Una delle questione che più mi sta a cuore del panorama editoriale e letterario contemporaneo – e sulla quale dunque disserto ad ogni buona occasione, per come la ritenga tanto sintomatica quanto ineluttabile – è la costante falcidia delle librerie indipendenti (o di quartiere, come molti le definiscono per rimarcare la loro natura “popolare”), quegli autentici e importantissimi presidi culturali sovente a gestione familiare nei quali la vendita di libri è direttamente legata alla passione per essi dei proprietari piuttosto che a fredde logiche di mercato e di finanza, come quelle alla base dei grandi gruppi di distribuzione – legati a doppio filo ai più importanti editori – che stanno sempre più fagocitando il mercato stesso causando l’estinzione, appunto, delle piccole librerie. Ovunque il loro numero è in continua diminuzione sia nelle grandi città che nei piccoli centri (ad esempio a Bergamo e provincia, territorio di cui mi sono occupato di recente in tal senso, si è passati in circa vent’anni da 500 librerie a poco più d’un centinaio), con un trend di chiusure in drammatico aumento col passare del tempo anche perché la vendita online di libri, pure qui sempre più monopolizzata da pochi attori – uno su tutti: il colosso Amazon – si è intanto presa una fetta sempre maggiore di mercato così togliendo ancora più ossigeno ai piccoli librai, minuscole formichine che nemmeno riescono a fare il solletico ai giganteschi “elefanti” multinazionali della distribuzione editoriale. Una realtà parecchio triste, inutile dirlo, anche al di là delle essenziali considerazioni sull’importanza culturale, dunque anche sociale, delle librerie indipendenti e del loro lavoro di promozione dei libri e della lettura. Ma è una realtà che determina un destino inesorabilmente funesto, come verrebbe da ritenere, oppure i tanti piccoli librai-Davide possono ancora fare qualcosa, o quanto meno tentare di fare qualcosa, contro il vorace Golia?
Negli ultimi tempi due iniziative di diverso stampo ma con simili progetti e scopi possono fornire qualche interessante dritta nel merito. La prima che vi voglio presentare ha ormai già compiuto un anno
di vita: è italiana, più precisamente sarda, e si chiama Liberos, che in sardo logudorese significa sia “libri” che “liberi”. Liberos è un progetto di rete nato per volontà di scrittori, editori, librai, associazioni culturali, bibliotecari e agenti letterari, che – come si legge nella presentazione del progetto – “nasce dalla constatazione delle difficoltà di sopravvivenza di tutti i soggetti della filiera sarda del libro. Si propone di offrire a librai, bibliotecari, editori e agli altri attori del mondo editoriale uno strumento di relazione costante, di progettazione comune e di comunicazione diretta con i lettori. Ai lettori, che sono la chiave di volta di questo progetto, Liberos offre moltissimi servizi, il principale dei quali è un social network on line dove incontrarsi, costruire i propri angoli di lettura personalizzati, entrare in contatto diretto con gli autori, le associazioni, i librai, gli editori e i bibliotecari e ricevere informazioni sul mondo del libro in Sardegna.” Un progetto che in questo primo anno di vita ha già ottenuto ottimi riscontri e che trovo molto interessante anche per via della sua valenza locale: è certamente adattabile, con le ovvie e opportune varianti del caso, a qualsiasi altra realtà simile, geograficamente contestualizzata o meno.
La seconda iniziativa che vi presento è invece un progetto francese, più immediato nella forma ma pure più “aggressivo” nella sostanza, verso la mera realtà “commerciale” del mercato editoriale. Di esso ne ha parlato qualche settimana fa su La Stampa il corrispondente da Parigi Alberto Mattioli: “Strangolate da Amazon, devastate dalla grande distribuzione, minacciate dall’ebook. Le librerie indipendenti hanno perso molte battaglie, ma sperano ancora di vincere la guerra. O almeno di limitare i danni. Così 64 boutique del libro di Parigi si coalizzano per contrattaccare sul terreno del nemico: Internet. È in rete www.parislibrairies.fr perché, come racconta al Parisien Laura de Heredia, «sono quattro anni che noi librai sentiamo i clienti dire: non avete questo libro? Lo ordinerò su Amazon». (…) “Fra i 64 ci sono indirizzi storici, come «Delamain», di fronte alla Comédie-française, «Eyrolles» a Saint-Germain o la «Gallimard» in boulevard Raspail, posti dove talvolta si è fatta la storia o, più modestamente, ci si è fatti una cultura. L’idea è semplice: digiti il titolo e il sito ti dice dove è disponibile. Localizzi la libreria più vicina a te e l’acquisto è fatto. Oppure puoi ordinare il tuo volume on line. In entrambi i casi, però, devi andare a prendertelo «live»: la consegna per posta è lasciata alla «nemica» Amazon. «Vogliamo preservare – dice de Heredia – il nostro savoir-faire e il contatto umano».”
