Record di ricavi per il turismo, già: ma i record dei costi chi li calcola?

[Suggestiva veduta di Bergamo Alta in un tramonto autunnale.]
Qualche giorno fa il telegiornale di “BergamoTV” ha riferito che nel 2025 il giro d’affari turistico della sola città di Bergamo ha raggiunto i 329,5 milioni di Euro, un nuovo record che rende il capoluogo orobico una delle mete turistiche sempre più importanti e frequentate del nord Italia. In dieci anni, cioè rispetto al 2015, gli arrivi sono cresciuti del 150%, le presenze del 170% e le case vacanza sono più che raddoppiate, passando da 723 a oltre 1.600 unità. Dati effettivamente impressionanti (ma non dissimili da quelli di altri luoghi che stanno vivendo un’identica rinomanza turistica) che vengono festeggiati e vantati da amministratori e operatori turistici cittadini, ma che di contro segnalano il rischio crescente di overtourism: «I residenti della Città Alta e dei borghi storici segnalano un aumento del disagio legato alla pressione turistica, tra affitti in crescita, servizi sotto stress e perdita di identità dei quartieri. La trasformazione degli appartamenti in strutture ricettive ha ridotto l’offerta abitativa per i cittadini, mentre le attività commerciali si adattano ai visitatori, spesso a scapito della vita di comunità» (fonte, qui).

[Sovraffollamento turistico lungo la “Corsarola”, la via centrale di Bergamo Alta. Immagine tratta da https://primabergamo.it.]
Insomma, Bergamo – presa da me qui come esempio rappresentativo e emblematico, nonché per la mia vicinanza geografica che me lo fa conoscere bene – sta registrando le consuete dinamiche generate dalla pressione crescente del turismo massificato contemporaneo sugli spazi abitati, sia cittadini che rurali come ad esempio le località e i territori di montagna, ove si spinga costantemente sull’acceleratore turistico per alimentarne l’economia, considerata (con parecchia retorica) sempre più importante se non «irrinunciabile», senza di contro promuovere un’adeguata regolamentazione del comparto turistico locale grazie alla quale mantenere il giusto equilibrio tra il godimento ludico-ricreativo dei luoghi da parte dei visitatori e il benessere residenziale di chi li vive. Con l’inevitabile conseguenza che i secondi subiscono svantaggi e danni via via crescenti che poi si ribaltano sulla vivibilità dei luoghi stessi, siano grandi città oppure piccoli centri, i quali in pratica si trasformano in meri divertimentifici ad uso turistico, per la gran parte gestiti da imprese private invece che dalla politica locale, sempre meno abitati e urbanamente vivi.

[Un velivolo in decollo dall’aeroporto di Orio al Serio, con Bergamo Alta sullo sfondo. La compagnia low cost Ryanair ha fatto dello scalo bergamasco il suo principale hub italiano, contribuendo in modo sostanziale ai record turistici della città. Immagine tratta da www.italiaatavola.net.]
Ascoltavo dal servizio del telegiornale i dati economici e, posto quanto appena rimarcato, pensavo: be’, forse la grande fortuna del turismo di massa che affolla spazi pubblici urbani, naturali e patrimoni culturali in genere, deriva dal fatto che è tanto facile elaborare quei dati e fare la somma dei profitti ricavati, ricavandone motivi di soddisfazione e propaganda, quanto è difficile determinare i costi dell’impatto del turismo su quegli spazi e su chi li vive. Come si può quantificare economicamente il degrado del benessere residenziale dei luoghi turistificati, il disagio crescente degli abitanti, la perdita della loro anima, delle specificità culturali, degli spazi di socializzazione comunitaria, la difficoltà di trovarvi un alloggio da abitare o un posto auto se non lo si possiede, il fastidio arrecato dal rumore, dall’inquinamento, dall’affollamento costante degli spazi pubblici, il deterioramento del paesaggio urbano e della relazione culturale alla base della sua abitabilità consapevole e appagante, eccetera? Se è probabilmente difficile quantificare e compendiare in dati numerici economici questi fattori pur fondamentali per i luoghi sottoposti al sovraffollamento turistico, sicuramente gli operatori del settore sono poco o nulla interessati a farlo e con loro – cosa ben più opinabile – spesso lo sono gli amministratori locali. I quali se ne disinteressano pervicacemente oppure, quando si attivano, è ormai troppo tardi per sistemare i danni, proponendo palliativi ben poco efficaci vista la mancanza di volontà di mettere in atto azioni più decise e radicali atte a regolamentare i flussi turistici e salvaguardare il benessere abitativo dei propri concittadini.

