Björn Larsson, “Bisogno di libertà”

cop_bisogno_libertàI testi letterari devono parlare. Apparentemente sembrerebbe una banalità, questa, invece è un’evidenza non così scontata. Molti libri crediamo ci stiano parlando ma in realtà si fanno leggere, ovvero siamo noi che diamo loro una voce e una parlata, la nostra. La differenza pare sottile e invece è profondissima, dato che il testo che invece parla è quello che realmente ci sta raccontando, comunicando, trasmettendo qualcosa di nuovo, qualcosa che può rappresentare una buona e proficua rivelazione, piccola o grande. E quando un testo letterario sa parlare, si può instaurare un vero e proprio dialogo con il lettore, un confronto tra ciò che il testo comunica, rivela, illumina, e la reazione intellettuale di chi riceve tali messaggi e, direttamente già nel corso della lettura, vi medita sopra.
Ecco: per quanto mi riguarda Bisogno di libertà, forse l’opera più nota dello scrittore svedese Björn Larsson, anche se non la più venduta (Iperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, postfazione di Paolo Lodigiani; orig. (francese) Besoin de liberté, 2006), è un libro con il quale mi sono ritrovato ad intessere un dialogo parecchio fitto e, per così dire, concitato.
Bisogno di libertà è una sorta di non-autobiografia, cioè la narrazione della vita dell’autore contestualizzata in un ambito di riflessione e di analisi del concetto di “libertà” – sviscerato dal punto di vista personale ma in modi inevitabilmente condivisibili da tanti…

Larssonbn2Leggete la recensione completa di Bisogno di libertà cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Un regalo

portadalibrosL’altro giorno discutevo con alcune simpatiche persone di cosa ciascuno desiderasse ricevere come dono natalizio, e dopo che in molti hanno risposto citando cose bellissime e prestigiose, sovente non poco costose e comunque indiscutibilmente desiderabili, io ho risposto: “un libro!”
Allora qualcuno mi ha ribattuto: “Come?! Un libro?” e io ho confermato “Sì, un libro. Anche solo uno.”
Così quelle persone si sono messe a ridere e io pure, per vicendevole affabilità.
Credo pensino tutt’ora che fosse una divertente battuta, la mia.

Tempus fugit, gli-editori-d’una-volta etiam…

106768-mdQuesta immagine ritrae giornalisti e fotografi nell’archivio fotografico della Mondadori a Milano, nel 1961. (Angelo Cozzi, Mondadori Portfolio – immagine tratta da internazionale.it)
Sarà una mia impressione, sarà che penso sempre male ovvero, d’altro canto, sarà pure che già a quei tempi le foto le facessero un po’ posate – insomma, sia quel che sia, è un’immagine che fornisce una vivida impressione di professionalità, competenza, serietà, accuratezza.
Ecco: con tutto l’ovvio rispetto per chi ci lavora oggi, in quegli uffici, perché oggi le suddette peculiarità alla ormai denominabile Mondazzoli proprio non riesco a vedercele?
Ribadisco: forse sono solo personali pensieri acidi.
Forse.

P.S.: “il tempo fugge, _______________* anche”…
(*: aggiungete pure voi l’editore d’una volta che oggi pensiate non ci sia più come c’era – e per quanto sapeva fare – allora.)

L’invenzione

ufo_bikeDi tutte le invenzioni mai concepite dall’avanzatissima tecnologia sviluppatasi sul pianeta, frutto di centinaia di secoli di progresso, sviluppo, avanzamento scientifico di una civiltà tra le più evolute dell’Universo, quella era di gran lunga la più strabiliante e incredibile. Eppure, in principio non aveva destato un così gran clamore; certo, la notizia aveva riscosso un cospicuo interesse, ma come spesso succede per ogni novità, quand’anche geniale e rivoluzionaria, molti si erano dichiarati increduli, diffidenti: troppo innovativa, troppo diversa dalla tecnologia corrente, così basata su un’idea totalmente inedita! Il mondo, insomma, sembrava non rendersene conto, proseguendo l’abituale modus vivendi: i traffici stellari continuavano, le astronavi da trasporto intergalattiche volavano come ogni giorno, quelle interdimensionali non sentivano di colpo superata la loro modernissima tecnologia, così come non pareva cambiata la vita dei loro equipaggi, delle rispettive famiglie o di alcun altro che, appunto, pensava fosse così inaudito un oggetto come quello – anche di fronte alle pur fantastiche astronavi superluminari di nuovissima generazione. Eppoi, a quel tempo in cui viaggi di miliardi di anni luce compiuti in pochi giorni erano eventi del tutto ordinari, com’erano concepibili spostamenti di, viceversa, pochi chilometri in tante ore? E senza nemmeno il supporto dei megamputer planetari, o dei più recenti e potenti Sintocerebri?! Cose del tutto inopinate, insomma!
Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, in ogni città, per i percorsi extraveicolari, nelle piazze e nei parchi all’ombra delle altissime sopraelevate fotoniche, uomini e donne a cavallo di quello strabiliante oggetto cominciarono a vedersi, probabilmente all’inizio per quel solito desiderio di esibizionismo, di mostrarsi “avanti” o “alla moda” – dacché molti, ovviamente, tuonarono dai media contro quell’invenzione tacciandola quale “frutto di tecnologia sfrenata”, “spregiudicato orpello da bislacca fantascienza” o simili definizioni biasimevoli… Ma, come detto, inesorabilmente, ove non regni la più bieca e folle ignoranza, ogni genialità prima o poi emerge e viene compresa: così, ormai, quello strabiliante, fantastico oggetto – quelle due ruote gommate pilotabili con una semplice barra dotata di freni a leva e movibile tramite due bracci girevoli collegati ad una catena metallica mossi dai piedi (che infatti la gente ormai comunemente chiama pedali) – trasporta chiunque qui e là sul pianeta con inaudita lentezza e svago supremo, sorvolati velocemente in cielo dalle grandi astronavi superluminari – gioielli tecnologici di colpo divenuti obsoleti ferrivecchi per viaggi interstellari senza più alcun fascino, rispetto a quei pochi chilometri così piacevolmente pedalati

(P.S.: è un racconto inedito, questo, che fa parte di una raccolta moooooooolto particolare di futura pubblicazione editoriale – ovvero già tra le mani dell’editore. Quando finalmente gli allineamenti stellari saranno propizi alla sua uscita, di sicuro sarete i primi a saperlo!)

Scrivere un libro per dire che i libri sono obsoleti (Andy Warhol dixit)

Il modo per essere controculturale e avere un successo commerciale di massa è dire e fare cose radicali in una forma conservatrice. Come ha fatto McLuhan: scrivere un libro per dire che i libri sono obsoleti.

(Andy Warhol, La cosa più bella di Firenze è McDonald’s: aforismi mai scritti, a cura di Matteo B. Bianchi, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo, 2006.)

warholavedonCome Warhol profetizzò, comprese e definì molte peculiarità della nostra era post-moderna, seppe pure intuire e determinare la loro “controparte” – senza mai perdere la consueta e sagace ironia. Ottimo esempio di ciò è questa affermazione con cui “bersaglia” Marshall McLuhan, grande teorizzatore degli effetti della comunicazione mediatica sulla società di massa e sui singoli individui – in fondo un “collega” di Warhol, in ciò – giocando a evidenziare con una rapida, precisa e sferzante stilettata che pure il suo innovativo pensiero non sfuggiva ad una incoerenza di fondo che oggi qualcuno potrebbe definire (con definizione ormai spesso slegata dalle sue accezioni originarie) radical chic