Il “Reliquiario” dell’inconscio di Emanuele Puzziello, alla Piscina Comunale di Milano

"Spoliazione", acrilico su tela, cm.20x20, 2011
“Spoliazione”, acrilico su tela, cm.20×20, 2011

Vi ho già parlato qualche tempo fa della Piscina Comunale di Milano, e vi ho invitato a tuffarvi nelle sue meravigliose tanto quanto autentiche acque artistiche
La personale di Emanuele Puzziello (nato a Maglie, Lecce, nel 1982; vive e lavora fra Modena e Lecce), che s’inaugura venerdì 31 Ottobre in Piscina, è un ennesimo motivo per portarsi il costume – al contrario di tanti altri che, per starsene a mollo nell’arte di oggi, devono invece indossare una maschera. E non intendo quella con boccaglio annesso!
Cliccate sulla locandina qui sotto per visitare la pagina facebook della Piscina Comunale ed avere ulteriori informazioni…
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Le “Regole”: la gestione del paesaggio a regola d’arte

Il paesaggio è un elemento culturale, dunque la sua salvaguardia rappresenta pienamente un’azione culturale: sostengo ciò ad ogni buona occasione, qui e altrove, e non mi stancherò mai di farlo.
Posto ciò, resto sempre assolutamente incantato nonché stupito – nel bene e nel male – ogni qualvolta abbia modo di constatare cosa fossero (e in parte cosa sono tutt’oggi) le Regole, il sistema di gestione autonomo della proprietà rurale collettiva diffuso nelle zone dolomitiche di Veneto, Trentino e Friuli (nonché in minima parte, ovvero con forme parzialmente assimilabili, in altre zone delle Alpi).
Fin dal XIII secolo, quando le prime Regole nacquero, hanno permesso un’ottimale amministrazione collettiva di quasi tutto il patrimonio agro-silvo-pastorale di proprietà comune delle famiglie originarie e destinato sia al godimento diretto sia al finanziamento delle opere di pubblica utilità, il tutto caratterizzato da inalienabilità e da indivisibilità. Non solo, ma anche grazie a queste ultime peculiarità citate, le Regole hanno permesso l’ideale conservazione delle caratteristiche del territorio, con indubbi vantaggi dal punto di vista ecologico oltre che, ovviamente, paesaggistico.

masi-la-valTale regime tradizionale non era esente da pecche – come, ad esempio in alcune (ma non in tutte), il divieto per le donne di partecipare alla gestione di esse nonché alla trasmissione dei diritti regolieri, prescrizione eliminata solo in tempi recenti – tuttavia, nella pratica, per secoli è stato uno dei migliori esempi sulle Alpi di rapporto armonico tra la Natura e le attività antropiche sussistenti in essa, al punto che i regolieri ancora oggi – ove le Regole conservino una qualche valenza giuridica – difendono la loro autonomia dall’amministrazione pubblica di matrice statale, che più volte ha manifestato la tendenza a cercare di assimilare queste terre comuni a quelle di un demanio comunale: a ciò i regolieri hanno tenacemente opposto il principio che invece la Regola si tratti di una proprietà privata esclusiva degli abitanti originari.

1885___SourceUna sorta di antico senso civico rurale a salvaguardia di un territorio inalienabile e indivisibile, il tutto difeso da un forte reclamo di autonomia – se non autodeterminazione – e libertà consapevole, come quella di chi vive e conosce un paesaggio da secoli. Una cosa stupefacente, appunto, nel bene – per i mirabili risultati ottenuti e da tutti visibili – e nel male, per tutte le innumerevoli volte nelle quali viceversa si può constatare come il paesaggio naturale, messo invece nelle mani di amministratori incompetenti, incapaci, menefreghisti, truffaldini quando non criminali, venga puntualmente distrutto, sia nelle sue forme naturali che nella sua essenza culturale e antropologica, con i risultati che poi abbiamo di fronte sempre più frequentemente: sfruttamenti impropri e rovinosi delle risorse naturali, scempi ambientali, dissesti idrogeologici, frane e alluvioni, eccetera eccetera eccetera.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAEppure, di metodi, sistemi, principi e idee per fare bene qualcosa, soprattutto se qualcosa di interesse collettivo, e dunque dai vantaggi dei quali tutti possiamo/potremmo usufruire, la storia antica e recente, ma pure la realtà contemporanea, ne offre a iosa. Basta (ri)prenderli e (ri)metterli in pratica: una cosa estremamente semplice e lampante. Probabilmente troppo, per chi invece mira ad ottenere tornaconti personali o lobbistici cercando di tenere nascosto il tutto. In fondo, la cultura diffusa in una società si soffoca anche così: corrompendo e/o eliminando gli elementi primari e alla portata di tutti che la possono agevolare – anche perché, poi, serve almeno un poco di cultura per comprendere che è in atto un tale scellerato meccanismo… Sarebbe finalmente il caso di capirlo, una volta per tutte!