Faccio notare che tale progetto parigino di “web-alleanza” commerciale tra librai indipendenti viene da una realtà, quella francese appunto, di gran lunga migliore di quella italiana sotto ogni punto di vista: in Francia le librerie sono parecchio tutelate da apposite iniziative di legge – ad esempio fin dal 1981 è in vigore una legge (legge Lang) che regola il prezzo del libro e la scontistica relativa – e possono inoltre godere in molti casi di sovvenzioni governative, peraltro non solo nelle circostanze di accertata difficoltà. Di contro, nonostante tale situazione favorevole, anche i “cugini” transalpini librai soffrono e non poco la mutazione del mercato a favore della grande distribuzione e della vendita online, tant’è che nella sola Parigi – una metropoli con un bacino d’utenza letteraria ovviamente imparagonabile a qualsiasi piccola realtà locale nostrana – nel corso del 2012 hanno aperto 4 nuove librerie ma ne sono state chiuse ben 12: un saldo annuale negativo che non abbisogna certamente di commenti. Proprio da queste preoccupanti constatazioni matematiche nasce il progetto www.parislibrairies.fr il quale, nella sua efficace semplicità, sarebbe a sua volta facilmente riproducibile altrove, avendo i librai da esso e dalla sua idea di base ben poco da perderci e semmai soltanto da guadagnarci.
Posto ciò, dunque, e tornando alla difficile situazione italiana, è persino inutile affermare che una delle iniziative migliori che i librai superstiti nostrani potrebbero da subito realizzare è quella di mettersi in rete – cittadina, provinciale o che altro: il vecchio motto “l’unione fa la forza” è quanto mai valido in tale situazione, nella quale pensare di poter resistere con la realtà di mercato attuale e in vista delle sue presumibili trasformazioni future, inevitabilmente sempre più indirizzate alla generale digitalizzazione (oligarchica, pure) del comparto editoriale, è semplicemente folle. L’alleanza sarda di Liberos e il progetto di rete dei librai parigini sono, lo ribadisco, due idee preziose (nonché facilmente realizzabili) e due stimoli importanti per cercare di agire in tal senso, magari con un progetto di genesi e formazione locale ovvero adattato, com’è ovvio che sia, al mercato, al pubblico, ai gusti e alle preferenze del posto. Voglio inoltre nuovamente rimarcare una delle peculiarità sostanziali possedute dai librai indipendenti e di quartiere, che mai alcun colosso dell’editoria potrà offrire ai suoi clienti – citato peraltro anche nell’articolo sul progetto parigino: il contatto diretto con il pubblico, la presenza “umana” del libraio come referente, consigliere e contatto immediato per qualsiasi esigenza del lettore, oggi ancora più importante con l’arrivo sempre più frequente sugli scaffali delle librerie di libri di infimo valore letterario, imposti a suon di pubblicità mediatica e scalpori pseudo-scandalistici piuttosto che per la loro eventuale qualità (sovente inesistente, appunto). Iniziative come quella sarda e quella parigina hanno anche il pregio di preservare l’indipendenza dei soggetti che vi partecipano – cosa a volte molto sentita dai librai “storici” – nel frattempo unendo le varie singoli voci in un unico coro che, questa è la speranza, sappia farsi sentire, se non in modo preponderante, almeno in modo certamente distinguibile dai lettori, così che in nessun caso possano dimenticare che probabilmente quel tal libro che si vuole acquistare e che viene quasi automatico ricercare sul web magari lo si trova pure nella libreria sotto casa, davanti la quale si passa forse quotidianamente nell’andare a scuola o in ufficio.