[Affollamento di turisti in Piazza Vecchia, Bergamo Alta. Foto di ©Bedolis, tratta da www.ecodibergamo.it.]
Anche in questo caso, in pratica, l’economia turistica si mangia l’ecologia urbana: si preferisce difendere i tornaconti di alcuni invece che le necessità quotidiane di molti altri. Così il luogo deperisce, si degrada, perde vitalità, socialità, identità. Diventa il simulacro di se stesso, un po’ come le scenografie dei set cinematografici che riproducono le città: all’apparenza sembrano vere, in realtà è tutto (o quasi) ridotto a una mera finzione.

Un bilancio autentico e realmente rappresentativo della bontà del comparto turistico in un contesto locale dovrebbe quantificare e rapportare i seguenti fattori prima di altri: da una parte il giro d’affari, diretto e indotto, dall’altra parte i costi in capo al luogo e alla collettività locale. Da qui, principalmente, si dovrebbe ricavare l’utile turistico del luogo o di contro la perdita  – peraltro un calcolo che andrebbe anche a tutto vantaggio del turismo stesso e della qualità di fruizione turistica del luogo – che, è bene ricordarlo, risulta tanto elevata quanto lo è la qualità di vita dei residenti. Altrimenti tutti quei dati “spettacolari” così spesso diffusi e vantati sul turismo finiscono per rappresentare soltanto una finzione narrativa, per qualcuno esaltante da sentire ma dalla quale non si ascolta nulla di veramente concreto e, anzi, che finisce accrescere l’alienazione del e dal luogo.

Ma la vacanza, oggi, è ancora una “vacanza”?

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]

Turismo oggi significa soprattutto consumo, intrattenimento, distruzione, superficialità e velocità; e la sua pratica è diventata talmente disciplinata e concentrata da essere talvolta più fonte di stress che di benessere. Spesso i turisti globali non sono interessati all’anima e alla storia del luogo che visitano, bensì vi si recano solo per fotografare e collezionare esperienze, sgomitando nervosi fra tante altre persone che si trovano nella stessa destinazione per lo stesso motivo, attratte dalle tendenze dei social più che da reali desideri. Mettersi in mostra online e poter affermare di averlo fatto è ormai diventato più importante del viaggio stesso. Invece, la fine del turismo e la nuova ecologia degli spazi del tempo libero possono significare la nascita di nuove forme di vacanza più educate, rispettose, lente, limitate e gestite; nelle quali il viaggio è lungo e fa parte dell’esperienza, e la meta non è un luogo da consumare e immortalare sullo schermo dello smartphone, bensì un territorio da osservare e conoscere nella sua complessità e in cui confrontarsi con l’altro, inteso come una cultura diversa dalla propria. ln questo modo la vacanza può diventare per tutti uno spazio di rigenerazione, benessere e arricchimento del sé, che si tratti di una città storica o di un ambiente naturale. Ciò si può accompagnare a una rivendicazione dell’ozio e del riposo, altrettanto importanti nella prospettiva della maggiore quantità di tempo libero da conquistare.

[Alex Giuzio, Turismo insostenibile. Per una nuova ecologia degli spazi del tempo libero, Altreconomia, 2025, pagg.153-154.]

