VHEMT: e se alla fine avessero ragione loro? (Un post di antropologia culturale)

Senza nome-congiunto-01Sì, proprio così: antropologia culturale.
Lo conoscete, il VHEMT?
Beh, se non lo conoscete, cominciate a leggere qui (brano tratto dal sito del suddetto):

Il VHEMT (che si pronuncia vehement, parola inglese che significa veemente) è un movimento, non un’organizzazione. È un movimento portato avanti da gente che ha a cuore la vita sul pianeta Terra. Non siamo un gruppo di disadattati maltusiani misantropi e asociali che provano un piacere morboso ogni volta che qualche disastro colpisce gli umani. Non potrebbe esserci nulla di più distante dalla realtà. L’estinzione umana volontaria è piuttosto l’alternativa umanitaria ai disastri che colpiscono la gente.
Non insistiamo sul modo in cui la specie umana si è dimostrata un parassita avido ed amorale su un pianeta che era in buona salute. Una negatività di quel genere non offre soluzioni per gli orrori inesorabili che l’attività umana sta provocando.
Piuttosto, il Movimento propone un’alternativa incoraggiante alla distruzione impietosa e completa dell’ecologia della Terra.
Come sanno bene i Volontari del VHEMT, la speranza che si presenta come alternativa all’estinzione di milioni di specie vegetali ed animali è l’estinzione volontaria di una sola specie: l’Homo sapiens, …la nostra estinzione.
Ogni volta che qualcuno decide di non generare altri umani da aggiungere ai miliardi brulicanti che già si accalcano su questo pianeta devastato, un nuovo raggio di speranza attenua le tenebre.
Quando ogni essere umano deciderà di non riprodursi, la biosfera della Terra potrà tornare alla sua gloria di un tempo, e ognuna delle creature che rimarranno potrà essere libera di vivere, morire, evolversi e forse scomparire, come nel corso dei millenni hanno già fatto così tanti “esperimenti” di Madre Natura. L’ecologia della Terra tornerà in buona salute… tornerà in buona salute quella “forma di vita” nota a molti col nome di Gaia.
Perché ciò possa accadere è necessaria la nostra scomparsa.

Ecco.
Inetti? Pazzi? Goliardi? Illuminati? Razionalisti? Beh, fate voi.
Per saperne di più, cliccate sull’immagine in testa all’articolo, oppure visitate il sito principale del VHEMT (in inglese), qui.