E allora forse sì, i minuscoli librai-Davide – di qualsiasi zona essi siano – potranno non solo sopravvivere all’aggressione del colossale Golia, ma potranno pure tornare a essere una presenza culturale importante e una risorsa sociale preziosa in ogni nostra piccola e grande città.
Categoria: Magazzino
Susegana, 6 Ottobre: a LIBRI IN CANTINA 2013 la prima assoluta di “Lucerna, il cuore della Svizzera”
Il prossimo 5 e 6 Ottobre si svolgerà a Susegana, Treviso, nella splendida cornice del Castello di San Salvatore, Libri in Cantina 2013, mostra nazionale della piccola e media editoria tra le più apprezzate e rinomate, giunta in un crescente successo di pubblico alla 11a edizione. Un successo che peraltro è certamente agevolato dal fatto di svolgersi in una delle zone di produzione di alcuni dei migliori vini italiani: e infatti il nome non è casuale e nemmeno meramente pittoresco, visto che la mostra permette di unire la passione per la lettura all’interesse enologico, permettendo di visitare le cantine della zona tra degustazioni e letture a tema.
Domenica 6, dalle ore 10.00 nella Sala delle Armi del Castello, presso lo stand di Historica Edizioni, vi sarà la prima uscita e prima presentazione ufficiale di Lucerna, il cuore della Svizzera, il mio nuovo libro edito nella collana dei “Cahier di Viaggio” diretta da Francesca Mazzucato.
Mi troverete allo stand di Historica pronto e orgoglioso di “accompagnarvi” sulle pagine del libro per le vie di Lucerna, la città della luce, un luogo sorprendente e affascinante come pochi altri, una città piccola eppure grande, grandissima, che forse conoscete di nome ma non nei fatti, e che vi farò visitare in un modo certamente diverso dal solito – nella tradizione dei “Cahier di Viaggio” di Historica – attraverso un racconto “urbano” che è al contempo guida, saggio, romanzo, diario, confessione, rivelazione… e forse anche di più. Ma lascio che sia il libro stesso a presentarsi…:

Un libro che, come la città di cui narra, mi auguro potrà allettarvi e conquistarvi – anche per il suo prezzo assolutamente abbordabile: solo 5 Euro!
Mi preme anche di spendere due parole su Libri in Cantina, la mostra di Susegana, un evento che come (pochi) altri in Italia rende perfettamente l’idea della notevole qualità letteraria proposta dalle case editrici indipendenti nazionali, piccole e medie realtà che ancora riescono a portare avanti progetti editoriali di alto livello che invece troppo spesso i grandi editori hanno messo da parte per privilegiare titoli da megastore, nei quali la quantità ha ormai del tutto soppresso la qualità e il valore letterario.

Con Libri in Cantina, e con il prezioso ausilio “estetico” dei bellissimi saloni del Palazzo Odoardo, all’interno del medievale Castello di San Salvatore, più di 80 piccole e medie case editrici nazionali presentano la loro produzione, originale ed indipendente, promuovono le novità editoriali, definiscono programmi e strategie per continuare ad essere protagoniste del mercato culturale.
Organizzata dall’Amministrazione Comunale di Susegana, in accordo di programma con la Regione del Veneto, con la contribuzione e il patrocinio della Provincia di Treviso, la Mostra Nazionale della Piccola e Media Editoria Libri in Cantina è stata pensata nel 2003, anno della prima, pionieristica edizione, per dar modo anche agli editori poco visibili in libreria di mostrare e promuovere i propri libri. Alla mostra dei libri è affiancata, come elemento integrante, una serie di presentazioni mirate, di laboratori, di dimostrazioni e di eventi collegati. Anche quest’anno si è voluto uniformare l’evento sotto un tema di fondo: “Ah, la lettera… “, un modo di dire per riprendere la forma elementare della comunicazione. Ci saranno letture ad alta voce di lettere famose in letteratura; brani di libri al cui interno sono nascoste delle lettere; giochi a sorpresa e cacce al tesoro durante le quali sarà proposto di scrivere una lettera e consegnarla. Fra gli ospiti ci saranno il giornalista Gian Antonio Stella, Lucia Vastano, il free climber Manolo, il poeta Alfonso Lentini e gli scrittori Lucia Tancredi, Paolo Malaguti, Alessandro Marzo Magno e Andrea Molesini. E ancora: una mostra con tutte le lettere scritte dagli studenti delle scuole di Susegana e Conegliano che andranno a formare un muro di parole e di messaggi nella piazza del Municipio. In Cantina Collalto, infine, si susseguiranno delle visite guidate alle antiche cantine con degustazioni a tema, tra letteratura e cibo, con letture e assaggi sfiziosi.