Cliccate sulle immagini per saperne di più.

Il bianco “pieno” tra le parole di Sabrina Mezzaqui

Che tu sia per me il coltello, 2014. Libro intagliato: David Grossman, "Che tu sia per me il coltello", ritagli arrotolati e infilati, colla, filo, dimensioni variabili. «Ho tagliato tutto il bianco tra le righe di questo romanzo, per sottolineare l’intensità, la densità, a volte quasi insopportabile, della scrittura…»
Che tu sia per me il coltello, 2014. Libro intagliato: David Grossman, “Che tu sia per me il
coltello”, ritagli arrotolati e infilati, colla, filo, dimensioni variabili. «Ho tagliato tutto il bianco tra
le righe di questo romanzo, per sottolineare l’intensità, la densità, a volte quasi insopportabile, della
scrittura. Ho poi arrotolato le striscioline del bianco tra le righe, ne ho fatto delle perline che ho infilato in una lunga collanina…»

Sono sempre molto attento a quelle ricerche artistiche che riescono ad unire arti visive e letteratura non solo con suggestione estetica ma anche, e soprattutto, con efficacia tematica, convinto che la letteratura debba recuperare quel titolo di arte a tutti gli effetti che invece i tempi moderni e le storture dell’editoria le hanno troppo spesso strappato via a forza, degradandola a mero bene di consumo e di intrattenimento “leggero”. Di contro, anche l’arte dovrebbe rivendicare il diritto di utilizzare la letteratura come proprio media – in forma e sostanza – naturale, così da intessere nuovamente e solidamente un legame imprescindibile e dal valore fondamentale.
Gli scrittori di frequente sembrano non capire quanto sopra, gli artisti invece pare lo comprendano maggiormente. Ad esempio Sabrina Mezzaqui, in mostra a Cesena fino al 2 Novembre con 4 opere parecchio significative di quanto ho sopra affermato, frutto peraltro di una ricerca artistica nella quale da sempre la letteratura è elemento privilegiato, sia come mezzo che come messaggio, ed il libro oggetto iconico e presenza visiva sovente necessaria – si vedano ad esempio molti dei suoi lavori, QUI (ed eccone uno, di seguito).
Sentinella, 2009, embroidered fabric book, 22x16x8 cm
Sentinella, 2009, embroidered fabric book, 22x16x8 cm

Se siete in zona Cesena entro il 02/11, passate a visitare l’esposizione: cliccate QUI per conoscere ogni dettaglio. Credo ne potrete rimanere facilmente affascinati.

CIVICO 103. Aggratis!

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La Galleria Civica di Modena produce e distribuisce un magazine veramente allettante, che devo (purtroppo) ammettere di aver scoperto da poco – ma ora recupererò tale mancanza, di certo. Si chiama CIVICO 103, ed è nato nel 2010 in occasione del FestivalFilosofia, dedicato quell’anno alla fortuna, con lo scopo di annunciare e diffondere le iniziative della galleria. Era, quella, una prima, timida apparizione, con il medesimo formato di oggi ma una foliazione minima, e con tutta la provvisorietà e la sperimentazione che un numero 0 porta(va) necessariamente con sé. Oggi è arrivato a 13 numeri pubblicati 70.000 copie cartacee distribuite e trovo abbia una vena letteraria assolutamente intrigante, alimentata in ogni numero da speciali contributi (di ampio respiro, come si dice in tali casi) di scrittori e illustratori, in particolare per l’appuntamento fisso del racconto di apertura. Un articolato connubio tra arte visiva (nelle sue varie forme) e letteratura, messo nero su bianco: allettante, appunto, senza alcun dubbio!
Last but non least – anzi! – CIVICO 103 è FREE. Sì, è aggratis: e per quanto offre, credo sia una lettura da non perdere!

