda, eppure capace non solo di stare in piedi ma pure di offrire una proposta culturale, tra mostre, iniziative didattiche, premi e quant’altro, di mirabile qualità, grazie a una lodevole sinergia tra pubblico e privato su base comunale.
Giusto per inesorabile par condicio, e per in tal modo mettere in evidenza i due limiti di un ambito culturale nazionale che sa offrire tutto e il contrario di tutto con insuperabile cecità strategica, mi sposto solo di qualche chilometro verso il centro di Milano (sto in zona perché ne conosco direttamente le situazioni e supponendo di considerare Milano quale una delle capitali culturali italiane a titolo esemplificativo) per dirvi del MuFoCo, il Museo della Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, proprio alle porte del capoluogo meneghino, e della sua demoralizzante situazione, sostanzialmente opposta in forma e sostanza a quella del MAC di Lissone.
sala_espositivaIl MuFoCo è un museo pubblico unico nel suo genere – tutti gli altri dedicati alla fotografia, in Italia, sono legati a enti e fondazioni private – con un patrimonio di due milioni di fotografie dal dopoguerra ad oggi di artisti come Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Fischli&Weiss, Gianni Berengo Gardin, Luigi Ghirri, Candida Höfer, Mimmo Jodice, Uliano Lucas, Federico Patellani, Ferdinando Scianna, Thomas Struth, cui si aggiunge l’archivio analogico dell’agenzia Grazia Neri, che ha raccontato per immagini la storia italiana degli ultimi 40 anni nonché tutta l’attività di carattere didattico in collaborazione con scuole di ogni ordine e grado e con le facoltà universitarie. Duole molto affermarlo, ma se un museo del genere all’estero sarebbe un’istituzione tenuta in palmo di mano e offerta come attrazione irrinunciabile al traffico turistico, qui è ormai da mesi in preda ad un classico esempio di disprezzante menefreghismo culturale istituzionale all’italiana – ecco, mi viene da definirlo in tal modo. Ovvero: fondi tagliati o dati col contagocce, parole-parole-parole senza fatti concreti, scaricabarili vari e assortiti, il tutto nell’ottica di quell’ormai istituzionalizzata strategia del “con la cultura non si mangia” che guida palesemente l’azione di molti enti pubblici su questioni del genere.
In buona sostanza: se il museo fino a pochi giorni fa rischiava di chiudere per la totale assenza di fondi – soldi messi in bilancio dagli enti responsabili ma non erogati, si badi bene – si è al momento salvato grazie ai 50.000 Euro raccolti in un’asta organizzata dagli “Amici del Museo di Fotografia” e a un’erogazione in extremis di 200.000 Euro dovuta da tempo dalla Provincia di Milano: fondi che assicurano una sopravvivenza di qualche settimana, non molto di più. Ma attenzione: la Provincia formalmente è una istituzione che non esiste più, sostituita dall’Ente Città Metropolitana, il quale tuttavia non ha ancora comunicato se resterà socio del museo e se adempierà ai suoi oneri finanziari, versando i soldi necessari per proseguire le attività. Nel frattempo in Regione Lombardia e in Parlamento si sta discutendo della trasformazione del MuFoCo in ente nazionale, il che dovrebbe garantirne l’esistenza e il rilancio: ma al momento nulla è stato deciso e chissà quando si deciderà in merito – intanto il tempo passa… Infine, ci sarebbe sul tavolo la proposta di sdoppiare il MuFoCo tra la sede classica di Cinisello (archivio e amministrazione) e una nuova sede espositiva in centro a Milano: ciò potrebbe rappresentare una interessante opportunità per il museo in vista di EXPO 2015: ma anche qui nulla è ancora stato deciso, ed all’apertura di EXPO mancano meno di quattro mesi.
archivioInsomma, avete sicuramente ben capito come è messa la realtà dei fatti di un’istituzione culturale – lo ribadisco – unica nel suo genere in Italia. Paese, d’altronde, unico nel suo genere col tutto il ben di Dio culturale a disposizione e la cronica incapacità di considerarlo, valorizzarlo e sfruttarlo nel modo più proficuo possibile. Come affermo fin nel titolo di questo articolo, con poca spesa – spesa finanziaria ma pure strategica, di impegno, di volontà, di considerazione – è inevitabile la resa, ovvero la sconfitta, il fallimento culturale. Poco distante, a Lissone, dimostrano come questa evenienza si possa efficacemente annullare: altrove invece, a Cinisello come in troppi altri luoghi della cultura nostrani, pare ci si volti deprecabilmente dall’altra parte.