Visitando “Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi” a Milano

Scrivere qualcosa che non sia stato già scritto su Walter Bonatti – forse l’ultimo autentico mito italiano moderno/ contemporaneo, e intendo col termine “mito” un personaggio che ha saputo andare oltre le proprie doti e la fama relativa per diventare icona dell’immaginario collettivo e simbolo di sogni e aspirazioni ben al di là dell’ordinario quotidiano – è probabilmente più difficile che ripetere una delle sue vie alpinistiche più celebrate. D’altro canto, certi personaggi diventano “grandi” ovvero – ancor più, appunto – miti popolari proprio perché la gente trova continuo interesse in essi, nella loro vita e nelle gesta compiute, e relativi motivi di discussione, riflessione, ammirazione, anche quando tali dissertazioni siano condotte su eventi che chiunque ormai conosce in modo abbastanza determinato.
1.Isola-di-Pasqua-Cile.-Novembre-1969-e14153794995311Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi, la mostra in corso presso il Palazzo della Ragione di Milano, è indubbiamente un’ulteriore e notevole fonte di dissertazioni sulla figura del grande alpinista lombardo. Innanzitutto, le splendide immagini esposte rivelano che, ai titoli leggendari di alpinista ed esploratore che Bonatti si porta appresso, si debba assolutamente aggiungere quello di fotografo: non solo le foto sono spettacolari, ma sovente in esse si ritrova un gusto estetico e una sensibilità verso la composizione di matrice artistica che ci si aspetterebbe soltanto da grandi professionisti dell’immagine – da gente, insomma, che ha studiato a lungo fotografia e che di conseguenza è profumatamente pagata per quanto realizzato. Bonatti, si sa, realizzò i suoi reportage fotografici quali corollari dei viaggi d’esplorazione, a loro volta questi affrontati sulla scia delle letture dei grandi autori letterari che egli elesse a modello fin dalla gioventù: Salgari, Melville, London, Stevenson e alcuni altri. Bonatti stesso dichiarò più volte che le sue esplorazioni nascevano anche (a volte soprattutto) dal desiderio di andare a constatare di persona quanto di vero, o di verosimile, vi fosse in quei suggestivi romanzi d’avventura, dunque le fotografie da essi ricavate sarebbero quasi da considerare elemento non fondamentale dei numerosi viaggi: testimonianza necessaria anche per ragioni “funzionali” al contratto in essere con il settimanale Epoca, che gli pubblicava i reportage, ma non “lo” scopo del viaggio, almeno a livello personale. E probabilmente così era ma, lo ribadisco, la bellezza e il valore artistico che Bonatti seppe ottenere dalle sue immagini lasciano quasi stupefatti, e dimostrano di nuovo la grandezza di un uomo che seppe veramente realizzare i propri più grandi sogni e di farlo in senso assoluto, oltre che attestare la grande sensibilità che sapeva riporre in ogni propria avventura: altra dote tipica, d’altro canto, solo delle persone più grandi – e qui lo intendo anche e soprattutto dal punto di vista umano.
A proposito di umano, di uomo ovvero appartenente al genere umano quale Bonatti era, come tutti noi: trovo che un’altra cosa molto bella e importante che si può ricavare dalla mostra milanese sia il particolare rapporto che Bonatti ha ricercato e (ri)trovato con la Natura. Conscio che l’armonia più autentica e profonda con il mondo naturale fosse (e sia ancor più oggi) qualcosa di ormai dimenticato o perduto per l’uomo moderno, credo che si possa intravedere nelle immagini di Bonatti il tentativo – riuscito, senza dubbio – di staccarsi il più possibile dal proprio genere di appartenenza, per così dire, o forse di elevarsi sopra di esso ovvero di togliersi di dosso tutte quelle convenzioni sociali e quei meccanismi mentali, ideologici, comportamentali e antropologici contemporanei in genere per ritrovare, appunto, la capacità di sentirsi – anzi, di essere realmente parte della Natura, creatura vivente tra mille altre creature viventi relazionanti e interattive con ogni elemento naturale e in grado di “conversare” con essi, di ricevere informazioni, di risintonizzarsi sulla stessa frequenza vitale. Non è qualcosa di assimilabile all’attuale atteggiamento ecologista-ambientalista, non c’entra nulla con questo, ovvero non con la sua accezione odierna più abusata: è qualcosa di infinitamente più ancestrale, profondo, articolato. Bonatti ha saputo tornare alla Natura ma non da animale sottomesso ad essa e non da umano dominatore di essa, ma in base a un rapporto del tutto paritetico e vitale, dal momento che la vita è comunque un elemento che non può essere alto o basso, possente o debole, inferiore o superiore, più importante o meno di altra vita: è una, e nella sua essenza fondamentale è uguale per tutti. Che poi essa si sviluppi in infinite forme è altro discorso, ma il senso di essa è comune per qualsiasi entità che, sul pianeta, si possa definire vivente.

Quello che Bonatti ci mostra con le sue immagini è un equilibrio vitale alla massima potenza, un altro, ennesimo esempio di grandezza umana (appunto da intendersi ora nella suddetta accezione ampliata e riarmonizzata col mondo d’intorno) quanto mai illuminante e ispirante, oggi ancor più degli anni in cui Bonatti compì le proprie imprese esplorative. E’ la testimonianza di uomo che ha vissuto come raramente altri hanno fatto la propria vita, in modo profondo, autentico e sempre leale, con sé stesso e con il mondo, divenendo un vero e proprio mito, come ho affermato fin da subito. Oppure, se vogliano essere più pratici ma ugualmente oggettivi, un maestro di vita – quando poi ci fu pure chi se ne andava in giro per il mondo su un furgone con scritto sul copriruota “Bonatti is God”, come il grande alpinista americano Steve House
Bellissima mostra, imperdibile direi, e non solo per chi ha seguito Bonatti nelle sue imprese “solite”, alpinistiche o esplorative. E altrettanto bello è stato constatare il grande affollamento di visitatori, pure con coda all’ingresso del Palazzo della Ragione: prova ulteriore che i miti sono sempre tra noi, e sempre è bello (re)incontrarli ad ogni occasione utile. Chissà poi quanto sarebbe stata contenta la “sua” Rossana, di vedere così tanta gente venuta a omaggiare il “suo” Walter…