Cliccate sull’immagine delle copertine per saperne di più, mentre QUI potete scaricare i vari in numeri in formato pdf, oppure QUI potete consultare il magazine grazie alla nuova web app civico103.net.

Alzheimer 2.0. Il paradosso della (non) memoria ai tempi dei social network

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Un interessante articolo di Silvia Bottani uscito qualche tempo addietro sul periodico d’arte Exibart, intitolato Come funzionano l’arte e la memoria all’epoca dei social media, mi ha consentito di focalizzare l’attenzione e riflettere su quello che, a mio parere, è uno dei più palesi paradossi che presenta il web contemporaneo – quello dei social network, di Facebook e Twitter e tutti gli altri tra le cui pagine ormai è inevitabile stare. Spiego: tali media contemporanei, che potenzialmente sarebbero un archivio infinito delle nostre scritture, dunque delle tracce scritte, messe nero su bianco (seppur virtualmente) sulle loro pagine da noi che ne siamo autori, finiscono invece per essere l’ambito di maggior smemoratezza indotta dei tempi correnti, facendo così che di essi noi che li usiamo perdiamo un’occasione incommensurabile e irripetibile di caratterizzare questa epoca con i nostri segni, le nostre parole, il nostro pensiero – anche se concentrato in soli 140 caratteri, come su Twitter. E’ un paradosso, questo, anche perché la nostra epoca ha (avrebbe) un disperato bisogno di ricordare, anzi, è “percorsa da una percepibile ansia legata alla perdita della memoria”, come scrive Silvia Bottani dell’articolo citato, ma ciò accade soprattutto per colpa nostra, consapevole o meno, non certo dei suddetti social media!
Cito ancora dall’articolo: “Memoria, o meglio, memorie: frammentate, differenti, finzionali, si moltiplicano esponenzialmente fino a saturare il contemporaneo. Il bisogno ossessivo di raccontare – tutto è o sembra avere la dignità di divenire “storytelling”, e la deriva verso il dato minimo, (…) appare un tentativo malinconico di negare l’impossibilità di fissare il ricordo.” E poi: “La forzata persistenza nel presente, perpetrata attraverso i social media, è strettamente relazionata all’evaporazione della memoria stessa”: come se fossimo affetti da una sorta di “progressivo Alzheimer collettivo”, per citare ancora Silvia Bottani, che più avanti aggiunge: “Mentre scriviamo compulsivamente sul web, fotografiamo, produciamo contenuti con il quasi esclusivo scopo di condividerli con un non meglio definito network di relazioni, l’atto stesso di produrre e affidare tali contenuti a un supporto volatile come i byte, a loro volta allocati su “cloud” gestite da entità commerciali, ci libera immediatamente dal peso del ricordo e ci prepara al momento successivo. Lo spazio di elaborazione dell’esperienza, quello spazio vitale, critico, germinale che si espande durante la fruizione di quei contenuti, si comprime violentemente nella dimensione del social network, fino a scomparire.
L’autrice dell’articolo analizza la situazione dal punto di vista della fruibilità e della considerazione delle opere d’arte una volta date in pasto al web; io invece mi sono ritrovato a riflettere su tali argomenti, e sul quel paradosso di cui ho detto, dal punto di vista della scrittura, ovvero delle favolose potenzialità che i social media ci offrono in tal senso. E’ innegabile, infatti, che Facebook, Twitter e gli altri social sono luoghi in cui si esercita la scrittura: commenti, post, tweet e quant’altro ci trasformano, seppur in modo aleatorio ed effimero, in scrittori, o autori se preferite. Con pochi o tanti caratteri, ci danno la possibilità di mettere per iscritto ciò che pensiamo, una nostra idea, un’esperienza, un’opinione, una congettura o una fantasia eccetera eccetera. Ci consentono di lasciare il segno, come detto, il nostro segno personale, individuale dunque potenzialmente unico, in un archivio che tutto conserva e mette a disposizione dell’intero pianeta (anche oltre certi limiti di privacy, certo, ma questo è un altro problema!). Una possibilità, insomma, della quale mai l’umanità prima di noi ha potuto godere: ma ve lo immaginate un Oscar Wilde, uno Stendhal oppure un Kant o un Nietzsche cosa avrebbero potuto fare con un mezzo come facebook?