Potete visitare il sito web di Libri in Cantina cliccando sui link o sulle immagini fotografiche lì sopra, così da avere ogni informazione utile sulla mostra.
Dunque, ci vediamo Domenica 6 a Susegana, allo stand di Historica Edizioni, con Lucerna, il cuore della Svizzera! Oppure, se non potrete visitare la mostra, ci troverete (il libro ed io) in tutte le librerie!
Dalle stelle alle stalle (e ritorno, si spera!). Se oggi lo scrittore in quanto “intellettuale” conta sempre meno, nella società…
Se da sempre sono convinto che tutta l’importanza letteraria e il valore “culturale” – con la conseguente, eventuale celebrità – di uno scrittore debba generarsi primariamente dai libri scritti, ovvero ritenendo un controsenso che il pubblico conosca per fama un autore ma non sappia citare nemmeno il titolo di una sua opera (cosa peraltro non certo rara, oggi, e alquanto deprecabile per come palesi l’effettiva percezione della letteratura e dei suoi protagonisti presso il suddetto pubblico), d’altro canto rifletto da tempo su quale importanza concreta, attiva ovvero, per così dire, sociale, debba rivestire oggi la figura dello scrittore in quanto intellettuale e artista dell’arte più vicina al senso popolare stesso del termine “cultura”, la letteratura appunto.
La crisi generale che da qualche tempo affligge il panorama editoriale e letterario nostrano e non solo – che è crisi di vendite, di lettori, di qualità letteraria ma, in un certo senso, pure di valori, quelli fondanti per chi operi nella scrittura edita – genera non solo situazioni di potenziale degrado del panorama stesso e del comparto produttivo correlato con la sua intera filiera, ma sta probabilmente pure causando, da un punto di vista più esteso, dei “danni collaterali” a realtà da sempre peculiari nell’universo letterario. E temo che la figura dello scrittore, posto il tema della riflessione prima accennato, sia tra quelle che dallo stato attuale della letteratura e dalla sua conseguente probabile evoluzione rischi di uscirne proprio con i danni più cospicui. Insomma, al di là delle sue opere e della bontà di esse: può ancora oggi lo scrittore godere di una qualche influenza intellettuale sul pubblico a cui si rivolge? La sua figura può essere ancora identificata come un valido riferimento culturale, dunque anche sociale? Oppure diverrà sempre più una figura tra le tante altre del grande mondo dell’intrattenimento, il cui valore resterà legato al mero successo di vendita dei suoi libri e dunque alla capacità di scrivere storie facilmente vendibili, per l’ovvia gioia del suo editore?
Certo, lo so bene: c’è stata e c’è la TV, poi il web, i social network, l’emersione e l’imposizione di nuove forme di “intellettuali” forse meno legate alla produzioni di opere di matrice culturale e più a mere capacità mediatiche e intrattenitive; non ci sono più solo le voci, gli scritti, le opere e le idee di scrittori, artisti, scienziati e altri intellettuali del genere a raggiungere il pubblico, ma un vero
e proprio tsunami di parole a volte tanto intenso da stordirlo e confonderlo, così che nel caos generale finisca per non contare più il valore di quelle parole e la fonte da cui provengono ma, appunto, come e quanto le si sappia rendere stuzzicanti e allettanti. L’idea espressa dal qui accanto raffigurato Johann Fichte nelle sue Lezioni sulla missione del Dotto – testo che a mio parere resta ancora oggi sotto molti aspetti illuminante e nel quale il filosofo tedesco indica come indispensabile per una buona evoluzione della società la presenza attiva dei dotti (che oggi si chiamerebbero “intellettuali”, appunto) quale esempio di saggezza, sapienza e razionalità, dunque come veri e propri educatori per tutti i cittadini – è stata via via distorta e contraffatta: non serve certo citare quali siano gli (ignobili) esempi che al giorno d’oggi la nostra società presenta come modelli da seguire e imitare – altro che dotti, sapienti, intellettuali e compagnia pensante! – mentre nel frattempo i pensatori autentici, sempre più scomodi e non consoni (cosa poi del tutto falsa, secondo me) al mondo edonista e consumista nel quale viviamo, sono stati messi da parte, ovvero non sono stati più ritenuti figure degne di attenzione e di considerazione se non in ambiti sempre più ristretti e in qualche modo elitari. Oggi, ahinoi, per molta (troppa) gente conta di più quanto afferma un calciatore o un personaggio d’un reality show piuttosto che un bravo scrittore, e i risultati di ciò, di questa concreta mancanza di figure di pregio in grado di contribuire all’evoluzione intellettuale e culturale (dunque pure politica, a ben vedere) di una società, e non solo di quella economica, ce li abbiamo tutti quanti sotto i nostri occhi.