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.

“Non possiamo non dirci naturalisti”. Un illuminante e pragmatico scritto di Carlo Rovelli sul pensiero contemporaneo.

Vi propongo questo illuminante articolo di Carlo Rovelli, uno tra i migliori scienziati italiani contemporanei (tale anche, a mio parere, per la capacità di compendiare nel proprio pensiero gli assunti di diverse discipline del sapere contemporaneo, e non solo), che fa il punto sul naturalismo, la filosofia più vicina alla scienza, dominante pressoché in tutto il mondo ma avversata in Italia. Trovo lo scritto interessante – e, appunto, illuminante, pure per chi non sia esattamente addentro alle questioni in esso trattate (anche se potrebbe sembrare un poco difficile) – perché riesce anche a tratteggiare con chiarezza lo stato della cultura contemporanea italiana ovvero certe sue alquanto opinabili peculiarità, nelle quali inevitabilmente si possono rintracciare le cause del generale degrado di esso – degrado che poi si riverbera sulla società intera, con i risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi.
Nella necessaria riflessione sul perché l’Italia presenti problemi socio-culturali ben più gravi rispetto a buona parte delle altre nazioni occidentali ovvero della parte di mondo più avanzata, e su come essi si siano generati, questo scritto di Rovelli – anche se, lo ribadisco, non direttamente dedicato a tali questioni – rappresenta a mio modo di vedere un contributo assolutamente considerabile tanto quanto pragmatico.

Carlo Rovelli (e se cliccate sull'immagine, potete visitare la sua pagina nel sito del Centro di Fisica Teorica di Marsiglia, ove attualmente lavora.)
Carlo Rovelli (e se cliccate sull’immagine, potete visitare la sua pagina nel sito del Centro di Fisica Teorica di Marsiglia, ove attualmente lavora.)

Non possiamo non dirci naturalisti
Il punto sul naturalismo, la filosofia più vicina alla scienza, dominante nel mondo ma avversata in Italia. Anche da chi si autodefinisce realista.