Posto ciò, e al di là di tali raffronti suggestivi seppur irrazionali, trovo che la grande e illimitata possibilità di scrittura che il web 2.0 ci offre ovvero il non saperla sfruttare come si potrebbe e dovrebbe, e dunque l’uso in grandissima parte futile se non francamente idiota che molti utenti fanno dei social network, debba ascriversi tra le cause fondamentali per la genesi di quel paradosso della smemoratezza su cui sto disquisendo. Andiamo sul web, abbiamo la chiave virtuale di questo archivio infinito nel quale lasciare qualcosa di importante, di significativo su di noi e sul mondo che ci circonda e che viviamo quotidianamente, e invece troppe volte lasciamo in esso cose sostanzialmente inutili, prive d’alcuna importanza: cose che non serve ricordare, per essere chiari. E’ la deriva verso il dato minimo che giustamente cita Silvia Bottani nell’articolo: “tutto è o sembra avere la dignità di divenire storytelling” in primo luogo perché ci sentiamo obbligati a dover scrivere qualcosa – quasi che altrimenti, senza una qualche attività sul web, non si esista, forse nemmeno nella realtà reale! – e in secondo luogo perché il modus vivendi e cogitandi nel quale siamo immersi (e dal quale siamo sopraffatti, a ben vedere) ci ha ormai fatto perdere la capacità di concepire il valore effettivo di molte cose, così che a tante francamente insulse venga data una dignità senz’altro immeritata. Che peraltro si infila in un marasma di innumerevoli altre cose senza autentica dignità, diventando come fango in una immensa palude melmosa: il nulla nel nulla, insomma, che inevitabilmente annulla pure quel poco che c’è di potenzialmente buono. In fondo, è quanto sta accadendo – o accade sempre più – pure in letteratura: anche per questo vedo così evidente il legame della questione in dibattimento con il web 2.0 e l’esercizio della scrittura che offre e impone.
Ecco, qui – anche qui – io credo che nasca lo spreco di memoria del web, dunque la smemoratezza collettiva nella quale siamo coinvolti in veste di utenti dei suoi media. Ed è un grandissimo peccato che ciò accada, lo ribadisco: siamo così indotti a vivere nemmeno più alla giornata ma ormai quasi all’ora singola, per nostra stupidità o per condizionamento del distorto sistema socio-politico che governa buona parte del mondo, che non ci rendiamo conto della possibilità di memorizzazione offertaci dal web contemporaneo, e così la sprechiamo in modo insensato. Per carità: ognuno può fare ciò che vuole di quanto ha a disposizione, finché non danneggia nessuno, e qualche divertente futilità (trad.: cazzata) ci sta benissimo e ci vuole, ci mancherebbe, anzi! Ma uno spazio fondamentale in cui inserire e conservare qualcosa di importante ci deve assolutamente essere: perché – banale dirlo ma sempre pragmatico – il presente nel quale forzatamente persistiamo non esiste; esiste (esisterà) il futuro, semmai, che si costruisce con il passato. Punto. E se il passato è fatto per sua gran parte di vacuità, sarà ben difficile che il futuro cresca intellettualmente e mentalmente (di rimando, culturalmente) solido – nonostante la meravigliosa e potenzialmente rivoluzionaria tecnologia che abbiamo tra le mani. “Sapremo” tutto di tutti, ora, per non ricordarci niente di niente domani. Non mi pare una gran bella prospettiva, non trovate?