Ma certo la colpa di questa realtà non è da imputarsi soltanto ai nuovi media e alla loro spesso scarsa offerta culturale, anzi: per naturale contrapposizione avrebbero ben potuto valorizzare ancor più quanto di buono veniva invece offerto dal comparto letterario e dagli altri ambiti artistici. Probabilmente anche gli scrittori ci hanno messo del loro, scegliendo troppo frequentemente e ingenuamente di mettere da parte il proprio valore intellettuale – forse “noioso” nel sentore più popolare, scomodo e poco gradito al sistema se non addirittura ritenuto avverso – per adeguarsi alle strategie commerciali di matrice sempre più consumistica dei propri editori, che nel frattempo sceglievano di combattere la crescente crisi del proprio comparto abbassando la qualità generale dei cataloghi per cercare di ampliare il bacino di potenziali lettori dei nuovi blockbusters pubblicati, prodotti nei quali la letteratura nel senso classico del termine veniva (e viene) ritenuta peculiarità secondaria, se non del tutto trascurabile, rispetto alla consumabilità dell’opera, ovvero alla sua facile e diffusa vendibilità.
Tuttavia, se un tentativo di recuperare posizioni apparentemente perdute può essere fatto, tale azione non può che essere messa in atto proprio dagli scrittori, e non solo perché ne sarebbero i primi fruitori – in effetti, non l’ho precisato ma credo non ve ne fosse bisogno, qui non si sta disquisendo di posizioni e influenze sociali da piedistallo dorato o di chissà quale diritto acquisito in forza dell’essere scrittori acclamati, ma ben più concretamente di un dovere, di una responsabilità dello scrittore e dell’autore letterario in quanto elemento intellettuale attivo della/nella società nei confronti della società stessa e di chi ne è parte.
Torno così alle idee di Fichte e alla loro – lo ribadisco – potenziale attualità in questi tempi di scarsa cultura diffusa, quando esse affermano che il “dotto” è obbligato moralmente e responsabilmente ovvero ha il dovere, appunto, di diffondere la propria sapienza tra “gli uomini indotti”. Ecco: senza esagerare in qualsiasi anacronistica retorica (i tempo sono cambiati, l’ho già scritto, ma i principi sui quali si basa culturalmente una società sono sempre quelli, in fondo), mi pare importante rimarcare la validità a tutt’oggi del fatto che lo scrittore deve sapere che il “privilegio” detenuto di poter pubblicare libri inevitabilmente comporta anche una precisa responsabilità socioculturale verso il suo pubblico e non solo, dalla quale la fuga significherebbe in buona sostanza la rinuncia al valore peculiare stesso del suo essere autore letterario. Lo scrittore deve sempre in grado di veicolare al pubblico, attraverso i suoi scritti o gli eventi dei quali è protagonista o ai quali partecipa, un messaggio intellettuale di valore; potrà essere di qualsiasi tipo ovvero un esempio evidente di libertà e indipendenza di pensiero, ma deve comunque essere formulato e offerto alla pubblica attenzione e riflessione. Anzi: per dirla tutta, questo dovrebbe essere un dovere di ogni scrittore, persino di quello che scrive e pubblica le più mielose storie rosa o il romanzetto leggero leggero da intrattenimento balneare. Ora non è che io stia pensando a scrittori/intellettuali assurti al rango di oracoli inoppugnabili e dogmatici – già ce ne sono fin troppi di personaggi che pretendono tali prerogative, e spesso senza averne alcun merito – ma certamente a voci che per via della propria “(de)formazione professionale” – passatemi la definizione! – di attenti osservatori e abili narratori della realtà (o di metaforici romanzieri delle sue vicende ed evidenze) possano rappresentare un ausilio intellettuale lucido, perspicace, sagace e illuminante per l’intera società civile.