“Naturalismo senza specchi” è un libro complesso, dove uno dei più brillanti filosofi contemporanei, Huw Price, che detiene la cattedra Bertrand Russell a Cambridge, discute una versione di quella che non è forse esagerato chiamare la filosofia dominante del nostro tempo: il naturalismo. È una versione che risponde implicitamente a molte posizioni anti-naturalistiche di casa nostra.
Il naturalismo, scrive Federico Laudisa in un recente volume intitolato appunto ‘Naturalismo’, “è diventato un quadro di riferimento generale per molte questioni filosofiche al centro dei dibattiti dell’ultimo mezzo secolo”. Come tutte le vaste tendenze di pensiero, il naturalismo non ha una definizione precisa e si declina in una varietà di forme; lo si può forse caratterizzare come l’atteggiamento filosofico di chi ritiene che tutti i fatti che esistono possano essere indagati dalle scienze naturali, e noi esseri umani siamo parte della natura, non entità distinte e separate da essa. Non è naturalista chi assume realtà trascendenti che possiamo conoscere solo attraverso forme non indagabili dal pensiero scientifico. Non è naturalista chi pensa che esistano due realtà: una natura che può essere studiata dalla scienza, e un’altra impermeabile alla scienza. Il naturalismo nasce nel pensiero classico greco, dispiegato per esempio in Democrito, rinasce dopo lungo silenzio nel Rinascimento italiano e si rafforza con i trionfi della scienza moderna. Diventa forte nel diciannovesimo secolo e oggi permea una parte vastissima della cultura mondiale. Tesi molto marcatamente naturalistiche sono state difese per esempio da Willard Quine, uno dei maggiori filosofi del ventesimo secolo. Una delle sue tesi più note ed estreme, in questo senso, riguarda la “naturalizzazione dell’epistemologia”: lo sforzo di ricondurre alle scienze naturali anche le questioni sulla natura stessa della conoscenza.
L’Italia, dopo il Rinascimento, è diventata singolarmente refrattaria al naturalismo, e lo è ancora. Nell’enciclica “Quanta Cura” di Pio IX, si condannava ferocemente “l’empio ed assurdo principio del naturalismo”. Non siamo più a questi eccessi, ma resta diffusa nel nostro paese, sia fra il pubblico che fra gli intellettuali, l’opinione magari vaga ma prettamente anti-naturalistica che “ci dev’essere ‘qualcosa’ al di là di ciò che si può studiare scientificamente”. La refrattarietà al naturalismo nel nostro paese si riflette in tutto ciò che ci distingue dalla maggior parte degli altri paesi sia occidentali sia in via di sviluppo. La nostra scuola è strutturata dall’idealismo crociano, i nostri filosofi adorano Heidegger, che non amava la conoscenza scientifica, la nostra stampa e televisione, con poche eccezioni, fanno la peggior la divulgazione scientifica del pianeta — basti pensare a “Voyager” —, il nostro parlamento non eccelle per cultura scientifica. Siamo l’unico paese del mondo dove scuole e tribunali espongono simboli religiosi, e l’unico paese, oltre forse all’Iran, dove i telegiornali raccontano ogni giorno cosa ha detto il leader religioso locale. Di naturalismo in Italia abbiamo sentito parlare quasi solo quando a scuola ci raccontavano quanto esso avesse fatto soffrire Leopardi…
In questo clima non stupisce che anche i nostri migliori intellettuali si tengano a una certa distanza dal naturalismo. Nel suo libro che al naturalismo è dedicato, Laudisa si affretta a scrivere: “non condivido il grande entusiasmo che manifesta per il naturalismo la stragrande maggioranza dei miei colleghi” —evidentemente stranieri. Laudisa rimprovera al naturalismo sopratutto di non essere in grado di rendere conto degli aspetti normativi (ed estetici) del pensiero. Più marcatamente, forse per il retaggio della tradizione culturale da cui proviene, Maurizio Ferraris, nella sua pur benemerita crociata illuminista contro le degenerazioni del pensiero che vuole leggere tutto come sola “costruzione sociale”, si affretta ad aggiungere nel suo ‘Manifesto’: “Non si tratta affatto di dire che tutte le verità sono in mano alla scienza”. Ferraris distingue realtà “naturali”, come montagne alberi e stelle, da realtà “sociali”, come contratti, valori, e matrimoni, che sono realtà, ma costruite socialmente. Pur provenendo da tradizioni di pensiero lontane, Laudisa e Ferraris vedono entrambi i limiti del naturalismo là dove inizia il pensiero umano.
Questa è esattamente la questione da cui parte Huw Price. Price lo chiama il “problema della collocazione” (‘placement’), e lo formula come la domanda di dove “collocare” nel mondo dalle scienze naturali entità come i valori morali, la bellezza, la conoscenza, la coscienza, la verità, i numeri, i mondi ipotetici, le leggi, eccetera: tutte quelle entità che sembrano meno compatibili, per esempio, con il mondo descritto dalla fisica. La risposta di Price si articola in due passi. Il primo è l’osservazione che il nostro linguaggio e il nostro pensiero non sono necessariamente rappresentazioni di qualcosa di esterno. L’osservazione è il cuore della filosofia della seconda fase di Wittgenstein: contrariamente a quanto ipotizzato dalla più diffusa teoria del linguaggio (caratteristica per esempio di Gottlob Frege, il padre della logica