Edward Abbey, “I sabotatori”

cop_i-sabotatoriOk, è scientificamente provato che la razza umana, dopo aver ingannato chiunque capovolgendo la classifica che la metteva all’ultimo posto tra quelle viventi sulla Terra in quanto a intelligenza e con ciò arrogandosi il diritto di comandare su tutto e su tutti, sta distruggendo il pianeta sul quale vive. Dunque, che fare? Discutere con i personaggi fautori di questa distruzione? Come parlare ad un muro. Cercare con azioni politiche di fermare lo scempio? Propugnabile, se non fosse che molto spesso i politici si fanno corrompere da quelli. Quindi?
Beh, un altro sistema ci sarebbe ma non si può dire, pena l’accusa certa di sovversione, dunque piuttosto che dirlo meglio scriverlo: forse ha pensato questo Edward Abbey quando mise per iscritto il testo de I sabotatori (Meridiano Zero, 2001, traduzione di Stefano Viviani, prefazione di Franco La Polla; orig, The Monkey Wrench gang, 1975), romanzo che potrebbe pure passare per manuale d’azione, per così dire, sulla questione; e non sto affatto esagerando, visto come questo testo, e l’influenza intellettuale di Abbey stesso, almeno in parte, effettivamente influenzò alcuni movimenti piuttosto oltranzisti dell’ambiente ecologista angloamericano, Earth Firts! in primis.
Appunto, ecologia, difesa dell’ambiente “attiva”. I sabotatori – anche il titolo è fin da subito programmatico – è la storia di una piccola e raffazzonata banda di “ecologisti radicali” la quale un bel giorno decide che l’uomo lì intorno alle loro terre sta veramente esagerando con la sua totalitaria antropizzazione, cancellando la bellezza e l’anima di un territorio tra i più selvaggi e incontaminati di tutta l’America…
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Leggete la recensione completa de I sabotatori cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Federico Ferretti, “Il mondo senza la mappa. Élisée Reclus e i geografi anarchici”

ferretti.reclus-copSe viene normale, a qualsiasi individuo dotato di senso della realtà, chiedersi il perché delle cose che accadono nel nostro mondo, ancor più tali domande vengono da farsi oggi – e intendo nel periodo in cui sto scrivendo la presente – quando una situazione di instabilità geopolitica generale e la presenza di conflitti bellici di gravità già ora notevole e comunque non del tutto comprensibile generano (per l’ennesima volta!) forti dubbi sul fatto che noi umani effettivamente ci si debba considerare così intelligenti come ci siamo autoproclamati d’essere.
Le guerre, appunto, cosa della quale tutt’oggi, nel Terzo Millennio, pare che l’umanità non possa proprio fare a meno: perché ancora scoppiano, si combattono, causano innumerevoli morti e tragedie d’ogni sorta? Cosa c’è, di concreto, che puntualmente rende vana qualsiasi diplomazia e ogni eventuale proposito di pace e fratellanza tra popoli, e fa imbracciare le armi più letali? La sete di potere, di sopraffazione del prossimo, certamente; interessi geopolitici vari e assortiti, altrettanto ovvio, così come scontri razziali, religiosi, etnici e altro del genere. Ma cosa – materialmente intendo – fa da miccia a tutta questa potenza distruttiva? Una potenziale risposta: e se in molti casi fossero i confini dei vari stati, recinti che per il solo fatto di esserci e di “recintare”, per così dire, e dividere un territorio da un altro, generano l’irrefrenabile impulso a scavalcarli per invadere il paese accanto e, appunto, eliminare quel confine ovvero spostandolo più lontano? Un po’ ciò che accade con un divieto, la cui sola sussistenza è motivo per molti per trasgredirlo, o con un muro, che genera inevitabilmente l’impulso a guardare cosa c’è oltre e a scavalcarlo…
Il mondo senza la mappa. Élisée Reclus e i geografi anarchici, il saggio che Federico Ferretti (Edizioni Zero in condotta, 2007) ha dedicato al grande tanto quanto dimenticato – da noi – geografo francese, è un ottimo testo per indagare e conoscere meglio la questione e trovarvi notevoli spunti a supporto della personale idea sopra espressa nonché di tutta la questione legata agli aspetti e alle ricadute politiche della disciplina che studia nel modo più diretto il nostro pianeta…
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Leggete la recensione completa di Il mondo senza la mappa. Élisée Reclus e i geografi anarchici cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!