Il tutto, perché – è bene sottolinearlo ancora – il libro e l’opera letteraria in genere sono il bene culturale per eccellenza, quello che più di ogni altro e in modo immediato identifica un certo concetto popolare di “cultura” nonché, per diretta conseguenza, il più diffuso e facilmente usufruibile da chiunque. Chi lo crea non può dimenticare ciò e non può ignorare quanto ciò comporti a livello “pubblico”. Altrimenti veramente lo scrittore, fagocitato e deglutito dal sistema consumistico imperante, non diverrà altro che una specie di animatore mediatico il cui unico compito sarà quello di scrivere storielle simpatiche e piacevoli ai più, ne più ne meno che un qualsiasi altro produttore di beni di consumo da hard discount e da noncurante relax.
Non è facile perseguire quanto sopra esposto, ovviamente, per come la mente attiva e pensante sia spesso malvista e sostanzialmente non conforme a certe regole oggi dominanti, ma farlo è un dovere innegabile. Le idee di Johann Gottlieb Fichte sono nel principio tutt’ora valide, senza alcun dubbio.
L’angolo più bello del “giardino d’Europa”. Lucerna, prossimamente in libreria (e non solo!)
Seguite il blog, oppure date un’occhio ovunque io sia presente sul web, e a breve ne saprete di più!
Gli “intelligenti” ignoranti (Douglas Adams dixit)
La parola “naturale”, che spesso dobbiamo utilizzare nel senso di “non strutturato”, descrive in effetti forme e processi che appaiono così impenetrabilmente complessi da renderci impossibile la percezione del lavorio di semplici leggi naturali.
Sappiamo tuttavia che la mente è capace di comprendere queste cose in tutta la loro complessità e in tutta la loro semplicità. Una palla che vola nell’aria risponde alla forza e alla direzione con la quale è stata lanciata, all’azione della gravità, all’attrito dell’aria per superare il quale deve consumare la propria energia, la turbolenza dell’aria attorno alla propria superficie e la velocità e la direzione della rotazione della palla.
E tuttavia, anche chi dovesse avere difficoltà a calcolare coscientemente il risultato di 3 x 4 x 5, non avrebbe problemi a fare un calcolo differenziale e tutta una serie di operazioni collegate con una velocità così sorprendente da riuscire effettivamente a prendere una palla al volo.
Chi lo chiama “istinto” non fa altro che dare un nome al fenomeno, senza assolutamente spiegarlo.
(Douglas Adams, Dirk Gently, agenzia investigativa olistica, Mondadori 2012, pagg.176-177. Traduzione di Andrea Buzzi)
In questo passo del grandissimo umorista inglese scomparso nel 2001 – che parrebbe tratto da un saggio scientifico ma, vi assicuro, Dirk Gently è invece da uno spassoso e sagace romanzo che riflette bene il classico stile di Adams – in questo passo, dicevo, vi è una indiretta (ma mica tanto, poi) riprova tanto semplice e ovvia quanto ineluttabile di come l’ignoranza di molta (troppa) gente non è affatto dovuta a scarsità intellettuale, dacché ogni individuo di intelletto buono ne avrebbe da vendere, al punto da saper compiere perfettamente un’azione così complicata quale è il prendere una palla al volo, come spiega perfettamente Adams. No no, l’ignoranza, intesa nell’accezione peggiore possibile e, ahimè, più diffusa, è veramente e concretamente una colpa. Grave, per giunta: quella di avere una testa pensante e decidere di non utilizzarla. Una testa capace di risolvere in pochi istanti complicati calcoli matematici eppure di contro incapace di non far compiere a molta (troppa, ribadisco) gente azioni talmente stupide, rozze, incivili, maleducate, barbare, efferate tanto da essere ignobili persino per il più feroce e selvaggio animale. Al quale, tanto, l’uomo si sentirà sempre e comunque superiore, essendosi autoproclamato essere più intelligente del pianeta. Lo sarebbe, probabilmente, se attivasse il proprio cervello non solo quando debba semplicemente prendere una palla al volo…
P.S.: e a breve, come intuirete, la recensione del romanzo in questione…