moderna), il nostro linguaggio e il nostro pensiero fanno ben altro che designare oggetti e proprietà di oggetti. Se guardo il tramonto e dico “che meraviglia!” alla compagna che ho accanto, non sto designando una ipotetica entità “meraviglia” che sia là, vicina al sole che tramonta. Sto esprimendo l’effetto del tramonto su di me, sto rafforzando quel legame di vicinanza con la mia compagna che viene dall’essere insieme a gioire dello spettacolo, oppure sto cercando di mostrarle qualcosa della mia intimità, o forse mille altre cose ancora, nessuna delle quali ha a che vedere con un oggetto esterno “meraviglia”. Interpretare il linguaggio come qualcosa che si riferisce necessariamente a qualcosa di esterno è creare dei falsi problemi di metafisica. Interpretare le nostre sofisticate e complesse attività linguistiche come affermazioni su una realtà esterna è l’errore che, secondo Price, genera il falso problema del “collocamento”.
Il secondo passo di Price è un sottile slittamento dell’idea centrale del naturalismo: porre l’accento sul fatto che noi, esseri umani, siamo parti della natura. E noi possiamo essere studiati dalle scienze naturali. Price lo chiama “naturalismo del soggetto”. Valori morali, bellezza, conoscenza, coscienza, la nozione di verità, i numeri, i mondi ipotetici, eccetera, non vanno compresi come arredamento metafisico del mondo, e neppure dichiarati “illusori”: vanno compresi come aspetti del comportamento di noi stessi, esseri naturali complessi in un mondo naturale complesso. Questo non toglie la possibilità di studiarli anche in forma autonoma: un matematico studia i numeri, un filosofo dell’etica studia i valori morali, e così via. Diritto, estetica, morale, logica, psicologia… sono scienze autonome. Ma i presupposti di queste discipline, e le realtà di cui si occupano non contraddicono il naturalismo, perché sono riconducibili alla coerenza generale del mondo naturale, come la chimica è compatibile con la fisica: il nostro pensiero e la nostra vita interiore sono fenomeni reali, generati da noi, creature naturali in un mondo naturale.
Molti campi vivacissimi della scienza contemporanea si concentrano oggi nello sforzo di riempire di contenuto questa intuizione: scienze del cervello, scienze cognitive, etologia, antropologia, linguistica, psicologia… Una sterminata letteratura sta crescendo, dedicata a comprendere noi stessi in termini naturali. Un testo che riassume lo sforzi per comprendere in termini evolutivi la nostra capacità di conoscere, per esempio, è “Teoria evoluzionaria della conoscenza” del filosofo tedesco Gerhard Vollmer, da poco pubblicato in Italia. C’è moltissimo che ancora che non capiamo, perché, come sempre, quello che non sappiamo è immensamente di più di quello che sappiamo, ma stiamo imparando moltissimo.
Forse curiosamente, riportare noi stessi alla nostra realtà naturale, che per Price ha radici nel pragmatismo e nel rispetto per ciò che abbiamo imparato sulla realtà grazie alla razionalità scientifica, finisce per riallacciarsi proprio alle intuizioni di Nietzsche, che per altra via sono sfociate negli eccessi del postmoderno: prima di essere animale razionale l’uomo è animale vitale (“Sono i nostri bisogni che interpretano il mondo… Ogni istinto ha la sua sete di dominio.”); vero, ma anche la nostra ragione nasce da questo magma, e ne emerge come la nostra arma di gran lunga più efficace. Su questo intreccio segnalo anche un libretto di diversi anni fa proveniente da tutt’altro mondo: “Gli istinti dell’uomo” di Antonio Balestrieri. Come presidente della Società Italiana di Psichiatria, Balestrieri giocò un ruolo centrale per l’approvazione della grande riforma della legge 180, vanto dell’Italia, la legge che ha chiuso i manicomi liberando l’umanità da una grandissima sofferenza, e ha fatto scuola in tutto il mondo. Con la semplicità di chi con la mente umana, la sua forza e la sua debolezza, ci deve lavorare, Balestrieri delinea un quadro per comprendere la rete di relazioni fra istinti e ragione, e tratteggia il percorso evolutivo naturale che ci può aver portato ad essere quello che siamo, esseri di emozioni ed esseri pensanti.
In favore di questo naturalismo umile e completo il libro di Price argomenta con forza e rigore: siamo creature naturali in un mondo naturale, e questi termini ci danno il miglior quadro concettuale per comprendere noi stessi e il mondo. Siamo parte di questa natura splendida e ricchissima, di cui sappiamo ancora così poco, ma abbastanza per capire che essa è sufficientemente complessa per dare luogo a tutto ciò che siamo, compresa la nostra etica, la nostra possibilità di conoscere, il nostro sentire la bellezza, e la nostra capacità di emozionarci. Fuori di essa non c’è nulla. Per un fisico teorico come sono io, per un astronomo abituato a pensare la sterminata distesa di più di cento miliardi galassie, ciascuna formata da più di cento miliardi di stelle, ciascuna con la sua ghirlanda di pianeti, su uno dei quali noi non siamo che un fenomeno breve e fugace, granelli infinitesimi di polvere persi nel cosmo sterminato, questa non può essere che un’ovvietà. Ogni uomo-centrismo impallidisce di fronte a questa immensità. Questo è il naturalismo.