Già, dice bene Alex Giuzio in questo passaggio del suo ottimo e illuminante libro (che ho avuto la fortuna di presentare lo scorso giugno a Oltre il Colle con l’autore): ma la vacanza per come ci viene venduta e imposta dai modelli turistici contemporanei, è veramente una vacanza? Oppure è solo una messinscena, una finzione che siamo indotti a recitare, una circostanza artificiosa ovvero la riproposizione dei conformismi e dei cliché del nostro modus vivendi quotidiano, soltanto modulati in altre forme per ingannarci al riguardo? E se fosse anche per ciò che molta parte del turismo oggi proposto fosse “insostenibile”? Perché non è sostenibile che si possa realmente considerare “turismo” nel senso buono del termine?

Forse anche questi aspetti del tema in questione andrebbero finalmente analizzati e compresi meglio, se si vorrà elaborare un’evoluzione dei modelli turistici veramente virtuosa e benefica per i territori, le comunità che li abitano e i vacanzieri che li frequentano.

Parliamo di “turismo insostenibile” in un luogo turistico sostenibile – domenica 1° giugno a Oltre il Colle, sulle Alpi Orobie

[Veduta panoramica della zona di Oltre il Colle con il Monte Alben alle spalle. Foto di Alberto Restifo su Unsplash.]
Parlare di “turismo insostenibile” in un luogo di montagna immerso in un paesaggio di grande pregio che dunque potrebbe (magari vorrebbe o vorrà) sviluppare un turismo sostenibile – nel senso vero del termine – e ben integrato con la propria realtà socioeconomica e culturale, oltre che ambientale, è un’opportunità tanto intrigante quanto importante. Forse è anche una sfida, innanzi tutto per la stessa comunità che abita quel luogo ma che a sua volta può godere della possibilità di elaborare una propria proposta turistica, meditata e oculata, come molti altri luoghi simili non hanno potuto e saputo fare e ora ne pagano le conseguenze.

Tutto quanto accadrà domenica prossima, 1° giugno, a Oltre il Colle (Bergamo), mirabile località delle Prealpi Bergamasche posta in una delle zone più peculiari delle Orobie, quando avrò l’onore e il piacere di partecipare alla presentazione del libro di Alex Giuzio Turismo insostenibile. Per una nuova ecologia degli spazi del tempo libero (Altreconomia, 2025): con Giuzio, giornalista e scrittore che si occupa di temi ambientali, economici e normativi legati al turismo, e con Consuelo Bonaldi, del CAI Valserina, dialogheremo e rifletteremo sulle fenomenologie che caratterizzano il turismo contemporaneo, sulle dinamiche che vi stanno alla base, sulle conseguenze della loro mancata gestione – che si fanno particolarmente evidenti e impattanti proprio nei territori pregiati tanto quanto delicati come quelli di montagna – e di quali soluzioni concrete e approcci alternativi poter attuare per promuovere un turismo più equilibrato e rispettoso in luoghi emblematici come Oltre il Colle, grazie al quale salvaguardare il territorio, la sua bellezza e l’identità e al contempo sostenere concretamente la comunità locale e la sua quotidianità.

Il tutto, dialogandone anche – anzi, soprattutto – con gli stessi residenti, con i villeggianti che hanno la proprie “seconde case” in zona e con gli amministratori locali che vorranno (e mi auguro vorranno) partecipare alla serata.

[Veduta sul Pizzo Arera, massima vetta soprastante Oltre il Colle, dai boschi nei dintorni della località. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
Insomma, sarà indubbiamente una bella e preziosa occasione di conoscenza, dialogo, confronto, azione civica e riflessione collettiva sul presente e sul futuro delle nostre (cioè di tutti noi) montagne, e di chi ci vive e lavora, di chi le frequenta per diletto e per passione. Oltre che un’opportunità per conoscere un libro importante, che merita di essere letto e compreso a fondo.

Mi auguro perciò che vorrete partecipare numerosi, che siate della zona oppure no.