Fonti citate:
– Huw Price, “Naturalism without mirrors” (Oxford University Press, Oxford 2010)
– Federico Laudisa, “Naturalismo” (Laterza, Roma 2014)
– Maurizio Ferraris, “Manifesto del nuovo realismo” (Laterza, Bari 2012)
– Gerhard Vollmer, “Teoria evoluzionaria della conoscenza” (Ipoc, Milano 2012)
– Antonio Balestrieri, “Gli istinti dell’uomo” (La Garangola, Padova 1998).

Di “voluttà” (letterarie) forse troppo superficiali. Forse.

Idiot-ebook1Leggo su La Stampa, in un articolo a firma Mario Baudino pubblicato qualche settimana fa:
“Un mese fa a Torino, al convegno dell’Igel – International Society for the Empirical Study of Literature and Media, due studiosi, la norvegese Anne Mangen e il francese Jean Luc Velay hanno esposto i risultati di una loro ricerca: un po’ inquietanti. 50 studenti omogenei per cultura e uso delle tecnologie erano stati invitati a leggere un breve racconto della giallista Elizabeth George (tradotto in francese). Metà di loro su un libro cartaceo, metà sul Kindle. Poi sono stati interrogati sugli aspetti della storia, emotivi e narrativi. Il risultato è che quelli del Kindle, a differenza degli altri, avevano difficoltà a ricostruirne la trama.“

Beh, accidenti… La notizia (poco rimbalzata sui media, ma guarda!) è a dir poco imbarazzante, e denota una certa problematicità tutt’oggi importante e irrisolta nei confronti di una potenziale rivoluzione i cui effetti non comprendiamo ancora bene, anche perché non sappiamo nemmeno se vi saranno, tali effetti, ovvero se quella rivoluzione non finisca per rivolgersi ove non deve e avvolgersi rovinosamente su sé stessa.
In verità, e in tutta sincerità, non so perché ma ‘sta notizia mi fa venire in mente (mi scuso per la singolarità di quanto state per leggere) la differenza tra il fare sesso con una donna – o un uomo, ovvio: io guardo la cosa dal mio punto di vista – ammaliata, conquistata, sedotta e amata, e il farlo con una escort, sia pure di classe. Sì, voglio dire: lo scopo lo si raggiunge in entrambi i casi, e la scelta di usufruire dell’una o dell’altra situazione è inevitabilmente libera, al di là di qualsivoglia considerazione. E’ il dopo che è diverso. Quando seppur ci si ritiene soddisfatti di ciò che si ha vissuto, ci si rende conto di non sapere e/o ricordare nemmeno il nome di lei…

Ma è una riflessione così, ripeto, del tutto spontanea e personale. In ogni caso, lunga vita alle esc… pardon, ai libri tutti, di carta o elettronici, tra le cose terrene (con poche altre gioie più materiali, certo!) capaci di farci godere un piacere profondo, intenso, intellettualmente voluttuoso e a volte entusiasmante. E senza bisogno d’alcun ausilio contraccettivo – anzi!

INTERVALLO – Napoli, Port’Alba

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A Napoli c’è una strada, Port’Alba, che collega piazza Bellini a piazza Dante. Si passa sotto un arco e ci si trova nel luogo cittadino delle librerie. In realtà dovrei utilizzare il passato: ci si trovava nel luogo delle librerie. La libreria Guida, storica sede di tanti incontri culturali nella sua Saletta Rossa, ha chiuso da tempo. Poi ci sono gli altri librai, riferimento per tutta la città e per la provincia nel corso della campagna scolastica e celebri per le bancarelle, posizionate davanti ai loro negozi e piene di libri usati, fuori catalogo, miniere di carta trascurate. Oggi le bancarelle non ci sono più e la strada è vuota, a causa di una zelante applicazione della legge, che ha finito per costringere alla resa i librai indipendenti, già eroici nella loro resistenza alla crisi dell’editoria.

(Roberto Saviano)

Per saperne di più sulla vicenda di Port’Alba – una vicenda ancora in corso la cui importanza, per una città come Napoli, è inutile rimarcare – cliccate sull’immagine.

Pompei, perenne figuraccia italica: forse era meglio prima del 1748…

Avrete certamente letto sui media, o sentito/visto sulle radio-TV, della chiusura per qualche ora, ieri (e non solo ieri), dei siti archeologici vesuviani causa “assemblea sindacale” (QUI un elenco di notizie in merito), e converrete con me che di fronte a tale ennesimo episodio di genialità tutta italiana, c’è veramente poco da commentare.
Ovviamente, non sono in discussione ne i sacrosanti diritti dei lavoratori, ne quelli dei turisti che giungono lì da tutto il pianeta non certo per trovarsi davanti un cancello chiuso e una motivazione che a loro probabilmente parrà incomprensibile. Fatto sta che, non potendo discutere ne l’una ne l’altra cosa, ovvero non potendo mai discutere di nulla, in Italia, dacché salterà sempre fuori qualcosa che vanificherà in bene o in male l’efficacia della discussione, nel concreto finisce per essere perennemente in discussione il buon nome del paese – sempre che ce ne sia ancora uno e alla faccia di tutti quanti si riempiono la bocca, prima, ora e in futuro, di “patrimonio artistico”, di “tesori storici e culturali”, di “difendiamo al cultura” e tutto il resto. Parole che puntualmente, anche quando sono frutto di voci autorevoli, serie e volenterose, svaniscono rapidamente nel vuoto della realtà italica.
Pompei poi, lo sapete, bene, è “il” caso emblematico per eccellenza, sul merito. Ha ragione Christian Caliandro: “Pompei è l’autoritratto più efficace dell’identità collettiva italiana in questo momento: è lo specchio del nostro degrado, che riflette fedelmente quanto poco ci vogliamo bene. Ciò che potrebbe servire di più sarebbe forse proprio l’attuazione della (ventilata) procedura di cancellazione di Pompei dalla lista dei siti Unesco. Sarebbe uno shock salutare, l’occasione per rendersi finalmente e integralmente conto della gravità della situazione: un Paese che non riesce a garantire la minima conservazione, protezione e manutenzione del patrimonio ereditato dal proprio passato è un Paese che sta realmente mettendo in discussione il proprio futuro. Che si sta condannando all’impermanenza.” (Pompei, autoritratto italico, Artribune Magazine #16, novembre-dicembre 2013)
A ruota, mi viene da dare ragione pure a chi sostiene che sarebbe quasi il caso che Pompei tornasse a sparire sotto terra, come prima di essere scoperta e dissotterrata (gli scavi iniziarono nel 1748 per volere di Carlo III di Borbone) ovvero, paradossalmente, prima che venisse avviato il suo incubo, dacché in tal modo si conserverebbe molto meglio che ora, affidata a enti che dimostrano da decenni di non possedere alcuna buona capacità in tal senso.
Ancora una volta, a mio modo di vedere, il problema sta tutto nella totale mancanza di cultura pure in siti che sono cultura, e che cultura dovrebbero fare e trasmettere a chi li visita. Invece no: tutta la questione viene di nuovo ridotta su piani volgarmente materiali e bassamente politici, come se si avesse a che fare con la gestione di un grande supermercato o di un parco divertimenti nella cui conduzione prevalgano sempre e comunque diritti alquanto egoistici e grossolani, ancorché giusti e in parte condivisibili – ma, insomma, una cosa è e resta giusta quando non rende ingiuste altre cose con cui ha a che fare, no?
Da tutto ciò emerge l’impressione di un effettivo menefreghismo – ovvero, se devo essere più diplomatico, di una incapacità di comprensione del valore di ciò che si ha tra le mani – nei confronti del senso, del significato, del valore primario e dell’essenza culturale (senza citare poi il potenziale economico) di certe fortune che l’Italia si trova a possedere. Come se, appunto, Pompei fosse tale quale che un altro sito pubblico qualsiasi da aprire la mattina e chiudere la sera, e se qualcosa non funziona bene e va storto pazienza, c’è altro nella vita a cui pensare.
E’ e sarà sempre inutile istituire e mettere in atto “piani straordinari”, “strategie di rilancio” o altro del genere se verso ciò che va tutelato, rilanciato e sostenuto non ci sarà un autentico attaccamento, e altrettanta dedizione culturale – e intendo dire non legata a nozionismi e informazioni calate dall’alto (del tipo “Pompei va difesa perché così c’è scritto nella legge o nel decreto tot”), ma direttamente legata alla propria cultura, ovvero alla civiltà di cui si è parte e alla società che la anima: Pompei va difesa perché è la nostra storia ed è elemento formante la nostra identità nazionale, da mostrare con orgoglio ai turisti d’ogni dove. E’, in altri termini, ciò che ha affermato lo stesso Caliandro nel passo dell’articolo sopra citato, e tale dedizione deve esserci in ogni soggetto coinvolto, dalle istituzioni politiche (in primis) all’ultimo dei lavoratori come in ogni singolo cittadino, vero padrone del sito (se ce ne ricordassimo ogni tanto, eh!). Non è certo qualcosa che si possa ottenere da un giorno con l’altro, o in poche settimane o mesi. Ma è, credo e temo, l’unica via d’uscita, se non si vorrà finire come in altri ambiti italici nei quali i fantasmi più immondi del passato, che si credevano ormai dissolti, puntualmente tornano e pure più spaventosi di prima – Venezia e il suo Mose insegnano, giusto per restare in tema di tesori artistici e culturali italici gestiti in modo a dir poco opinabile.
Così bisogna agire, sperando di ottenere rapidamente buoni risultati ovvero augurandosi che il degrado e la conseguente rovina, materiale e morale, del nostro patrimonio culturale nazionale non risultino ancor più rapidi.